24 maggio 2011, Politica e società

Il vento nuovo di Milano

di Luciano Fasano Roberto Vecchioni  - Chiamami Ancora Milano! per Giuliano Pisapia @ Piazza del Duomo, Milano - 13 maggio 2011

Milano imprevedibilmente gioiosa per il centrosinistra! Pisapia stacca al primo turno la Moratti di ben sette punti percentuali e si prepara al ballottaggio da una posizione di forza. Una situazione che soltanto qualche giorno fa sarebbe stata del tutto imprevedibile.
Nella versione italiana della legge di Petty, Milano anticipa le tendenze nazionali. E ora parlare di Milano laboratorio politico del paese sarebbe fin troppo facile. Diciamo piuttosto che la battuta di arresto del Sindaco uscente, Letizia Moratti, segna un importante passo falso del PdL, della Lega e del centrodestra, un passo che potrebbe fra quindici giorni (dato l’importante distacco fra i due contendenti alla carica di Sindaco) essere confermato da un voto che, dopo venti anni, potrebbe riportare il centrosinistra al governo della città più importante d’Italia, insieme a Roma.

Usiamo il condizionale per la prudenza che è dovuta in casi del genere. Ma anche perché dobbiamo essere consapevoli di come l’avanzata del centrosinistra milanese (accompagnato da un sostanziale pareggio fra Pd e Pdl come partiti più votati in città) sia strettamente correlata alla difficile situazione in cui si trova Berlusconi e la sua coalizione. Ed è proprio in questo che Milano, secondo la legge di Petty nella sua versione italiana, potrebbe contribuire ad aprire una nuova pagina. Ciò però di per sé non significa che da Milano stia prendendo il via una nuova stagione nazionale di riscossa del centrosinistra.
Attenzione, però: la vittoria a Milano – anche al ballottaggio – dipenderà in larga parte dalla capacità del centrosinistra di mantenere la campagna elettorale dentro il recinto di un confronto sul futuro della città. In questo senso, l’eventuale fine della lunga stagione del centrodestra milanese non deve essere considerata un’atout in vista del secondo turno. Questo è un tema di discussione che si avrà modo di verificare concretamente soltanto nei prossimi mesi, cioè in un arco di tempo ben distante dalla celebrazione dei ballottaggi di fine maggio.

Per il momento, in attesa del secondo turno, limitiamoci a commentare il risultato di questo primo turno, già di per sé sorprendente ed inaspettato. Diversi, a questo proposito, sono stati i punti deboli messi in mostra dal centrodestra.
In primo luogo, il centrodestra ha declinato larga parte del proprio messaggio secondo il cliché della contrapposizione ideologica, facendo così di Milano il fortilizio di una coalizione al governo del paese ma accerchiata da forze sociali, magistratura, opposizione politica che in nome dell’antiberlusconismo ne impedivano il dispiegarsi lineare ed efficace dell’azione di governo. In questo senso, la Moratti, e al suo fianco Berlusconi, non hanno avvertito la necessità di sintonizzare il confronto milanese sulle aspettative reali della città, preferendo viceversa alimentare l’immagine del capoluogo lombardo come luogo di elezione di una scelta politica apoditticamente di campo. L’attacco unfair – oltre che sostanzialmente infondato – sferrato dalla Moratti a Pisapia nel corso del faccia-a-faccia messo in scena da SKY Tg24, ha per certi versi rappresentato il culmine di questa strategia. Un clamoroso errore che, con il senno di poi, non si fatica a ricondurre alla straordinaria debolezza che il Sindaco uscente, prima di tutto, avvertiva nei confronti della sua coalizione e del suo elettorato potenziale. Ma che certamente si inquadra nella prospettiva di una polarizzazione ideologica del confronto amministrativo che a Milano più ancora che in altre città al voto, a partire dai manifesti di Lassini contro i “magistrati brigatisti”, si è voluta inscenare per distogliere l’attenzione dalla crescente inefficacia dimostrata dal centrodestra al governo del paese.
Ma così facendo, Berlusconi per primo non è riuscito a cogliere nel profondo ciò che si muoveva nell’elettorato milanese, e soprattutto nei suoi settori moderati. Per questo motivo, l’appello al voto dei moderati che i principali esponenti politici del centrodestra hanno cominciato a lanciare già in queste ore, e in vista dei ballottaggi di fine mese, suona alquanto stonato. Non sembra infatti che richiami così smaccatamente ideologici contro il radicalismo delle sinistre (e degli altri in genere) siano destinati ad avere fortuna, a cominciare da Milano, dove l’implausibilità di simili appelli si scontra con un ordinamento delle preferenze che in questo momento vede Pisapia nettamente davanti alla Moratti.

In secondo luogo, c’è stata la capacità di Pisapia e delle forze politiche che lo sostenevano di ospitare posizioni molto varie e diverse fra loro, che al di là della loro difficile (e non sempre coerente) composizione sul piano programmatico, non ha tuttavia assunto le sembianze della classica ed inconcludente union sacreé contro Berlusconi e il centrodestra. Così come, per altri versi, Pisapia e i suoi supporters non si sono fatti prendere dalla tentazione, che francamente sembra ormai assalire solo Massimo D’Alema, di contendere il primato al centrodestra sul terreno che, in linea di principio, gli sarebbe stato più congeniale, quello della polemica politica fine a se stessa. E così, anche se la proposta di Pisapia non ha certo svettato per originalità programmatico-amministrativa, essa è stata comunque in grado di parlare ai milanesi più di quanto non abbia fatto il messaggio sulla calata dei cosacchi ripetuto fino alla noia, specie nell’ultima fase della campagna elettorale, da Berlusconi e dei suoi sodali più radicali.
Forse, è proprio il caso di dirlo, il mantra berlusconiano ispirato alla falsa retorica del governo del fare non appassiona più gli elettori milanesi, per i quali il mandato amministrativo di Letizia Moratti è stato contrassegnato da un evidente divario fra grandi aspettative e realizzazioni mediocri. Non dobbiamo infatti dimenticare come la candidatura della Moratti a Sindaco di Milano, nata sotto i migliori auspici di Silvio Berlusconi, fosse stata presentata come la massima espressione di un centrodestra che riservava le sue migliori risorse, sperimentate nel governo del paese, alla guida della propria città simbolo. Un viatico che, nell’ormai lontano 2006, faceva di Letizia Moratti una candidata in pectore alla successione dello stesso Presidente del consiglio, ovviamente dopo aver dato conferma delle sue doti nella guida amministrativa di Milano. Moratti come Chirac, tanto per gradire! E assistere oggi, dopo cinque anni di sbiadito governo cittadino, al sorpasso di Pisapia su una Moratti-Sindaco anzitutto incapace di riconquistare la fiducia della sua città, rappresenta la prova più evidente di una fase politica che volge ormai al declino. Un declino che nemmeno le ingenti risorse (si parla di 12 milioni di euro) destinate alla campagna elettorale dal munifico consorte sono riuscite ad impedire.
Ma la cifra politica del primo turno delle elezioni comunali di Milano non si esaurisce nel confronto fra i due principali candidati Sindaci, ora attesi dal ballottaggio di fine mese. Anche i risultati delle liste hanno infatti qualcosa di sorprendente. A cominciare dal fatto che il Pd affianca il Pdl, facendo registrare un risultato del tutto inaspettato alla vigilia, pari al 28% dei consensi. Da oggi, quindi, il Pd è il maggiore partito presente in città, insieme a quel Pdl, erede di Forza Italia, che fino a ieri regnava incontrastato nel capoluogo lombardo. E vi è poi il calo, altrettanto inatteso, dei consensi della Lega, che prende il 9,6%, quando solo un anno fa a Milano, nelle elezioni regionali, aveva preso il 12% dei voti. Al di sotto delle aspettative è inoltre il risultato dell’Italia dei Valori, che si ferma al 2%, mentre degna di nota è la prestazione del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, che ottiene il 3,44% dei consensi. Un dato sul quale si dovrà riflettere con attenzione, date le caratteristiche ad un tempo innovative (elevato tasso di istruzione, presenza concentrata nei grossi centri urbani) e populiste (vocazione antipolitica) dei cosiddetti grillini.

Da ultimo, l’elevata partecipazione al voto, pari a quella fatta registrare alle comunali di cinque anni or sono (67%), e più alta di ben quattro punti rispetto all’esito in città delle regionali 2010, lascia intendere come il responso fornito dalle urne in questo week end non fosse caratterizzato da astensionismo asimmetrico, ovvero da un centrodestra o un centrosinistra che in maniera privilegiata decide di non recarsi a votare, al fine di sanzionare il proprio candidato. Il voto di Milano, che ha visto Pisapia avere la meglio sulla Moratti, e che prelude ad un ballottaggio favorevole ad un ritorno del centrosinistra al governo della città, non può quindi considerarsi l’effetto di un astensionismo ai danni di questo o quel candidato, ma va piuttosto inquadrato come il frutto di un cambiamento significativo nell’orientamento politico degli elettori. Ciò che del resto lascia ben sperare per il secondo turno

(www.scuoladipolitica.it, 21 maggio 2011)

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