4 marzo 2011, Politica e società

Il Pci distante dall’Urss e sempre antisocialista

Tessera PCI 1945 - Fronte & Retrodi Mario Pirani

Sia pure con un mese di ritardo (febbraio 2011) la rivista di Emanuele Macaluso, “Le nuove ragioni del Socialismo”, dedica un inserto (Macaluso, Petruccioli, Formica, Cafagna, Landolfi) al 91° anniversario della nascita del PCd´I (21 gennaio 1921), come si chiamò ai suoi primordi il Pci.
Molti possono chiedersi quale attualità abbia oggi una riflessione politica su questa esperienza, al di là dell´interesse storiografico, ma, quanto a me, resto del parere che ripercorre con spirito critico alcuni momenti di questi 90 anni, possa ancora servire a mantenere idealmente aperta la prospettiva di una sinistra di governo. Uno dei temi che tornano nei saggi su ricordati è il permanere nel Pci, lungo quasi tutto l´arco della sua storia, ad esclusione dal ventennio 1936-1956, caratterizzato dal patto di unità d´azione, di una pulsione anti socialista a pressione variabile ma, comunque, tale da rendere velleitaria la costruzione di una sinistra di governo anche nei momenti in cui Pci, Psi e Psdi sfiorarono il cinquanta per cento dei suffragi. Neanche dopo la caduta del Muro di Berlino e via via che si rese sempre più indiscutibile il fallimento del regime comunista, Mai dal gruppo dirigente del Pci venne rimessa in discussione la scelta del 1921 e il permanere di un antisocialismo che, se da lì ebbe origine, aveva seguitato ad inverarsi nei decenni successivi, sia sul terreno emotivo viscerale dei militanti sia nelle formule politiche dei dirigenti. Persino per Amendola, che pur propugnò, nel più totale isolamento, la unificazione dei due partiti, quello di Livorno fu un “errore provvidenziale” e solo Umberto Terracini, eretico per natura, ebbe l´ardire di collegare la vittoria del fascismo alla scissione del ´21 ed affermare, cosa che non venne mai più ripresa da alcuno, neppure da D´Alema o Veltroni, che “Turati aveva ragione”. La “provvidenza” di quell´errore trovò supporto in due motivi. Il primo fu che esso s´incrociò e rese percorribile quella contraddizione che permise al partito, anche per la forza che derivava dal rapporto con l´Urss, di svolgere la funzione principale nelle file dell´opposizione al fascismo. Un partito dal bolscevismo attenuato poté, quindi, presentarsi agli italiani e alle giovani generazioni come il presidio più attivo e pugnace nella lotta per la riconquista della libertà democratica. E ciò malgrado le sue radici ideologiche e politiche derivassero da valori totalitari implacabili. La seconda ragione di quell´errore fu invece di segno del tutto negativo. Neppure Berlinguer, infatti, quando accettò il Patto atlantico (1976) e proclamò lo “strappo” dall´Urss, promosse coerentemente “un revisionismo politico-ideologivo tale da collocare il partito fuori dal campo del comunismo… e mantenne nel suo bagaglio ideologico il superamento del capitalismo”. (Macaluso). Come ribadì esplicitamente Berlinguer poco prima della sua scomparsa, parlando ai cancelli della Fiat. Del resto neppure dopo la fine dell´Urss e le varie trasformazioni dal Pds al Pd, i post comunisti affrontarono il nodo di fondo dell´alveo socialdemocratico nel quale reinventarsi. Piuttosto ripresero il rapporto con i cattolici, trasformando quella che poteva essere una decisiva alleanza, in una fusione tra le loro correnti di sinistra. Ne uscì un partito ad identità incerta mentre in tutta Europa i socialisti restavano l´unico movimento di opposizione vocato a un ritorno al governo. Il Pd invece non è riuscito a essere laico (per un´insuperabile, interna, divisione di fede), non è riuscito a raccogliere la bandiera dell´unità d´Italia e del mondo del lavoro e, infine, a rappresentare davvero tutto il riformismo. Una prova senza smentite la si è avuta in tutte le battaglie sindacali di questi anni in cui la Cgil ha rappresentato una palla al piede del Pd e la Cisl e la Uil degli avversari più o meno dichiarati. Come ai tempi del referendum sulla scala mobile.

(“La Repubblica”, 28 febbraio 2011, pag.45)

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