25 aprile 2014, Cultura - Politica e società - Recensioni

Intellettuali e contadini alla macchia per la libertà

di Dino Messina

Una scelta morale prima ancora che politica. È questo il senso dell’epopea della Resistenza che viene fuori dalle pagine di “Cento ragazzi e un capitano” , il saggio di Pier Giorgio Ardeni che racconta i venti mesi di guerra partigiana sulle montagne dell’alto Reno (Bologna) concentrandosi sui ragazzi delle brigate Giustizia e Libertà e della Matteotti. Alcuni di loro ebbero il privilegio di entrare a fianco delle truppe alleate nella Bologna liberata.

Una storia non agiografica quella scritta da Ardeni (appena pubblicata dall’editore Pendragon, pp. 476, e 28) che ha avuto una motivazione biografica (il padre dell’autore, Sisto, era uno di quei giovani sbandati dell’esercito italiano che non volevano più combattere per il fascismo), ma soprattutto una spinta scientifica. Studiando i flussi migratori della comunità di Gaggio Montano e di Porretta Terme per una ricerca dell’Università di Bologna, dove insegna Economia dello sviluppo, Ardeni si è imbattuto nei pochi fuoriusciti antifascisti che furono i primi punti di riferimento delle spontanee aggregazioni partigiane dopo l’8 settembre 1943.

Ne è nato un racconto corale, basato anche sulla fondamentale testimonianza e collaborazione dell’avvocato Francesco Berti Arnoaldi Veli, che aveva diciotto anni quando si diede alla macchia, sul diario del fratello Paolo, più giovane di un anno, sul memoriale di Renato Frabetti, militante comunista che scelse di unirsi ai «giellisti» e sui contributi più vari dei protagonisti. Dagli scritti di Enzo Biagi, studente poco più che ventenne che si unì al gruppo affidato dal Comitato di liberazione nazionale a un militare di carriera, il tarantino Pietro Pandiani, ai quaderni della brigata redatti per lo più da uno straordinario personaggio fiorentino, il critico d’arte Sandrino Contini Bonaccossi, discepolo di Carlo Ludovico Ragghianti, che seguì nel breve governo guidato da Ferruccio Parri. Era questa la rappresentanza borghese e intellettuale di una pattuglia costituita in maggioranza da operai e contadini di una zona molto povera, dove il fascismo era stato subìto e in cui si era conservato un fastidio sottotraccia verso la dittatura.

Sulla scorta delle indicazioni di Claudio Pavone, che all’inizio degli anni Novanta sdoganò anche a sinistra l’espressione di «guerra civile», questo libro scritto dal punto di vista dei partigiani non omette gli aspetti scomodi della lotta di liberazione, a cominciare dalle rappresaglie sulla popolazione civile che accompagnarono da Sud a Nord l’arretramento dell’esercito tedesco. L’episodio più grave, che viene ancora ricordato dalla comunità locale, avvenne alla fine di settembre del 1944 a Ronchidoso, per mano di un gruppo della Wehrmacht, sembra lo stesso che fu responsabile dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, ma non è accertato. All’arrivo dei soldati tedeschi, i partigiani si rifugiarono nella macchia, qualcuno fece partire un colpo, ci fu una prima rappresaglia. Ma l’eccidio di oltre sessanta fra uomini, donne e bambini, molti sfollati da Bologna, avvenne qualche giorno più tardi dopo che da Gaggio Montano era partita una delegazione con il segretario comunale e due suore per chiedere clemenza ai tedeschi.

Una rappresaglia gratuita, che suscita ancora controversie, non paragonabili però alla ferita provocata nella comunità da uno degli episodi che chiudono il volume: il regolamento di conti, a guerra finita, di un gruppo di ex partigiani che nel settembre 1945 uccisero per vendetta privata cinque «fascisti» di Gaggio Montano, tra i quali un ragazzo che aveva quindici anni all’8 settembre e una donna cui era stata requisita la casa dai tedeschi. Tra gli autori della mattanza c’erano l’ex partigiano giellista passato alla brigata Garibaldi Secondo Lenzi, descritto da Enzo Biagi come un fanatico, e il comunista Mario Rosinetti, che aveva avuto il padre ucciso a Marzabotto. Lenzi morì in carcere di tubercolosi prima della sentenza definitiva, gli altri responsabili furono condannati a 28 anni per omicidio e rapina, anche se uscirono di prigione dopo pochi anni per gli effetti dell’amnistia Togliatti. Ancora di recente il cippo che ricorda uno dei cinque uccisi di Gaggio Montano è stato imbrattato da presunti eredi della Resistenza.

(Il Corriere della Sera, 24.04.14)

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