7 agosto 2010, Politica e società

Il Pd, la priorità della politica e la critica del capitalismo.

di Giovanni Bianco

Come scritto il frangente politico non è dei migliori, c’è chi è giunto a parlare di pagliacciata che può trasformarsi in tragedia (v.C.Maltese , “La catastrofe da evitare”, su “La Repubblica” di ieri).
Lo scenario appare mobile e caotico, con una maggioranza che non si sa bene quale estensione abbia.
Tuttavia si registra qualche segnale positivo che viene pure dalle ultime dichiarazioni di Bersani, che torna a parlare di dialogo tra le opposizioni, nuove possibili maggioranze, che evidenziano una forza politica non ripiegata su sè stessa, isolata ed inerme.
Il segretario del Pd dimostra ancora una volta che vuole definitivamente abbandonare l’immagine gassosa ed incerta, confusionaria e moderata del Pd veltroniano (davvero senza un’anima e perdente).
Parla di “rischio per la democrazia”, chiede una convergenza delle forze di opposizione, pone al centro del suo discorso pubblico la politica nel senso alto e strategico del termine, accenna alle alleanze.
Ciò non vuol dire che non un colpo di bacchetta abbia cancellato tutti gli attuali limiti di questo partito, che restano evidenti.
Ciononostante ha dato un segno di vitalità, di capacità di non trascurare le mutazioni in atto, di saper leggere gli eventi.

E, intendendo svolgere sul tema riflessioni di più ampio respiro, trascendenti rispetto alla comunque molto rilevante crisi politica accennata, sono da evidenziare la rilevanza del progetto bersaniano e gli ostacoli che esso incontra nello stesso Pd.
A tal proposito Raniero La Valle ha di recente osservato (“Alla fine di un regno”, su l’ultimo numero di “Rocca”, pure pubblicato su questo sito), con la sua consueta limpidezza, che il generoso tentativo dell’attuale segretario del Pd è fortemente contrastato da quella che lui definisce “ideologia veltroniana”, che non esita a tessere lodi alle presunte virtù intrinseche del capitalismo, alla sua forza creatrice, senza cogliere il senso profondo della recente crisi economica mondiale e delle forti discrasie della globalizzazione economica e senza differenziarsi da chiavi di lettura proprie dei moderati o, persino, dei conservatori.
C’è da notare che la scommessa di Bersani è quella di riuscire a fornire un’identità al Pd nell’ambito della migliore tradizione riformista e socialdemocratica europea aggiornata. Nonostante le critiche che gli si rivolgono, talora banalizzando i suoi intenti, si tratta di un programma che merita rispetto,che mira a ridare un ruolo guida alla politica  nei confronti dell’economia e del magmatico neocapitalismo globale, fonte di diseguaglianze, conflitti e nuove povertà.
Il che può pure voler dire sforzarsi di dare un significato al concetto di alternativa politica.

Recenti contributi confermano tutta l’attualità di questi stessi propositi.Fare i conti con il capitalismo, come ben chiarisce il costituzionalista e teorico dello Stato Bockenforde, in suo recente saggio (“Di cosa soffre il capitalismo”, in “Chiesa e capitalismo”, a cura di E.W.Bockenforde e G.Bozoli,con introduzione di M.Nicoletti, Morcelliana ed.), che conferma, peraltro, la scomoda attualità delle idee di Dossetti, non significa nè riporre in soffitta il pensiero di Marx (almeno i suoi aspetti più attuali), nè rinunciare alla migliore tradizione tomistica e solidaristica cattolica; nè, inoltre, edulcorare i difetti del sistema liberista, connotato da un “interesse acquisitivo potenzialmente illimitato”, da un “impulso determinante” di “un individualismo autoreferenziale che spinge chi è coinvolto a sempre maggiori acquisti, innovazioni, guadagni”, senza perseguire “un obiettivo sostanziale dato”.
Cioè, in altri termini, come scrisse, tra gli altri, oltre dieci anni addietro, Pietro Barcellona, con altro percorso argomentativo, siffatto è il volto terribile dell’”individualismo proprietario” con cui ogni democrazia che intende essere effettivamente tale deve misurarsi, per temperarlo e limitarlo nel rispetto del pluralismo.
E’di conseguenza necessario analizzare e studiare l’unico sistema di produzione esistente (o, quantomeno, ampiamente predominante) con senso critico, anche per assegnare al pubblico potere quel compito, non strumentale nè soffocante, di indirizzo e di controllo che non può non spettargli(lo stesso Bockenforde, nello scritto surriferito, ha sostenuto che lo Stato non è “una variabile funzionale” del capitalismo), proprio perchè, per riprendere le parole dell’importante intellettuale europeo citato, “la solidarietà tra e verso gli uomini non è il principio strutturante questo sistema”.
Il futuro della sinistra e dei riformisti non può essere, di conseguenza, quello di cantori dei pregi (o presunti tali) del modo di produzione liberista, così sottovalutandone la “spirale autodistruttiva” ed il rischio che siano travolti i valori propri della modernità e della rivoluzione francese, la libertà, l’eguaglianza e la solidarietà.

Tali argomenti non possono non riguardare da vicino i progressisti italiani ed il Pd, caratterizzarne anche la feconda dialettica tra punti di vista differenti. La posta in gioco è troppo alta e non devono essere trascurati. Tuttavia il discuterne non può spingere a cercare scorciatoie o soluzioni facili ed insoddisfacenti per una sinistra che non può non essere anche critica, soprattutto verso le nuove condizioni di diseguaglianza, economica e sociale, nazionali e planetarie.

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