27 agosto 2010, Politica e società

Il verbo dell’autocrate

di Adriano Prosperi

«No a formalismi costituzionali, decide il popolo». Questo il verbo dell’ autocrate populista, sordo a ogni richiamo alla correttezza delle forme. Nella cronaca avvelenata di questo agosto, sullo sfondo dello sfaldamento del conglomerato del “popolo della libertà”, si punta a un regolamento di conti elettorale in barba alle emergenze economiche e sociali che il prossimo autunno fa ragionevolmente temere. Su questa strada si presenta l’ ostacolo costituito dal necessario passaggio formale della verifica che il presidente della Repubblica è tenuto a fare sull’ esistenza o meno di una maggioranza politica in questo Parlamento. Dunque la frase di Berlusconi è in primo luogo una risposta ai richiami giunti in questi giorni proprio dal presidente della Repubblica: richiami fermi e quanto mai opportuni, se si pensa che perfino il ministro guardasigilli si è permesso di ritagliare a suo comodo il dettato dell’ articolo primo della Costituzione là dove si fissa con esattezza il punto di contatto e di concordia tra forma e sostanza: «L’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Sostanza è la sovranità del popolo: forme sono quelle previste dalla Costituzione per guidare entro limiti determinati il percorso attraverso il quale la sostanza della sovranità deve diventare il volto istituzionale e politico del Paese. Tutt’ e due, sostanza e forma, sono necessarie. Senza la sostanza del popolo sovrano la forma politica di un paese diventa una vuota maschera; senza il rispetto di adeguate forme costituzionali quella sovranità è una forza incontrollata e distruttiva, aperta agli esiti più disastrosi. Basta risalire alla storia della nascita delle moderne democrazie per scoprire che l’ accordo preliminare sulle forme costituzionali è stato il passaggio necessario per dare vita alla sostanza della volontà popolare. Quelle regole, una volta fissate, devono essere sacre per tutti, in modo speciale per chi assume un potere di governo che gli viene delegato dal popolo attraverso il passaggio formale del giuramento di osservare la Costituzione. Giuramento che tutti i membri del governo attuale hanno fatto. Che poi abbiano finto di dimenticarlo quel giuramento e non perdano occasione per gareggiare nel dileggiare la Carta costituzionale è una delle cose che fa tristezza e vergogna a chi guarda a questo spettacolo indecente. Ci chiediamo quanto dovremo aspettare per avere un governo fatto di persone capaci di sentirsi legati a qualcosa di superiore rispetto alla impellente necessità di togliere il premier dai suoi guai giudiziari. Perché questo avvenga proprio in Italia e per opera di un governo che ha promesso di “fare” e poi ha disfatto, e per la guida di un imprenditore che si dichiara estraneo alla politica,è un problema che richiederebbe attenzione.È un fatto che l’ Italia ha da questo punto di vista una cattiva fama che dura da tempo. Il celebre storico e politico francese François Guizot scriveva nell’ 800 che in Italia, «gli uomini d’ affari, i padroni della società non hanno mai tenuto quasi nessun conto delle idee generali; non hanno quasi mai provato desiderio di regolare, secondo certi principi, i fatti posti sotto la loro giurisdizione». È una regola confermata dall’ attuale governo, sempre più un governo degli affari privati di Berlusconi. E in fondo il disordine nato nella compagine governativa non è che la riprova che lo sprezzo delle forme produce il disordine avvilente di quella Prova d’ orchestra di Federico Fellini: un’ orchestra governativa che oggi produce solo rumore.

(Articolo tratto da “La Repubblica” del 23 agosto 2010, pag.1-23)

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