9 ottobre 2012, Politica e società

Ilva, i veleni del capitalismo selvaggio

di Alessandro Marescotti*

Taranto ospita la più grande acciaieria d’Europa. Risultano indagati per disastro ambientale quelli che erano i vertici dell’azienda. Le ragioni dell’azione della magistratura, che ha sequestrato gli impianti, sono contenute nelle cifre che leggerete più avanti e che fanno di questa situazione una vicenda dal forte valore simbolico. È un caso da manuale di capitalismo disumano che non solo sfrutta i lavoratori ma che condanna un’intera città a respirare veleni. Nel 2012 la Procura della Repubblica ha ricevuto i risultati della perizia degli epidemiologi, commissionata per capire quale impatto avesse a Taranto l’inquinamento industriale. La perizia fornisce dati allarmanti, prima di tutto per i lavoratori dell’Ilva.

Attesta fra gli operai un eccesso di mortalità per tumore allo stomaco (+107%), alla pleura (+71%), alla vescica (+69%), alla prostata (+50%). Per malattie non tumorali, registra un eccesso di malattie neurologiche (+64%) e cardiache (+14%). Fra gli impiegati vi sono eccessi di mortalità per tumore alla pleura (+135%) e dell’encefalo (+111%).

I periti traggono queste conclusioni: «Il quadro di compromissione dello stato di salute degli operai dell’industria siderurgica è confermato dall’analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie».

Secondo la Regione Puglia l’attuale situazione ambientale a Taranto è caratterizzata da un miglioramento progressivo e sostanziale. Questo assunto è tuttavia contraddetto da alcuni dati, come ad esempio lo sforamento, l’anno scorso nel quartiere Tamburi, delle polveri sottili (PM10). Non bastano i progressi registrati nell’ambito delle emissioni di diossina per decretare la fine della “era inquinamento”. Infatti proprio la perizia epidemiologica della Procura parla di una «progressiva alterazione dello stato di salute di lavoratori in relazione al protrarsi dell’esposizione ai rischi professionali». I dati sono questi: «Dal 2002 al 2010 si è osservata una progressiva riduzione percentuale delle idoneità assolute (dall’88,3% del 2002 al 66,1% del 2010) e un parallelo aumento delle idoneità parziali (dall’11,5% del 2002 al 33,5% del 2010)».

Se questi sono i numeri forniti dai periti per i lavoratori, non migliori sono quelli che riguardano i cittadini: con un eccesso di mortalità di 30 unità all’anno, siamo al ritmo di due morti al mese attribuibili all’inquinamento industriale.

Uno degli impianti più pericolosi è la cokeria (impianti di distillazione del carbon fossile per la produzione del coke). Questa è stata messa sotto accusa dai periti della Procura che ha provveduto a sequestrarla senza facoltà d’uso assieme ad altri cinque impianti. Sarebbe responsabile – secondo le stime dell’Arpa effettuate nel 2010 – del 98% del benzo(a)pirene nel quartiere Tamburi, accanto al quale sorge l’Ilva. Il benzo(a)pirene è il cancerogeno che assieme alla diossina costituisce la più grave criticità per Taranto. Ogni anno i bambini del quartiere Tamburi, che registra una concentrazione media di questo cancerogeno di 1,3 ng/m3 (nanogrammi a metro cubo), è come se respirassero mille sigarette.

I bambini di Taranto si ammalano di cancro di più (+25%, dicono i dati della perizia). Quando quelli del quartiere Tamburi arrivano alla scuola elementare sono già fumatori incalliti: 6mila sigarette. Ma le “sigarette” più pericolose sono quelle che “fuma” la loro mamma in gravidanza per l’aria insalubre.

Tutti “fumano” benzo(a)pirene nel quartiere Tamburi.

La Procura ha agito con misure cautelative (il sequestro degli impianti dell’area a caldo) che hanno trovato e trovano ancora ora notevoli resistenze nell’azienda, tanto che le modalità operative non sono ancora state messe in pratica.

Molti sono i cittadini che chiedono a Taranto le stesse tutele di Genova. «La chiusura dell’altoforno e della cokeria delle Acciaierie è una questione urgente. Sul piano dei danni ambientali, dell’inquinamento e della salute dei cittadini siamo già in ritardo». A pronunciare queste parole sugli impianti dell’Ilva di Cornigliano (Ge) dodici anni fa, era l’attuale ministro dell’ambiente Corrado Clini.

Per lui ciò che a Genova era un’urgenza, a Taranto è una sciagura da evitare a tutti i costi.

Ma sarebbe veramente una sciagura? Un arco crescente di cittadini chiede che i lavoratori dell’Ilva vengano riutilizzati per quella gigantesca opera di bonifica che si rende necessaria. Per 20 km dall’acciaieria infatti il pascolo è interdetto per il terreno contaminato da diossina e Pcb (policlorobifenili).

Le conclusioni delle perizie chimica ed epidemiologica, commissionate dalla Procura della Repubblica di Taranto e per le quali l’Ilva è sotto inchiesta, sono eloquenti (la perizia chimica e impiantistica è visionabile al link: http://download.repubblica.it/pdf/repubblica-bari/2012/ilva_Relazione_conclusioni.pdf; quella epidemiologica e sanitaria al link: http://download.repubblica.it/pdf/repubblica-bari/2012/conclusioni.pdf).

Impietosa è la fotografia dell’inquinamento chimico a Taranto. Nel 2010 l’Ilva ha emesso dai propri camini oltre 4mila tonnellate di polveri, 11mila tonnellate di diossido di azoto e 11.300 tonnellate di anidride solforosa, oltre a 7 tonnellate di acido cloridrico. Le sostanze cancerogene escono in quantità notevoli: 1 tonnellata e 300 chili di benzene e 338,5 chili di Ipa (idrocarburi policiclici aromatici) nel solo 2010.

I livelli di diossina e Pcb, rinvenuti negli animali abbattuti e accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto, sarebbero riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva di Taranto (è scritto a p. 521 della perizia chimica). E questo è il dato che forse maggiormente incide sull’immagine di un’azienda che aveva invece sempre diffidato i giornalisti dall’associare il proprio nome alla diossina.

I periti della Procura hanno evidenziato la pericolosità delle nuvole di fumo che non fuoriescono dai camini ma lateralmente, all’altezza delle abitazioni. È la stessa Ilva a stimare 2.148 tonnellate di polveri, 8.800 chili di Ipa, 15 tonnellate e 400 chili di benzene, 130 tonnellate di acido solfidrico, 64 tonnellate di anidride solforosa, 467 tonnellate e 700 chili di composti organici volatili. Per non parlare della fuoriuscita di gas e nubi rossastre dal siderurgico (slopping), fenomeno documentato dai periti chimici e dai carabinieri del Noe (nucleo operativo ecologico) di Lecce: ammonta a 544 tonnellate all’anno di polveri. Sommando le emissioni dei camini a quelle non convogliate arriviamo a circa 210 chili di inquinanti per ogni abitante di Taranto.

Sarebbero 386 i morti (30 morti per anno) attribuibili alle emissioni industriali (lo si legge a p. 219 della perizia epidemiologica). Sono 237 i casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno), 247 gli eventi coronarici con ricorso al ricovero, 937 i casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte tra i bambini), 17 i casi di tumore maligno tra i bambini. Gli epidemiologi correlano questi numeri all’inquinamento industriale, dopo aver eliminato statisticamente tutti gli effetti confondenti (ad esempio, l’incidenza del fumo da sigaretta). Questi dati sono quindi al netto di tutte le altre possibili concause. Sono “scremati”.

E sempre i periti hanno concluso che l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione «fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte».

A Taranto è stata trovata diossina nel latte materno in concentrazioni 4 volte superiori alla media europea, mentre nelle urine è stato riscontrata una concentrazione di piombo e cromo superiore rispetto ai valori di riferimento. A Taranto l’intero quartiere Tamburi è contaminato da piombo e Pcb ed è vietato ai bambini giocare nelle aree verdi.

All’origine dell’inchiesta c’è un esposto da me presentato nel febbraio del 2008 alla Procura di Taranto. Con quell’esposto venivano comunicate le analisi di un pezzo di pecorino che PeaceLink aveva portato ad analizzare in un laboratorio specializzato. I dati erano impressionanti: diossina e Pcb sforavano di ben tre volte. Era pericoloso mangiarlo. Diossina e Pcb hanno non solo potere cancerogeno ma anche genotossico. Il che significa che quelle sostanze potevano modificare il Dna trasferito dai genitori ai figli. Da lì partirono i controlli sugli allevamenti, l’abbattimento delle pecore e delle capre, l’accertamento della contaminazione della catena alimentare, le prime indagini contro ignoti, poi quelle verso l’Ilva, la più grande acciaieria d’Europa che ora dovrà fermare la produzione.

Ma lo scandalo si è esteso a causa dei risultati delle analisi del Fondo antidiossina Taranto, guidato da Fabio Matacchiera, sulle cozze. Anche in questo caso è emerso nel 2011 uno sforamento per diossina e Pcb, andando a creare rabbia e sconcerto, dato che questi molluschi erano considerati il simbolo della città. È notizia di questi giorni che la Procura ha avviato indagini per individuare le cause di tali risultati.

La Gip di Taranto, Patrizia Todisco, che ha firmato l’ordinanza di sequestro ed è andata a lavorare anche ad agosto, rinunciando alle ferie, pur di tutelare la città e di far eseguire la legge, adesso vive sotto scorta. «Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o a essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico», ha scritto nell’ordinanza. Una donna determinata, capace e coraggiosa.

*Insegnante di Taranto, presidente dell’associazione PeaceLink (www.peacelink.it). In seguito ad un suo esposto alla Procura della Repubblica, nel 2008, è partita l’inchiesta che ha portato al sequestro degli stabilimenti dell’Ilva di Taranto

(“Adista Segni Nuovi”, n.31 del 2012)

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