5 febbraio 2015, Politica e società

Integrazione e “mafia capitale”. Chiudere i campi rom, ghetti del XXI secolo

di Cristina Mattiello

«I campi vanno chiusi e ai rom occorre dare le case»: la dichiarazione della nuova assessora alle Politiche sociali del Comune di Roma, Francesca Danese, ha scatenato immediatamente, come prevedibile, furibonde polemiche. Quello che colpisce, quando si parla di rom, è che, davvero, sembra che non siano esseri umani come tutti gli altri. Perché dovrebbe suscitare scandalo l’idea che possano essere aiutati a vivere una vita dignitosa? È una domanda che è anche difficile porre, tanto è radicato il pregiudizio che queste comunità non siano capaci di vivere come tutti gli altri e, comunque, non ne abbiano diritto perché… intrinsecamente – geneticamente, si è arrivati a dire! – “brutti, sporchi e cattivi”. “Prima gli italiani”: non sono più solo i leghisti e l’estrema destra a proclamarlo. Anni di battage razzista istituzionale hanno progressivamente fatto perdere a una larga parte del Paese solidarietà, umanità e buon senso. Bisogna con forza contrastare sul piano teorico la visione ormai dominante delle relazioni interetniche, che si basa sulla premessa tecnicamente razzista dell’inferiorità di alcuni gruppi, e che ne legittima, anzi implica la discriminazione.

Eppure ora l’inchiesta su “Mafia capitale” dovrebbe aver chiarito il gioco della strumentalizzazione politica delle fasce deboli: far montare l’intolleranza e il razzismo per cavalcarli e costruire consensi elettorali da un lato, dall’altro lucrare sui finanziamenti per l’assistenza a quegli stessi gruppi sociali discriminati. È stato fatto sistematicamente su migranti e rom. Per questi ultimi, è bene chiarirlo con decisione, l’Italia e Roma hanno avuto dall’Europa milioni di euro, destinati a progetti per l’inclusione sociale di queste comunità. L’argomentazione “non ci sono i soldi…” va smontata con decisione: i soldi – molti – ci sono stati, e in parte ci sono ancora, solo che quelli che non sono finiti in tangenti e guadagni illeciti sono stati spesi per alimentare la spirale emarginazione/degrado e non certo per migliorare le condizioni di vita del popolo rom. È da anni che l’Associazione 21 luglio pubblica dati ricavati con puntuali inchieste nei campi, ma anche semplicemente attraverso l’analisi di bilanci ufficiali (numerosi dettagliati dossier sono reperibili sul sito dell’associazione). Un esempio per tutti: nel solo 2013 a Roma sono stati spesi per i “nomadi” 24 milioni di euro (sì, milioni!), dei quali, tolte le spese, ingenti, per gli sgomberi, l’86% è stato utilizzato per vigilanza e sicurezza (e su questo l’inchiesta “Mafia capitale” ha molto da dire), il 13% per la scolarizzazione e solo lo 0,4% per progetti di inclusione. I rom a Roma sono meno di 8.000! Con i fondi che l’Europa aveva messo a disposizione per loro, una politica onesta e realmente interessata alla loro emancipazione avrebbe potuto abbondantemente risolvere il problema.

Le linee guida ci sono: la “Strategia Nazionale d’Inclusione di Rom Sinti e Camminanti’, elaborata dalla Commissione diritti umani del Senato e approvata nel dicembre 2013 è un ottimo testo, del tutto disatteso (la 21 luglio parla della sua applicazione come della “Tela di Penelope”). Al primo punto, non più rinviabile, la chiusura dei campi, o meglio un loro superamento con vie d’uscita individualizzate verso soluzioni abitative dignitose. E non, ovviamente, con gli sgomberi, che non si son mai fermati, anzi, né a Roma né in altre città italiane: sgomberi crudeli e illegali.

I campi vanno chiusi – come ci chiede anche l’Europa – perché sono oggettivamente un modello di segregazione etnica: per i rom, è bene chiarirlo, vigono in Italia normative che sono tecnicamente leggi razziali. Perché ghettizzano, creando un corto circuito psicologico oltre che economico sia nelle persone che li vivono sia in chi li guarda dall’esterno, per cui non possono che alimentare la spirale del degrado dell’esclusione e spesso degli abusi e della violenza. Alcuni riescono con coraggio a costruire la loro vita anche nei campi, ma la maggioranza, soprattutto degli adolescenti, è bloccata in un’immagine di sé che non consente di esprimersi realmente.

La 21 luglio, Amnesty International e l’Arci hanno presentato da mesi un documento comune chiedendo la chiusura dei campi e un cambiamento radicale di politica: considerare i rom come tutti i cittadini che sono in “emergenza abitativa” e coinvolgerli in progetti di recupero di immobili comunali dismessi, attraverso forme di accesso al credito con la garanzia del Comune. Ora le case popolari sono loro di fatto negate: dopo un tentativo di escluderli su basi etniche, alcune clausole – ad esempio l’acquisizione di punti con gli sfratti, ovviamente possibili solo per chi una casa ce l’ha già! – li bloccano agli ultimi posti.

Forse, però, qualcosa potrebbe muoversi. Lo stesso sindaco Ignazio Marino si è interrogato e alcune sue dichiarazioni hanno offerto qualche segnale di speranza. Ora anche l’assessora. E forse “Mafia capitale” può creare le condizioni per provare vie nuove allo scopo di rimuovere un’ingiustizia assolutamente indegna di un Paese democratico.

*insegnante, attiva sul territorio e nella ricerca teorica sul tema dei diritti e del multiculturalismo

(Adista Segni Nuovi, n.1/2015)

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