9 gennaio 2016, Cultura - Politica e società

In una parola/ Il nemico (e noi)

di Alberto Leiss

Davvero vinceranno loro? I nostri nemici ? Coloro che hanno dichiarato guerra al “nostro modo di vivere”? Vinceranno, come da più parti è stato detto dopo Parigi, se anche noi ci sentiremo “in guerra”, coltivando odio, vendetta, desiderio di violenza.
E’ un esito possibile. Si legge che in Francia il nazionalismo un po’ razzista della Le Pen vola nei sondaggi al 40%. E si vede come questo alimenti gli atteggiamenti bellicisti di Hollande, al canto della Marsigliese. Ma è abbastanza impressionante leggere in qualche articolo sull’incontro avuto da Renzi col presidente francese che però non sarebbe in alcun modo chiara la strategia che Hollande chiede di condividere agli alleati europei, a Putin, a Obama, per battere davvero il mostruoso Daesh e costruire la pace in Medioriente, in Africa e nel mondo.
La prima battaglia credo vada combattuta dentro i nostri cervelli e i nostri cuori. Per capire al meglio chi è il nemico, e chi siamo noi, che cosa pensiamo e che cosa proviamo.
Domenica sui giornali c’erano interventi interessanti. Parole e pensieri che inducono qualche speranza sulle capacità occidentali di non lasciarsi travolgere dalle aggressioni del terrorismo. Mi riferisco in particolare all’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della sera, allo scritto di Edgar Morin su Repubblica, alla analisi di Olivier Roy sull’ Internazionale.
Parto da quest’ultima: i giovani (francesi e belgi) che hanno scatenato il terrore e la morte a Parigi hanno in realtà poco a che vedere con le mire geopolitiche del “Califfato”. Sono il frutto di una rivolta generazionale che rinnega prima di tutto i propri padri immigrati e – più o meno – integrati in Francia. Giovani che invece non riescono a integrarsi nel “nostro modo di vivere” – che li respinge e li esclude – e che trovano nella violenza predicata dagli estremismi islamici la leva per votarsi a un nichilismo da “perdenti radicali”, più simili a Breivik e a chi stermina studenti nelle scuole Usa che ai teologi della violenta rinascita islamica.
Per affrontare questo tipo di nemici, forse più che bombardare Raqqa bisognerebbe ascoltare i discorsi di un Renzo Piano sull’emergenza di colmare i “deserti affettivi” delle banlieue (come nelle nostre periferie urbane).
Ma non bisogna poi trascurare – ci invita Morin – le ragioni storiche di lunga durata che spiegano il relativo successo del “Califfo” nell’area terremotata dell’universo arabo. Non basta qui riconoscere le colpe e gli errori dell’Occidente lungo qualche secolo, ma si tratta capovolgere lo sguardo con cui si interviene in quella vasta area. Magari ripensando al sogno di un occidentale, Lawrence d’Arabia, al miraggio di una grande rinascita del mondo arabo, nella valorizzazione delle sue molte differenze. Qualcosa insomma di completamente opposto all’idea di allearsi con gli Assad e gli Al Sisi, ai tiranni vecchi e nuovi che sono tra le cause maggiori della radicalizzazione islamica, alimentata dalle persecuzioni politiche e dall’oppressione sociale.
Infine, ma forse è il primo gesto necessario, va scoltato l’Islam che si dissocia, che manifesta – per poche che siano le presenze in piazza – alzando i cartelli “Not in my name”. Credo – con Mieli – che sia essenziale rispondere, interloquire, riconoscere. E del suo articolo mi ha colpito la notazione sul fatto che nelle recenti manifestazioni a Roma e a Milano (ho ascoltato su Radio Radicale quella di Roma) hanno parlato solo maschi. Questo è certamente un limite significativo. Che nell’origine profonda della parola guerra riguarda anche noi e non solo il nostro nemico.

(“Il Manifesto”, 1 dicembre 2015)

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