30 maggio 2012, Cultura - Politica e società

Il paradosso dell’Italia senza destra

di Ernesto Galli della Loggia

Per capire le vicende della destra nell’Italia repubblicana conviene, a mio giudizio, prestare più attenzione al panorama ideologico complessivo del Paese che al sistema dei partiti in senso stretto. È innanzitutto sul piano delle idee, infatti, che si è decisa la sorte della destra italiana. La destra ha perso la sua battaglia politica allorché per mezzo secolo, tra il 1948 e il 1994, non è riuscita in alcun modo a disporre delle risorse intellettuali necessarie per rompere con il passato da un lato, e dall’altro per diventare un diverso luogo di formazione e di coagulo di una classe dirigente.

La storia culturale della cosiddetta Prima Repubblica è stata dominata per mezzo secolo da un punto di vista genericamente di sinistra. Dal 1948 al 1994 è quasi impossibile trovare un romanzo di successo, un manuale scolastico, un libro di storia, un film, un programma televisivo di qualche valore che in un modo o in un altro non rifletta un tale punto di vista. All’egemonia della sinistra nella sfera pubblica ha contribuito in maniera molto significativa anche la Carta costituzionale adottata nel 1948, i principi della cui prima parte si ispirano a una visione solidaristica, tendenzialmente egualitaria, di tutela collettiva soprattutto degli interessi più deboli, che rientra pienamente nella tradizione della sinistra e del cattolicesimo democratico.

Come si sa, questi principi costituzionali hanno cominciato ad avere sempre più larga applicazione a partire dagli anni Sessanta del Novecento, con la diffusione nel discorso ufficiale del Paese della cosiddetta «cultura della Costituzione». Si tratta di un orientamento di etica pubblica – politico solo in senso lato, ma niente affatto neutrale – il quale ha avuto l’effetto di diffondere e legittimare un punto di vista – direi qualcosa di più: una vera e propria visione del mondo, ispirata ai valori e alle idee propri della sinistra.

Dunque, durante la Prima Repubblica la destra in senso proprio, la destra politica e i suoi partiti, sono stati di fatto marginali se non inesistenti. Anche su un piano non immediatamente politico i valori definibili di destra non sembrano aver conosciuto miglior fortuna. Va sempre tenuto a mente che in Italia il tempo della Repubblica e della democrazia ha coinciso con un’immensa trasformazione sociale di cui sono ben noti i caratteri. In non più di una ventina d’anni, dal 1960 al 1980, il volto dell’Italia è diventato completamente un altro. Questa grande trasformazione ha significato per milioni di persone soprattutto una cosa: la fine di una povertà secolare. Dunque non può stupire che essa sia stata vissuta come un fatto radicalmente positivo. In tal modo, anche se comportava tensioni e lacerazioni, la dimensione della rottura, del nuovo, acquistò nel Paese un prestigio immediato, quasi ovvio. Tutto ciò che era vecchio, antico – che si trattasse di paesaggi, di fogge di abbigliamento, di rapporti sociali, di abitudini mentali e di vita – apparve indifendibile.

A spingere in tal senso, oltre la natura delle cose, ha contribuito anche una peculiare caratteristica della modernizzazione italiana: e cioè la massiccia politicizzazione con la quale essa è avvenuta. Una politicizzazione cui i vasti movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta diedero – di nuovo! – un forte segno di sinistra, coinvolgendo molta parte dei ceti medi, specie quelli addetti all’istruzione e al pubblico impiego, e non a caso determinando la massima espansione elettorale del Partito comunista. Pur così tuttavia restava ben vivo nel Paese un elettorato potenzialmente diverso ed estraneo rispetto alla vulgata ideologico-politica dominante e ai suoi partiti. E cioè un elettorato di massa che da un punto di vista sociologico era potenzialmente di destra.

Fu solo nel 1994, tuttavia, che questo elettorato, fino allora rimasto nascosto sotto il grande mantello della Democrazia cristiana, ebbe realmente modo di venire allo scoperto. Perché ciò accadesse fu necessario il sovrapporsi di una causa oggettiva e di una soggettiva. Fu necessario, cioè, da un lato, il crollo del sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica, con la scomparsa della Dc e della legge elettorale proporzionale, e dall’altro la comparsa sulla scena di una personalità come Silvio Berlusconi. L’avvento di un sistema elettorale maggioritario, voluto da un referendum popolare, decretò la fine del centro e l’obbligo di schierarsi o da una parte o dall’altra, a destra o a sinistra. Il rifiuto dei cattolici reduci dall’ormai disciolta Dc di schierarsi contro la sinistra guidata dai postcomunisti – il rifiuto cioè di schierarsi in questo senso a «destra» – lasciò vuoto, per l’appunto a destra, un enorme spazio elettorale. Uno spazio potenzialmente maggioritario, come stava a indicare tutta la storia del Paese. Precisamente in questo vuoto si infilò Berlusconi, con il proposito di riempirlo. Egli capì che per farlo con una speranza di vittoria era però necessario unificare tutte le forze contrarie alla sinistra. E dunque da un lato bisognava porre fine alla pregiudiziale antifascista e all’uso molto spesso strumentale che ne aveva fatto per 50 anni il sistema politico italiano, e dall’altro era necessario accettare senza batter ciglio la neonata retorica secessionista della Lega. Ciò che è quasi impossibile far abitualmente accettare è l’idea che all’origine del ruolo politico e della vittoria di Berlusconi ci sia stata innanzitutto una fortissima ragione di tipo sistemico. Così come l’idea che senza di lui e la sua azione unificatrice difficilmente si sarebbe potuto formare un competitivo polo politico di destra in grado di vincere tre volte le elezioni.

Tuttavia, pur avendo alle spalle circa dieci anni di governo, la destra italiana non è ancora riuscita a risolvere il problema cruciale di darsi una vera identità. Ancora oggi la sua unica vera ragion d’essere resta quella del 1994, l’anno della sua prima vittoria elettorale: impedire alla sinistra di vincere e di governare. L’obiettivo della «rivoluzione liberale» con il quale essa si presentò venti anni fa è stato totalmente mancato. Bisogna chiedersi perché. Con ogni evidenza le ragioni sono principalmente due. La prima è la presenza tra le sue fila di tre destre molto diverse tra loro, portatrici di culture e interessi contrastanti: la destra postfascista, nazional-statalista e fortemente antiliberale; la destra leghista, dotata di una visione localistica e antinazionale, protezionista in agricoltura ma impregnata di una sorta di anarchismo manchesteriano per tutto il resto; e infine la destra berlusconiana vera e propria, oscillante tra un laissez faire di principio e la rappresentanza di tutti i mille interessi settoriali della società italiana, caratterizzata da una generale indifferenza per qualunque valore etico-politico.

Silvio Berlusconi si è mostrato sorprendentemente incapace di rendere in qualche modo compatibili e nel riuscire a integrare queste tre anime della sua coalizione. Leader plebiscitario per antonomasia, e teorizzatore convinto di un tale tipo di leadership, quando però si è trattato di essere realmente un leader politico, ha dimostrato di non riuscire a esserlo affatto. Ha dimostrato di non avere nessuna predisposizione personale autentica per la politica, per la comprensione dei suoi meccanismi e delle sue esigenze di fondo. La sua leadership si è fondata quasi esclusivamente (e ossessivamente) sul richiamo carismatico personale. Un richiamo senza dubbio vero, effettivo, con quel quid di inspiegabile che ha ogni carisma: ma tanto forte nel momento elettorale quanto singolarmente inefficace nel momento del governo. È indubbio che ad accrescere tale carisma e la relativa presa elettorale sono valse non poco anche la sua smisurata ricchezza e la proprietà della più importante tv commerciale della Penisola. Ma a dispetto di quel che si sente ripetere tante volte, denaro e tv non sono stati gli elementi decisivi dei suoi successi elettorali. Denaro e tv sono stati essenziali, semmai, per un’altra cosa non meno importante: e cioè per assicurargli il dominio assoluto sulla sua coalizione. Per farne il leader incontrastato e incontrastabile della destra.

Venuta meno la carta programmatica, alla destra non è rimasto che giocare poche carte identitarie (ma anche qui non senza qualche contrasto più o meno sotterraneo tra le sue fila): la carta di un forte rapporto con la tradizione cattolica del Paese e con la Chiesa, quella dell’enfasi sulla sicurezza, sul law and order , o la carta del contrasto all’immigrazione clandestina. Evidente, però, è stata l’incapacità, se non addirittura il disinteresse – abbastanza sorprendente dal momento che aveva in mano tutte le leve del potere -, che la destra ha dimostrato nell’affermare e organizzare una propria presenza culturale e intellettuale nella società italiana.

Si è così manifestata ancora una volta la debolezza storica di fondo della destra nell’Italia repubblicana. Essa continua a essere esclusa dal mainstream del discorso pubblico. Un’esclusione che riflette una più generale esclusione della destra e dei suoi esponenti dai centri più importanti del potere italiano. Nei salotti buoni dell’alta borghesia, nei circoli della finanza, tra l’intellettualità, nell’università, nei giornali che contano, è ancora oggi rarissimo imbattersi in chi abbia una riconosciuta appartenenza di destra. Riconfermando la propria subalternità, la destra, d’altra parte, non è riuscita neppure a proporre una sua originale narrazione circa il passato del Paese, né a influenzare in modo significativo il senso comune, non dico producendo ma tanto meno riuscendo a identificarsi con mode, miti, figure simboliche nuove e diverse rispetto a quelle correnti, tuttora fortemente dipendenti da un punto di vista di sinistra.

È invece accaduto paradossalmente che proprio sotto il suo governo l’interdetto antifascista – che durante un breve intermezzo tra gli anni 80 e 90 sembrava ormai in via di superamento – si sia trovato, viceversa, rimesso in auge e rafforzato sotto le nuove spoglie di interdetto antiberlusconiano e antileghista, aprendo una nuova stagione di delegittimazione. Si perpetua in tal modo un duplice pregiudizio che, sfruttato politicamente a dovere da chi ha interesse a farlo, ha nuociuto gravemente al sistema politico italiano e alla vita pubblica del Paese. Il pregiudizio, cioè, secondo il quale: 1) la destra non può che essere qualcosa di radicalmente negativo e ha una natura sostanzialmente estranea o ostile all’ordine costituzionale democratico; e 2) l’idea che di conseguenza il sistema politico italiano debba e possa fare stabilmente a meno di un polo politico di destra.

(www.corriere.it , sez.”cultura”, 25 aprile 2012)

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