5 novembre 2010, Politica e società

Il Paese delle tribù non ha un futuro

di Paolo Pombeni

A Terzigno è di scena la crisi della società civile, ridotta ad una brutta copia dei Masaniello e delle sceneggiate. Non si tratta ovviamente di gettare sulle “vittime” colpe che risalgono ad una filiera pubblica: se il problema dei rifiuti nel napoletano ha raggiunto questi livelli di drammaticità, ciò non è dovuto ad una emergenza fortuita, ma ad una sequenza assai lunga di incurie, sottostime della situazione, forse interessi clientelari e certamente incapacità delle amministrazioni pubbliche, comunali, provinciali, regionali e statali.

Questo va detto e questo diciamo senza alcuna volontà di assolvere chi ha mancato ai propri doveri di classe dirigente. Però non ci sono solo i doveri della classe dirigente, ci sono anche i doveri della società civile. Chi brucia mezzi di trasporto procura un danno alla collettività, che quel mezzo ha pagato; chi brucia la bandiera nazionale manda un messaggio di inciviltà i cui costi ricadranno su tutti; chi lancia molotov e si dà alla guerriglia degrada defmitivamente un tessuto sociale che domani pagherà amaramente lo scempio della propria credibilità.

Il discorso è serio e non riguarda ovviamente solo Terzigno. L’abbiamo già scritto e non ci tratteniamo dal ripeterlo: le condizioni di un confronto civile anche su questioni molto calde e su temi difficili da affrontare non sono ovviamente un di più che si può avere o non avere a seconda di quanto salga la temperatura dello scontro sociale. Sono invece condizioni per verificare la vera esistenza di una “società civile” in assenza della quale un Paese è condannato alla regressione.

Non si può continuare in eterno con questa finzione per cui tutto è un “diritto” e per di più “assoluto”, per-cui la difesa del mio pub tranquillamente ledere il diritto di tutti gli altri. Sappiamo bene che la tolleranza di forme di lotta tanto spettacolari quanto poco utili, come i blocchi stradali e ferroviari, le paralisi indotte nei sistemi della complicata vita sociale in cui tutti siamo inseriti, è stata una triste realtk che ha trovato giustificatori interessati e benevola tolleranza perché se una causa è “giusta” (o almeno è di moda ritenerla tale) tutto diventerebbe lecito. In questo modo non sappiamo dove costruire centrali nucleari, abbiamo perso la Tav Torino-Lione, siamo guardati con sospetto in Europa per lo scandalo delle quote latte, e via elencando.

Sono tutti danni pesanti sul Paese che poi si pagano in termini di minore competitività, disoccupazione crescente, carenze infrastrutturali che crescono in maniera esponenziale perché sul vuoto che lasciano si avvitano problemi su problemi.

E questo, per strano che possa sembrare, sarebbe ancora poco. Quel che è peggio è che stiamo disfacendo il senso della solidarietà sociale, la consapevolezza che quando ci sono dei problemi bisogna accettare che si cerca una soluzione possibile a vantaggio di tutti, ma che non esiste una soluzione in assoluto priva di costi. Qra la perdita di questa forma elementare di “educazione civica” ci porterà problemi gravi, perché stiamo andando verso una necessità di ristrutturazione globale del nostro sistema di vita su cui sarebbe serio iniziare a discutere.

Se, per dire una cosa banale, passerà nei prossimi giorni il vincolo europeo di riduzione consistente del debito nazionale, dobbiamo aspettarci una stagione molto dura viste le condizioni del nostro indebitamento. Del resto, anche se non viene detto più di tanto, ovunque si è ormai alle prese con una drastica riduzione delle disponibilità di spesa, mentre la disponibilità dei cittadini a supplire per quel che prima si aveva gratis è a dir poco bassa. Eppure l’idea che “deve pensarci lo Stato” (o la Regione, o il Comune) va messa in soffitta con il semplice argomento che lo Stato siamo alla fine tutti noi e come non possiamo fabbricare i soldi a casa nostra, così non può farlo neppure lo Stato (tanto più ora che c’è l’euro).

Viene da chiedersi se non ci si renda conto che lo spettacolo di tutti questi “particolarismi” che si autotutèlano ricorrendo alla “ribellione” diffonde alla fine volontà secessioniste ben più forti di quelle che possono venire da movimenti che si sono inventati storie d’Italia a proprio uso. Non avremo infatti un secessionismo del Nord, del Centro o del Sud, ma una miriade di micro secessionismi, ciascuno chiuso nella difesa di un interesse molto settoriale, per meritevole di tutela che in astratto possa essere.

Aggiungiamoci che, alla fine, la difesa dei particolarismi genera una brutta e pericolosa reazione: non mancheranno infatti quelli che, vedendosi negato un proprio diritto per opposizione di quelli che difendono un loro diritto opposto, penseranno di risolvere la faccenda imponendo con la forza, e persino col sopruso le loro ragioni.

Gli Stati, o, se si preferisce, le autorità ed i poteri pubblici, sono nati proprio per evitare questa deriva in endemiche guerre e guerricciole di tribù opposte. Distruggere questo patrimonio storico, come si sta facendo in questi tempi di incultura avanzante, è molto, ma molto pericoloso.

(articolo tratto da “Il Messaggero” del 29 ottobre 2010,p.1 e 24)

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