27 aprile 2013, Politica e società

Il rogo che brucia i candidati per il Quirinale

di Concita De Gregorio

Roma - Palazzo del QuirinaleVeleno, pugnale o franchi tiratori. È così che si uccide un candidato sicuro. Lo spiegò Donat Cattin ai suoi il giorno in cui decisero di far fuori Leone in favore di Saragat, era il 1964 e moltissimi dei parlamentari oggi eletti alla Camera non erano ancora nati. “Moro mi ha detto di usare mezzi tecnici. Io di mezzi tecnici conosco solo questi tre”. Sono passati cinquant’anni e siccome nessun candidato è mai stato eliminato col veleno e col pugnale si può star sicuri di quale sia l’arma letale, ancora oggi: i cecchini dell’aula. Lo sanno bene tutti quanti, chi non lo sa – chi ancora pensa che sarebbe bellissimo eleggere al Colle un’alta e nobile personalità libera, una donna o persino un uomo di cultura e di pensiero – sarà bene che si affretti al ripasso.
C’è una ragione semplice per cui il candidato ufficiale, concordato, condiviso alla vigilia non è stato mai eletto, con due sole eccezioni, al Quirinale: quella ragione si chiama voto segreto.
Dal decalogo delle non-regole di Giulio Andreotti (“Non ci sono regole, ci sono solo errori da non fare”): “Il candidato ufficiale non viene eletto mai o quasi mai perché nel voto segreto c’è la reazione dei peones contro le segreterie di partito”. Contro le segreterie quando c’erano i partiti, contro gli interessi ora che ci sono questi, contro un leader prepotente, contro uno sgarbo ricevuto
anni prima, contro un processo subito in conto d’altri, contro un collega che ti ha rubato il seggio o la fidanzata quando avevate vent’anni e ora che ne avete sessanta il rancore è ancora tutto lì, armato di truppe di devoti reclutate nei decenni. D’Alema, Amato, Marini e tutti i reduci delle antiche stagioni facciano i loro conti, ripensino alle loro biografie.
“Temo che possano incontrare più dissenso a casa loro che altrove”, osserva Cirino Pomicino. “Avvantaggiato, in questo caso, è chi una ‘casa propria’ non l’ha più”. Intende Amato, certo. E’ un’opinione avveduta. Sa bene, il vecchio Cirino, che si possono mettere in campo tutte le strategie più raffinate, lavorare alle intese giorno e notte. Si può stabilire, poniamo oggi, che il lavorìo sotterraneo fra Pdl e Pd per raggiungere una candidatura condivisa converga infine sui nomi che fin dal principio Silvio Berlusconi ha messo in campo per evitare che si ripeta ciò che accadde per la prima volta con Napolitano, cioè che sia il centrosinistra da solo a votare il suo candidato. Potrebbe, anche questa volta dopo il terzo scrutinio — quando basteranno i 504 voti della maggioranza semplice — il centrosinistra potrebbe. Tuttavia la partita è delicatissima, c’è un governo da fare, una fiducia da trovare: l’intesa sul Quirinale è la posta grande, il resto ne deriva. Amato o D’Alema, ha detto Berlusconi al Pd. In subordine si scaldi Marini. Ma non basta, quand’anche si stringesse l’accordo: non basterebbe.
Come mai, ci si deve chiedere, nessuna altissima personalità della cultura è stata mai eletta al Quirinale? Perché rinunciò Benedetto Croce, scrivendo a Nenni no grazie, perché non fu mai Toscanini? Perché nessun leader di partito, nessun potente, nessun padre della Patria? Non sono stati eletti Nenni, De Gasperi, Moro, Andreotti, Fanfani, Spadolini, La Malfa, neppure Forlani né De Mita. Non-regola andreottiana numero tre: “Al Quirinale non può andare un leader di partito, né tanto meno di corrente”.
E perché mai? Perché in un altro tempo, un tempo diverso da questo, la politica dei partiti era più importante del Colle e lo manovrava. Perché servivano uomini in fondo grati. Il Quirinale non aveva tanto peso quando a decidere la politica erano le segreterie. De Gasperi non volle andarci mai: “Al Quirinale mi sentirei già morto”. E però le cose sono cambiate almeno due volte: la prima con Scalfaro, eletto all’alba di Tangentopoli. Una mutazione genetica, quella del ‘92’94. La scomparsa delle culture di riferimento dei grandi partiti della tradizione europea (socialisti, cattolici, liberali, verdi) sostituita dal programmismo e dal leaderismo. Un leader, un programma. È così che inizia il trasformismo parlamentare, sconosciuto o quasi nei primi 40 anni di vita della Repubblica. La seconda rivoluzione oggi: ora che la politica si scrive (anche) sul web e che il leaderismo si trasforma in settarismo dal sapore, in qualche caso, autoritario. Ora che c’è nebbia e nessuno vede più l’orizzonte, ora che il Quirinale rischia di diventare l’ultima trincea su cui si arroccano i vecchi poteri. Se ci riescono ancora, se possono. Se il tempo nuovo si distrae e non fa in tempo a decifrare i geroglifici delle vecchie regole. O non-regole, peggio.
E’ il più indecifrabile dei giochi, questo. E’ una palude di sabbie mobili da cui compaiono mostri mai visti prima. Le ragioni di una caduta o di un’ascesa non sono mai quelle che sembrano. Raccontano che Fanfani, per esempio, non arrivò mai al Colle “anche perché si temeva molto la moglie, donna quanto mai energica e paladina di buone cause, dispensatrice di premi”. Una concausa, certo, ma ci fu anche questa: troppi premi da dare, troppo protagonismo difficile da disinnescare. Racconta anche Gaetano Gifuni, per molti anni segretario generale del Senato e poi del Quirinale con Scalfaro e con Ciampi, che chi chiuse la partita su Saragat fu Moro e lo fece ad una condizione mai sin qui censita: che richiamasse in servizio alla segreteria generale il barone Picella, detto ‘baron glacèe’, uomo freddissimo e di grande sapienza istituzionale in cui Moro riponeva la massima fiducia, cerniera essenziale nel caso di ascesa di un socialdemocratico al Colle. Poi certo, hanno pesato le faide, i risentimenti, i calcoli, le ingenuità. Andreotti: “Merzagora pensava di essere eletto perché pranzava spesso col comunista Scoccimarro. Aveva confuso la cortesia con i voti”. Merzagora, bruciato in tre giorni: “Mi fecero giocare a mosca cieca. Vennero in delegazione alle dieci di sera a garantirmi voti che non avevano. La notte mi affondarono”. E’ sempre la notte, che affonda.
Morì di notte la candidatura di Sforza, “cacciatore di gonnelle in attività”. Per Pertini Giancarlo Pajetta telefonò di notte a Zaccagnini: “Ricorda che mi hai dato la tua parola di partigiano”. Ricordo, rispose lui. Morì tre volte quella di Fanfani e fu lì che si perfezionò il controllo dei franchi tiratori, l’arma letale: si controllavano i cecchini facendo scrivere loro il nome a penna rossa o a matita, a qualcuno si chiese di anteporre un titolo, certi dovevano scrivere professore, altri senatore, altri ancora presidente. Si potevano contare, così.
Quarta e quinta non-regola: giocare d’anticipo, disinnescare gli avversari. Di Pertini dicevano che era vecchio, aveva 82 anni. Lui chiamò i cronisti e dettò alle agenzie: “Mio fratello è morto a 94, mio padre ha superato i novanta e anche mia madre, a 90, è morta perché è caduta dalla sedia”. Bisogna poi saper organizzare una fronda, come ha spiegato bene Ciriaco De Mita ripercorrendo l’elezione di Cossiga, unico insieme a Ciampi a passare al primo scrutinio. Fu una resa dei conti in casa Dc appoggiata dall’opposizione,
ma in segreto e proprio all’ultimo minuto. Serve qualcuno che lavori per te facendo finta di lavorare contro. Serve qualcuno che ti avvisi quando è il momento di sfilarsi: Andreotti aveva avvisato Fanfani, “non farti buggerare”. Fanfani, con le stesse parole, aveva avvisato Nenni. Contro Fanfani e per Gronchi si era schierato Pertini, complice l’eterno Andreotti. Fanfani però ci aveva sperato fino all’ultimo, fino a quanto gli toccò leggere su una scheda “nano maledetto non sarai mai eletto”. Era lì, in piedi, accanto al presidente della Camera. I suoi lo avevano avvertito: lascia perdere, è una trappola. Era vero, ma vai a sapere di chi ti puoi fidare. Certo non degli amici, questo è sicuro.

(“La Repubblica” 4 aprile 2013)

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