4 novembre 2014, Politica e società

Il Sinodo esploso nella libertà

di Raniero La Valle

l Sinodo dei Vescovi è esploso nella libertà. Come aveva fatto Giovanni XXIII che aveva liberato il Concilio permettendogli di eleggere i membri delle commissioni conciliari e sparecchiandogli il tavolo invaso dai testi già preparati, così ha fatto Francesco col Sinodo straordinario sulla famiglia. Come aveva detto al quotidiano argentino La Nación: “io sono stato relatore del Sinodo del 2001 e c’era un cardinale che ci diceva ciò che si doveva dibattere e ciò che non si doveva. Questo non succederà adesso. Ho perfino dato ai vescovi la facoltà, che spetterebbe a me, di scegliere i presidenti delle commissioni. Saranno loro a scegliere i segretari e i relatori. Questa è la pratica sinodale che a me piace. Che tutti possano esprimere le proprie idee in tutta libertà. La libertà è sempre molto importante. Altra cosa è il governo della Chiesa, che è nelle mie mani, dopo le consultazioni del caso”.
Così per quanto riguarda il metodo. Ma per quanto riguarda il merito la liberazione è stata ben più sostanziale, ed è stata formulata nell’omelia pronunciata da papa Francesco il 13 ottobre a Santa Marta, la mattina in cui doveva essere presentata la “relatio post disceptationem” cioè la prima relazione riassuntiva del dibattito fatta dal cardinale ungherese Peter Erdö. Parlando dei dottori della legge che contestavano Gesù, il papa ha detto: “non sono capaci di vedere i segni dei tempi. Perché questi dottori della legge non capivano? Prima di tutto perché erano chiusi. Erano chiusi nel loro sistema, avevano sistemato la legge benissimo, un capolavoro. Per loro erano cose strane quelle che faceva Gesù: andare con i peccatori, mangiare con i pubblicani. A loro non piaceva, era pericoloso; era in pericolo la dottrina, quella dottrina della legge, che loro, i teologi, avevano fatto nei secoli. Avevano dimenticato che Dio non è il Dio della legge, ma è il Dio delle sorprese”. E nella messa di apertura del Sinodo, commentando la parabola della vigna, aveva ammonito i vescovi a non frustrare “il sogno di Dio”, facendo come i cattivi pastori che caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili che loro non muovono neppure con un dito.
Dunque se c’era una cosa che doveva fare il Sinodo, non era certo di costruire nuovi piedistalli alla legge, ma di fare spazio all’inventiva e al sogno di Dio.
La svolta del Sinodo

Il Sinodo nel suo insieme si è fatto coinvolgere da questo clima creato dal papa e, benché non si possa sapere come finirà l’anno prossimo, certamente ha già segnato una svolta, e ha superato due soglie.
La prima è stata nel mutamento della percezione di che cosa sia il “deposito” che la Chiesa deve custodire e promuovere. Se prima il deposito era inteso come un insieme di dottrine, derivate da Dio, ora il deposito è inteso come le persone amate da Dio, e perciò non solo le persone della Chiesa, anche quelle del “mondo”. Sono loro di cui la Chiesa deve avere cura, che deve custodire, coltivare, far crescere.
La seconda è stata il seguito della prima: di nessuno si è parlato come di persone prive di valore o escluse dalla comunione o giacenti in uno stato, cioè in una condizione di vita di peccato, di disordine “oggettivo” (come si diceva degli omosessuali, dei divorziati risposati), ma di tutti si è parlato con comprensione e amore.
Si è detto ad esempio delle coppie di fatto, nella seconda congregazione generale, che anche situazioni imperfette devono essere considerate con rispetto: ad esempio, unioni di fatto in cui si conviva con fedeltà ed amore, presentano elementi di santificazione e di verità. E aggiunge la relazione presentata dal cardinale Erdö che spesso le convivenze o le unioni di fatto non sono dettate da un “rigetto dei valori cristiani” ma da esigenze pratiche, come l’attesa di un lavoro fisso. E dice dei matrimoni civili la stessa relazione, che ve ne sono “connotati da stabilità, affetto profondo, responsabilità nei confronti dei figli, e che possono portare al vincolo sacramentale”.
Sui divorziati risposati si è detto, nella terza congregazione generale, che la Chiesa deve presentare loro non un giudizio, ma una verità, perché la gente segue la verità e segue la Chiesa se essa dice la verità; che, quanto all’eucarestia, essa non è il sacramento dei perfetti, ma di coloro che sono in cammino; e dice la relazione “post disceptationem” che riguardo “a separati, divorziati e divorziati risposati non è saggio pensare a soluzioni uniche o ispirate alla logica del tutto o niente”; anzi bisogna avere “rispetto e amore” per ogni famiglia ferita pensando a chi ha subito ingiustamente l’abbandono del coniuge, evitando atteggiamenti discriminatori e tutelando i bambini. Restano le tre possibilità: mantenere la disciplina attuale, attuare una maggiore apertura per casi particolari insolubili senza nuove ingiustizie o sofferenze, oppure optare per la via “penitenziale” (con successiva ammissione all’eucarestia). In ogni caso aggiunge la relazione che “riguardo alle convivenze, ai matrimoni civili e ai divorziati risposati compete alla Chiesa di riconoscere quei segni del Verbo sparsi oltre i suoi confini visibili e sacramentali”: quei semi del Verbo che anche fuori della Chiesa aveva già riconosciuto il Concilio.
Riguardo alle persone omosessuali viene sottolineato nella relazione a metà Sinodo del cardinale Erdö che esse hanno “doti e qualità da offrire alla comunità cristiana”, per cui la Chiesa deve essere per loro “casa accogliente”; resta il no alle unioni omosessuali, ma “senza negare le problematiche morali che vi sono connesse, si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”.
Se in passato si è parlato per la Chiesa di una svolta copernicana, ebbene la svolta copernicana è qui: dalle dottrine alle persone, dal giudizio (“non negoziabile”) alla misericordia.

Il rischio di soluzioni riduttive

Tutto bene allora? In realtà subito dopo la relazione intermedia si sono scatenate le reazioni di chi l’ha accusata di parzialità e sostiene che non bisogna illudere nessuno perché mai la Chiesa potrà cambiare la sua posizione dottrinale e disciplinare su queste materie; e ciò si è detto soprattutto in riferimento alla questione più disputata che è quella della riammissione all’eucarestia dei divorziati risposati. Di fronte a queste resistenze anche veementi (come quelle da cui si fece intimorire il Concilio) il rischio è che si cerchi una soluzione giuridicistica (ad esempio moltiplicando le pronunzie di nullità matrimoniale) o si finisca per trovare una mediazione col dire che la dottrina resta com’è, ma che la disciplina viene reinterpretata secondo il criterio della misericordia: una specie di ripresa della distinzione tra tesi e ipotesi che fu tirata in ballo per superare le chiusure del magistero pontificio dell’Ottocento. Ma non sarebbe una cosa sana, perché il criterio ermeneutico della misericordia se vale per la disciplina tanto più deve valere per la dottrina e per la comprensione della parola di Dio da cui quella dottrina viene fatta discendere.
Allora il vero problema è se il monito del papa (e del Vangelo) a non sciupare il sogno di Dio mettendo sulla gente dei carichi insopportabili, sia compatibile con la dottrina che la Chiesa deduce dal detto di Gesù “non divida l’uomo ciò che Dio ha unito”, e con la disciplina che condiziona la comunione alla indissolubilità matrimoniale.
La domanda è legittima perché non sempre e non tutte le Chiese hanno adottato quella dottrina, e perché non esiste una lettura fissista e immutabile della parola di Dio consegnata nella Scrittura, ciò che secondo la Pontificia Commissione biblica sarebbe “un suicidio del pensiero”. E dopo la sentenza di Gregorio Magno secondo il quale “la Scrittura cresce con chi la legge” e dopo tutto il travaglio del movimento biblico del Novecento, culminato nella Dei Verbum del Concilio, sarebbe singolare che non si potessero trovare nuove ricchezze e cercare significati non fondamentalistici e non giuridicistici nelle parole di Gesù sull’unità indivisibile della coppia umana. Un esegeta di indubbio valore, il camaldolese p. Innocenzo Gargano, scrive ad esempio che Gesù ha proposto il suo ideale di indissolubilità come un fine o una perfezione da raggiungere, invocando la legge fin dal principio “inscritta nelle stelle”, senza per questo abrogare la legge più recente data da Mosè per una condiscendenza suggerita dalla “durezza del cuore”, cioè dalla condizione umana concreta: il che escluderebbe una traduzione tassativa, giuridica, e non spirituale delle parole di Gesù. E si potrebbe anche pensare che il comandamento primordiale a non dividere ciò che Dio ha congiunto non riguardi tanto le singole coppie umane, quanto l’unità vitale tra i due universi maschile e femminile, nella loro essenziale ed eguale dignità, contro le tentazioni separatiste, i patriarcati i matriarcati il femminicidio e le violenze reciproche di ogni tipo; e ancora di più che esso reclami l’unità indissolubile tra tutti gli uomini e le donne viventi sulla terra, che il primo a infrangere fu Caino e di cui la rottura più radicale sono il fratricidio e la guerra.
Ma oltre che per le parole di Gesù la Chiesa mette in relazione il sacramento dell’eucarestia e quello delle nozze seguendo San Paolo che nella lettera agli Efesini fa del matrimonio figura dell’unione sponsale di Cristo con la Chiesa; e siccome questa, per fede, è un’unione indissolubile, così deve esserlo anche quella degli sposi cristiani. Da ciò deriva che una volta contratto, il matrimonio non è più nella disponibilità dei coniugi, essi ne sono in qualche modo solo depositari, perché ormai rappresenta un’altra cosa che non è più loro, è l’unità tra Cristo e la Chiesa; la filosofia moderna la chiamerebbe un’alienazione. Perciò, come dice l’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II “Familiaris consortio” non si possono ammettere all’eucarestia i divorziati risposati perché “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata dall’eucarestia”.
Ma l’unità della singola coppia umana è un segno imperfetto di questa unione. Come ha scritto il vescovo di Anversa Mons. Johan Bonny in un documento in vista del Sinodo che è merito di “Koinonia” aver fatto conoscere in Italia, il rapporto che intercorre tra l’indissolubilità del matrimonio e l’indissolubilità del legame tra Cristo e la sua Chiesa non è una “identificazione”. “Le due indissolubilità non hanno lo stesso significato salvifico. Esse sono l’una per l’altra “segno” e “significato” … nessun segno può rappresentare in modo definitivo la realtà dell’alleanza d’amore di Cristo con l’umanità e la Chiesa. Anche il riflesso più bello dell’amore di Cristo è contrassegnato dalla limitatezza e dal peccato umano”.
Senonché la partita non si gioca sul segno: la partita si gioca sul significato; se il segno viene meno non vuol dire che viene meno o è compromessa la realtà significata. Se la Gerusalemme politica diventa la società dell’odio non vuol dire che la Gerusalemme celeste sia perduta. Se finisce un matrimonio, non finiscono le nozze di Dio con l’umanità.

L’indissolubilità inciampa sulla morte

In ogni caso c’è un limite in questa perfetta specularità che la Chiesa cattolica ha inteso stabilire tra indissolubilità del matrimonio e definitività dell’unione di Cristo con la Chiesa. Infatti il matrimonio per la Chiesa non è veramente definitivo: poiché lo considera un contratto, esso si scioglie con la morte. E qui la corrispondenza tra le due unioni finisce. Alla morte di un coniuge l’altro non è più legato, e questo rende impossibile che la similitudine tra il matrimonio umano e l’unione tra Cristo e la Chiesa possa andare oltre il valore simbolico, essendo il simbolo solo un’ombra della realtà, e in questo caso talmente infermo da avere termine nella morte, in contrasto con la caratteristica essenziale del rapporto di Cristo con la Chiesa, che non viene mai meno.
Non a caso nella Chiesa antica non venivano incoraggiate le seconde nozze dei vedovi. Tertulliano addirittura le escludeva. A un certo punto sorse anche un’eresia, quella dei novazioni, che erano rigoristi e sostenevano che i digamoi (bigami) – come erano chiamati sia i vedovi che i divorziati risposati – al pari degli omicidi e di quanti avevano abbandonato la fede a causa delle persecuzioni, non potessero essere riammessi alla comunione ecclesiale; e, come ci ha spiegato Giovanni Cereti, ci volle il canone 8 del Concilio di Nicea per condannare questa posizione come oltranzista, ammettendo all’eucarestia dopo le seconde nozze sia i vedovi che i reduci da un matrimonio finito.
Si può dire che non fosse priva di coerenza, rispetto al modello paolino, l’idea che il legame coniugale non venisse meno nemmeno con la morte, ma in tal modo il “mistero grande” di cui aveva parlato Paolo veniva trasformato in un comando vincolante per tutti.
Se poi il matrimonio è un patto che viene sciolto dalla morte, cioè a causa di forza maggiore, indipendentemente dalla volontà dei coniugi, si può pensare che essi possano scioglierlo anche per altre cause di forza maggiore; a meno che non si ritenga che la morte sia data direttamente da Dio che in tal modo scioglierebbe ciò che prima aveva unito. Ma la morte non è da Dio.
Aver fatto della morte il discrimine dell’obbedienza al precetto dell’indissolubilità matrimoniale, porta alla Chiesa, e a tutta la comunità cristiana, incresciose conseguenze.
Secondo l’attuale disciplina il divorziato risposato non può fare la comunione finché è in vita l’altro coniuge, perché suo malgrado gli è rimasto, per la Chiesa, legato. Potrà fare la comunione appena l’ex coniuge muore. Una cosa così grande, così necessaria, così piena di grazia, il cristiano potrà averla solo a patto della morte di un altro. Questa potrebbe perfino apparire desiderabile, come talvolta accadeva nella società secolare, prima del divorzio (il divorzio all’italiana!). Ma può accadere nella Chiesa? La Chiesa non dovrebbe fare della morte la condizione per dare la vita, per concedere i suoi sacramenti. Non può essere la morte l’amministratrice dei doni di Dio. Tocca al Sinodo, ora, spodestarla.

(“Rocca”, n.21 del 2014)

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