18 febbraio 2010, Politica e società

Immigrati, la destra e la tattica dei cattivi

Tra gli interventi usciti sulla stampa nazionale sui recenti scontri di Milano tra gruppi di extracomunitari merita di essere pubblicato un articolo di Carlo Galli (su “La Repubblica” del 17 febbraio, p.46), insigne studioso della storia del pensiero politico, che ben individua i gravi limiti della politica di “tolleranza zero” propugnata dalla destra al potere e le preoccupanti ambiguità di quest’ultima.


di Carlo Galli

Secondo le logiche della comunicazione politica, è il primo messaggio quello che vale, che viene recepito come autentico e che si fissa nella mente dei cittadini. E a proposito delle violenze di via Padova il primo messaggio della maggioranza è stato (per bocca di un eurodeputato della Lega) di “procedere a controlli ed espulsioni casa per casa”; mentre da Roma figure di primo piano come Gasparri rilasciavano interviste sulla “tolleranza zero”. Certo, il giorno dopo Bossi e Maroni hanno corretto il tiro, sostenendo che non è il caso di pensare a rastrellamenti, né a uno Stato di Polizia, mentre la soluzione ai problemi dell’ immigrazione e della multietnicità – generati,a loro dire, dalle politiche lassiste della sinistra – starebbe nell’ evitare le concentrazioni di stranieri in ghetti urbani e nelle politiche di integrazione. Quanto alle critiche di Bersani al fallimento della politica anti-immigrazione della destra, saranno gli elettori – secondo Bossi – a decidere, col voto alle elezioni regionali, se sono giuste o sbagliate. E proprio da quest’ ultima affermazione si comprende che si è di fronte alla consueta strategia comunicativa della destra: in prima battuta rilasciare dichiarazioni emotive, violente e “politicamente scorrette” ma vicine al presunto comune sentire della gente (o, meglio, capaci di orientare le forme più elementari e superficiali di opinione pubblica), e poi annacquarle il giorno successivo, quando si tratta di mostrare il volto presentabile, governativo, della politica. La convinzione che sta alla base di questo stile politico è che nel senso comune rimane il sedimento delle prime affermazioni, mentre le correzioni passeranno inosservate o verranno classificate come mosse tattiche; al momento del voto sarà determinante il ricordo emotivo delle tesi estreme, delle forzature concettuali e verbali. Che non saranno dunque state degli errori, ma delle mosse azzeccate. Nella convinzione che la politica si giochi anche al livello linguistico, nella costruzione di un discorso pubblico e dei suoi fondamenti razionali, e che una democrazia richieda una costante sorveglianza sul linguaggio, si deve denunciare e smontare la macchina comunicativa della maggioranza di destra. Il punto di partenza può essere proprio la minacciosa richiesta di “tolleranza zero”. È infatti sul termine tolleranza che si gioca primariamente l’ equivoco. In realtà, ciò che si può e si deve chiedere – e che finora non c’ è stata – è “illegalità zero”: è questo, almeno tendenzialmente, lo standard di efficienza richiesto in uno Stato democratico di diritto,a via Padova comea Scampia come in qualsiasi periferia degradata, in balia di bande o della malavita. Lo slogan “tolleranza zero” non è solo la scimmiottatura decontestualizzata di vecchie politiche urbane del sindaco di New York, Giuliani; e non è solo il tentativo di supplire con la faccia feroce all’ incapacità politico-amministrativa che da Roma alla Regione Lombardia al Comune di Milano ha il medesimo colore, quello della maggioranza; è in realtà un messaggio politico preciso. Che consiste nell’ attribuire a un eccesso di tolleranza- interpretata come una vaga melassa di irresponsabili buoni sentimenti – il disastroso stato della legalità, a Milano e altrove; il che equivale ad affermare implicitamente (ma non certo nascostamente: che si sia alluso a rastrellamenti è stato certificato proprio da Bossi) la necessità dell’ intolleranza per risolvere i problemi dell’ ordine pubblico. Problemi che attraverso l’ enfatizzazione della componente etnica dei disordini milanesi, vengono fatti coincidere – con la tipica costruzione del capro espiatorio – con le difficoltà del multiculturalismo. L’ intolleranza – un vizio privato, dettato dalla paura e dalla subalternità culturale e sociale, che dà origine a spaventose dinamiche collettive – verrebbe così a sostituirsi, o a esserne il fondamento, alla legalità, che invece deve risultare da una politica rispettosa dei diritti di tutti, e capace di assicurare che tutti compiano il proprio dovere davanti alla legge. Una politica difficile, certo, che non ha nulla a che fare col lassismo, ma che non è neppure alla portata dei semplificatori e dei demagoghi. Insomma, lo slogan “tolleranza zero” – con quanto evoca: ronde di cittadini esasperati, brutalità poliziesche, rivincite etniche – è un buon esempio di quel cortocircuito permanentee sempre più profondo fra privato e pubblico, fra emozioni e legge, fra paura e politica, che è la cifra della destra di governo. Una politica che, contrariamente all’ immagine che vuole dare di sé, non si cura realmente del “fare”, cioè dell’ efficienza dell’ azione politica (e infatti non investe né in inclusione sociale né in sicurezza) ma che ha a cuore primariamente la costruzione dell’ opinione pubblica (la audience) attraverso la manipolazione delle passioni più elementari dei cittadini. Il risultato del successo di questa strategia sarebbe il permanere dell’ illegalità, dato che ovviamentei conflittia componente etnica si aggraverebbero, e al contempo la legittimazione dell’ intolleranza come virtù civica. Esiti perversi che si devono contrastare già nelle perversioni linguistiche che li annunciano.

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