28 novembre 2012, In evidenza - Politica e società

Il ruolo nazionale del sindacato

di Michele Prospero

Non ci sono toni celebrativi nel libro-intervista di Susanna Camusso (Il lavoro perduto, editori Laterza). La «ragazza con la sciarpa rosa», che continua ad amare Hobsbawm anche ora che è alla guida della Cgil, avrebbe potuto solleticare l’orgoglio di sindacato.
Cosa sarebbe l’Italia senza la Cgil? In anni turbolenti, che hanno sconvolto la repubblica dei partiti e spezzato simboli, organizzazioni, identità, il mondo del lavoro è rimasto, con le sue strutture di mobilitazione, un presidio per una democrazia smarrita. Questo anello della continuità storica della nazione nonché garante della tenuta sociale in un sistema sfilacciato nelle sue istituzioni, ha consentito al Paese di reggere il carico di sfide difficili.
Più che rivendicare i meriti acquisiti, a Camusso preme ragionare sulle difficoltà del sindacato oggi, costretto a divincolarsi in «una stagione difensiva» entro cui il lavoro percepisce il suo scivolamento verso una condizione di povertà. Il segretario della Cgil avrebbe potuto accentuare il ritratto a tinte fosche di un’età di capitalismo irresponsabile inginocchiato dinanzi ad una aggressiva finanza speculativa («Prima della crisi le imprese hanno goduto a lungo di alti profitti. Hanno scelto di spostare gli asset nella finanza, immaginando di ricavarne un guadagno alto e a breve»). E invece la sua ossessione è di ricercare la via dell’innovazione culturale e organizzativa per riparare ad un deficit di rappresentanza (delle professioni precarie, autonome e flessibili).
Disgregato dalle delocalizzazioni, frantumato dal micro capitalismo, disarticolato dalle invenzioni giuridiche di una miriade di tipologie contrattuali, intrappolato dall’indebolimento della contrattazione nazionale, il mondo del lavoro deve cicatrizzare le ferite e inventare strategie per rappresentare i nuovi e antichi ceti subalterni. Certo che la rappresentazione dei nuovi lavori invisibili e la sorte disperata delle due generazioni usa e getta, sfidano anche il sindacato, spesso percepito come la trincea dei garantiti («Dove le assunzioni si fanno, i nostri iscritti sono anche i giovani», ricorda Camusso). Ma il sindacato penetra nell’universo del lavoro atipico, nei call center o negli studi professionali è la vittima di questa cieca propensione del capitale ad edificare un regime dell’insicurezza permanente (anche a chi lavora in un cantiere fanno aprire una partita Iva!), non certo l’artefice di gabbie di esclusione. Nondimeno Camusso riconosce che la linea della solidarietà con i precari si è infranta e che «abbiamo sbagliato a non usare la forza collettiva dei più garantiti per difendere anche le persone senza contratto o con contratto atipico».
Il blocco parassitario insediato in Italia non è riconducibile al sindacato dei diritti, che invoca mutazioni di processo e di prodotto, ma a un capitalismo che accumula ricchezza senza alcuna innovazione, che compete nel mercato globale senza effettuare gli investimenti adeguati. Solo con il contenimento del costo del lavoro e con la precarizzazione di massa non si determina però la crescita, si sparge anomia e inefficienza. Rispetto all’asfissia dell’impresa e ai ritardi delle istituzioni, il sindacato pratica da sé l’apertura universalistica che solo il lavoro può sprigionare. Andando oltre le stratificazioni etniche, riconosce un ruolo all’immigrato (il 15 per cento degli iscritti è straniero) sulla base dell’assunto di Camusso che «il sudore del corpo che lavora ha un solo colore».
Le contraddizioni del tempo non giustificano i ritardi (Camusso trova strano che i giudici con «interpretazioni ardite» abbiano letto l’art. 18 come il divieto di licenziamento in assoluto) nella costruzione della postmoderna rappresentanza sociale (gli autonomi precari pagano la stessa aliquota di un dipendente senza avere però uguali prestazioni previdenziali, assicurative, sanitarie). La lotta alle diseguaglianze non esclude per Camusso un momento di cooperazione con una impresa che davvero interpreti l’innovazione e smetta di sognare un soggetto insicuro, precario, più povero. Non Marchionne, con le sue venature dispotiche, ma Squinzi («Un imprenditore che ama la sua azienda, non punta a dividere i sindacati e non vuole entrare in politica») può essere un interlocutore nel ridefinire il rapporto tra impresa e lavoro.
Nella debolezza del sistema produttivo una redistribuzione del reddito passa più che su una strategia del conflitto su una leva fiscale che combatta l’evasione come fattore di diseguaglianza. Per Camusso il conflitto va declinato in forme nuove. La figura centrale della classe (il bracciante, l’operaio di fabbrica) non è oggi disponibile e anzi la categoria con la maggiore quota di iscritti nella Cgil è quella dei lavoratori del terziario (commercio, servizi, turismo dove peraltro l’età media dei delegati è sotto i 30 anni). Ciò impone al sindacato un potenziamento della sua natura confederale e la rinuncia a sirene corporative. Il richiamo al generale non è estraneo al sindacato che non respinge le politiche di rigore, quando necessarie. Per il carico di sacrifici connessi alla pratica della concertazione, Camusso polemizza con le deformazioni semantiche di Monti che descrive un fantasioso paradiso di concessioni e di sprechi. La classe lavoratrice non ha mai avuto bisogno di lezioni edificanti per rispolverare il senso dello Stato, appannato proprio nei ceti dominanti.
La crescita per Camusso scavalca gli accordi tra le parti sociali ed evoca un nuovo governo pubblico (grandi opere, politica industriale, riacquisizioni, investimenti di qualità e di indirizzo a utilità differita, cura di aziende strategiche). Il nesso con la politica è ineludibile: «Il sindacato deve essere autonomo da ogni governo, non indifferente a chi governa». Il ruolo politico del sindacato non significa, come ha ritenuto la Fiom, costruire uno specifico soggetto. Implica invece per Camusso la possibilità di guardare con attenzione agli sforzi per recuperare un radicamento sociale dopo le scorciatoie del Lingotto. Dinanzi a un partito che con Bersani torna a cimentarsi sulla rappresentanza del lavoro, la Cgil non può restare indifferente.
Oggi Camusso rimarca un connubio insidioso tra liberismo e antipolitica proposto dai poteri dell’economia che hanno sostenuto il ventennio berlusconiano con la sua grottesca fabbrica della devianza. Il lavoro è rimasto l’unico principio di realtà in un Paese che proprio nelle sue classi dirigenti si è lasciato incantare da stupide narrazioni. Le velleità di ricollocare la sinistra sul terreno del liberismo (la vita come un eterno centro commerciale in cui il consumatore trova appagamento simbolico e cestina cultura, civismo, beni pubblici e comuni) appaiono sorprendenti.
Riscoprire il lavoro perduto secondo Camusso è la risposta a queste derive. Senza il lavoro si spezza l’identità del soggetto, si infrange la via della responsabilità, si inaridisce il percorso dell’autonomia. Non si combatte la disuguaglianza, l’esclusione, la marginalità e il declino senza provare a rappresentare il lavoro. Il lavoro è in Camusso la condizione per la restituzione di visibilità allo spazio pubblico, che pare sempre più colonizzato dalle potenze del denaro. Riemergono così antiche questioni di libertà e liberazione. Camusso le ripropone con una bella immagine di Trentin: «Un operaio deve poter imparare a suonare il violino se vuole».

(“L’Unità”, 28 ottobre 2012)

Lascia un commento