18 aprile 2012, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Il personaggio. Il candidato socialista ancora in testa ai sondaggi a sei giorni dal voto

di Anais Ginori

Sulla linea della metropolitana, i militanti socialisti che vanno a vedere François Hollande fino al Château de Vincennes, nell’est della capitale, passano per la fermata Concorde, dove si tiene il comizio di Nicolas Sarkozy. Qualcuno fischia, altri intonano “François Président”.
C’è anche chi non dice nulla, alza solo lo sguardo, come un gesto di preghiera a invocare la sospirata vittoria. «Sono pronto» ripete diverse volte il candidato socialista sul palco, davanti alle bandiere con la rosa nel pugno. Hollande vuole esprimere l’urgenza della sfida che si sta per compiere.
Mancano solo sei giorni al voto del primo turno ma è almeno da un decennio, ricorda il candidato socialista, che la gauche è condannata all’opposizione.
Le changement c’est maintenant, il cambiamento è adesso, martella lo slogan disseminato sui manifesti. «Nessuno ci fermerà» aggiunge Hollande che ha organizzato il raduno come una festa popolare, bancarelle con vino e salsiccia, orchestrine e teatro di marionette per i bambini.
Sullo sfondo il maestoso castello voluto da Carlo V. Il fraseggio del candidato socialista è sempre pacato, quasi monocorde, se non fosse per la voce rauca, che ogni tanto si abbassa. La sua compagna Valérie Trierweiler, ai piedi del palco, sta cercando di curarlo con tè caldo e miele. Insieme, fanno un lungo bagno di folla. Salutano, stringono mani.
Lei, ostinatamente riservata, scrive sul suo conto Twitter: “Giornata particolare. Emozioni. Giovani. Destino. Primavera”. Hollande è sorridente, rilassato, non vuol far credere di dare l’elezione per scontata. Continua a lanciare messaggi ai moderati. «La nostra vittoria può spaventare i mercati? No, solo il presidente-uscente» commenta, fedele alla strategia di nominare mai Sarkozy per nome.
Durante quaranta minuti di un discorso sobrio, Hollande parla di «sogno francese», immagina una «nuova frontiera», citando implicitamente John Fitzgerald Kennedy. Più che scaldare le folle con citazioni storiche e toni lirici, argomenta, snocciola i motivi per non disperdere i voti della sinistra. «Sono il candidato dell’esclusionee della rabbia. Ma devo tradurre questi sentimenti in governo» spiega, lanciando un messaggio agli elettori di JeanLuc Mélenchon, leader del Front de la Gauche. Molti militanti sono venuti a Vincennes incollandosi addosso un adesivo. «Ricordatevi cos’è successo il 22 aprile».
La data evoca lo spauracchio del primo turno alle presidenziali del 2002, quando il socialista Lionel Jospin non arrivò al ballottaggio anchea causa delle rivalità interne alla gauche. Non a caso, dietro a Hollande, è schierato lo stato maggiore del Ps. Il segretario Martine Aubry, la candidata del 2007 Ségolène Royal, gli ex premier Laurent Fabius e Jospin. La fotografia d’insieme non dà l’idea di rinnovamento, se non fosse per le due giovani a cui tocca intrattenere i militanti in apertura del comizio: la deputata Aurélie Filipetti e la portavoce di Hollande, Najat Vallaud-Belkacem, astri nascenti del partito.
«Non fate vincere il fatalismo e la rassegnazione: andate a votare» è l’incitamento di Hollande.
L’altra minaccia che plana sul voto è l’astensionismo. Il 30% degli elettori potrebbe non recarsi alle urne, record degli ultimi anni.
«Oggi, non vi chiedo di aiutarmi, vi chiedo di aiutare la Francia» dice ancora il candidato socialista, capovolgendo l’appello lanciato da Sarkozy. I riferimenti al rivale sono sempre indiretti, anche se l’anti-sarkozysmo è uno straordinario collante per la sinistra.
Hollande attacca il governo, le promesse non mantenute, parla di una nazione «divisa» al suo interno e «sminuita» sul piano internazionale. Ma anche gli accenni polemici sfumano rapidamente. Conta, sopra ogni cosa, tagliare il nastro del traguardo.

(“La Repubblica”, 16 aprile 2012)

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