14 dicembre 2010, Politica e società

Il valore delle regole condivise

di Paolo Pombeni

Non sono tempi facili per affrontare discussioni di principio, considerando lo scontro al calor bianco dì cui siamo spettatori.
Eppure riandare con pacatezza ai principi che reggono un sistema politico aiuterebbe tutti a costruire un contesto gestibile e soprattutto ad apprezzare l`architettura costituzionale che tiene conto della necessità di governare le turbolenze della politica incanalandole in modo che non facciano danni.
Uno dei punti centrali della gestione di un contesto democratico è senza dubbio quella “sovranità popolare” a cui è facile appellarsi come strumento per risolvere le diatribe in corso, ma che è anche una risorsa delicata che, se mal gestita, può provocare un corto circuito che fa saltare il sistema.
Il principio per cui è il popolo attraverso le elezioni a giudicare la condotta della classe politica, promuovendola o punendola, è un cardine irrinunciabile.
Il problema è.decidere “quando” il popolo debba esercitare questa prerogativa.
A scadenze fisse (al termine di ogni legislatura), oppure ogni volta si ritenga giusto rimettere al giudizio delle urne un comportamento particolare della classe politica? Ovviamente una risposta secca non è possibile, perché la preferenza per un regolare andamento dei giudizi elettorali a scadenze fisse si scontra con momenti eccezionali, in cui è necessario acquisire una legittimazione popolare per decisioni impreviste o.per svolte negli equilibri.

Qualsiasi irrigidimento “a prescindere” renderebbe il sistema democratico poco efficiente. Negare che ci possano essere casi in cui è bene ricorrere al parere dell`elettorato anche fuori delle scadenze naturali, sarebbe insostenibile.
Ma lo è altrettanto pretendere che ogni volta qualcuno pensi di mettere una questione anche importante sul tappeto, la parola debba essere data anziché ai rappresentanti eletti, direttamente al corpo elettorale. Se si agisse in questo modo, si finirebbe facilmente per andare continuamente alle urne, col risultato fra l`altro di disamorare gli elettori dall`esercizio delle loro prerogative.
Per evitare questi eccessi ogni sistema sceglie un “meccanismo” per raffreddare la corsa al voto a cui sono tentati i politici tanto di maggioranza quanto di opposizione. La Costituzione italiana ha di fatto optato per una funzione di arbitro da parte del Presidente della Repubblica. Questi non deve giudicare sulla base di sue inclinazioni personali, ma sulla presenza di due fattori, dando per scontato che un ricorso alle urne fuori delle scadenze previste è sempre un fatto traumatico che ha comunque ripercussioni poco gradevoli (come minimo blocca il lavoro ordinario, induce i partiti a pratiche non sempre limpide di “caccia al voto”, ecc.) e in alcuni casi può aprire a rischi notevoli (quando c`è instabilità un Paese è sempre più vulnerabile).

Il primo fattore di cui deve tenere conto è la possibilità di continuare la legislatura con un “governo”, ovviamente nuovo, perché questo è quel che meglio si addice al sistema. Da un punto di vista teorico gli elettori che votano esprimono sì individualmente la preferenza per un governo di un certo “colore”, ma come “corpo istituzionale” (perché tale è l`elettorato) puntano semplicemente ad avere il risultato che ci sia un governo.
Ciò è essenziale, perché altrimenti chi non ha votato con la maggioranza avrebbe diritto a non considerare legittimo il governo espresso, mentre il sistema democratico si fonda sull`accettazione preventiva del risultato quale che sia. In questo, almeno in un sistema parlamentare come il nostro, è incluso il fatto che gli eletti abbiano una certa libertà di manovra nell`affrontare ciò che sarà necessario lungo gli anni della legislatura e che non è immaginabile al momento in cui ogni elettore depone la sua scheda nell`urna.
Naturalmente il governo nuovo deve essere realmente tale, cioè dare la garanzia di poter fare in maniera apprezzabile e per un certo tempo il lavoro che ci si attende da lui.

Il secondo fattore di cui l`arbitro” (cioè il Presidente della Repubblica) deve tenere conto, nel caso non sia possibile quanto sopra richiamato, è la ragionevole attesa che il ricorso ad una soluzione pur sempre “traumatica”, come è il chiamare il popolo al voto fuori delle scadenze naturali, porti alla soluzione dei problemi sul tappeto. Ci sono, infatti, casi in cui ci si può aspettare che il popolo dirima una questione posta dal mutare di condizioni della lotta politica e casi in cui è improbabile che ciò avvenga (per esempio perché la questione da rimettere al giudizio degli elettori non è così chiara come la presentano le parti in causa).
Naturalmente può darsi il caso, e forse è quello attuale, in cui nessuna delle due soluzioni offre a priori quegli elementi positivi in base ai quali dovrebbe essere scelta.

Non scriviamo queste note per sostenere una parte o l`altra nell`attuale scontro politico, ma solo nel tentativo di fare un po` di chiarezza sui termini di una questione che non può essere ridotta al buttarsi degli slogan reciprocamente in faccia, e neppure può essere risolta con tatticismi o forzature a vantaggio di una sola parte. Meno che mai deve dare spazio a cercar di “bruciare” il ruolo arbitrale che spetta al Colle, perché si arriverebbe a privare il sistema di un perno indispensabile al suo funzionamento.
La democrazia è il più delicato fra i sistemi politici, perché deve tenere il popolo al centro, ma come obiettivo ed attore per il suo sviluppo, non come “audience” da aizzare in una direzione o in un`altra a seconda dei casi. Soprattutto in tempi di grande difficoltà del contesto internazionale e di crisi economica, educare il popolo e la classe politica alla comune coscienza delle regole che fanno funzionare il sistema è una risorsa importante.
Se si tiene questo quadro, alla fine più di una soluzione potrà essere possibile e tutte potranno rivelarsi buone, se usate come strumenti per rilanciare il bene comune e non per contare chi vince, politicamente s`intende, a braccio di ferro.

(articolo tratto da “Il messaggero” del 6 dicembre 2010, pag.1)

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