20 marzo 2012, Politica e società

Il necessario patto sociale

Manifestazione Winddi Claudio Sardo

Al tavolo sul mercato del lavoro si decide assai più di una misura d’emergenza o di una politica settoriale. È in gioco il profilo stesso del governo. Anzi, il segno sociale di questa transizione. Solo chi ha perso il senso della realtà può immaginare scambi politici tra l’articolo 18 e la legge anticorruzione, oppure la riforma della Rai.
Il tema cruciale è la capacità del Paese di rispondere con coesione alla sfida della crisi e della competitività. Il «patto sociale» – cioè la partecipazione alle scelte e l’assunzione di responsabilità dei sindacati e dei corpi intermedi – non è un dettaglio.
È una condizione di credibilità per l’Italia. Come fu al tempo del governo Ciampi nel ’93, anche oggi è questa la credenziale migliore per il governo Monti, oltre che un punto di forza in Europa. Nondia retta il premier alle tante sirene che consigliano la rottura, ora sostenendo che i sindacati sono per loro natura inadatti a rappresentare l’interesse generale, ora argomentando che i mercati vogliono vedere il sangue dei lavoratori. Sono i cattivi maestri.
E Monti e Fornero farebbero meglio a leggere l’intervista che Martin Winterkorn, amministratore delegato della Volkswagen, ha rilasciato l’altro ieri a la Repubblica: «Per vincere nel mondo non contano solo i numeri (delle auto), ma anche la qualità del prodotto e la concertazione con il sindacato ». Proprio così: la coesione sociale non indica solo un grado di civiltà e di democrazia, è anche un fattore di produttività e di crescita. Ne potrebbe prendere nota anche il diretto concorrente di Winterkorn, Sergio Marchionne, che invece predica la divisione sindacale e spinge governo e Confindustria sulla linea della rottura.
L’accordo sul mercato del lavoro è possibile, nonostante qualche intemperenza della ministra che speriamo tradisca più l’inesperienza che le intenzioni. Ieri l’incontro tra Fornero e i leader sindacali ha avuto un segno positivo, anche se restano diversi nodi irrisolti. Il merito, ovviamente, non è una variabile indipendente. Già il decreto salva-Italia ha lasciato uno strascico di iniquità, che stanno pagando soprattutto i lavoratori precoci in prossimità della pensione e i disoccupati che hanno già consumato il periodo di mobilità e cassa integrazione.
Ora è necessario che la riforma degli ammortizzatori sociali sani alcune ingiustizie e che non riduca le tutele negli anni della transizione dalle vecchie alle nuove normative. I sindacati non possono certo avallare soluzioni che espongano le fasce più deboli, quelle colpite da crisi aziendali e mobilità, all’abbandono e alla disperazione. Sono necessarie nuove risorse. Che diano il segno di una maggiore equità nella distribuzione dei sacrifici. È ora che dall’evasione fiscale e dalle rendite arrivi ciò che fin qui è mancato. Ed è positivo che il governo preveda finalmente un peso fiscale maggiore per il lavoro precario rispetto al lavoro stabile.
L’articolo18 non è lo scalpo che i lavoratori devono offrire sull’altare dei mercati. Questo è inaccettabile perché la riforma dell’articolo 18 non serve a migliorare la competitività, né ad incrementare gli investimenti esteri, né a favorire i giovani. Se qualche correttivo fosse utile per definire meglio il diritto e consentire un’applicazione più coerente in sede giudiziaria, allora se ne discuta. Ma a garantirne la validità sociale deve essere la piena assunzione di responsabilità dei sindacati. Tocca anzitutto a loro avanzare un proposta e negoziarla con la controparte datoriale. Il governo si limiti a favorire l’intesa. Forse qualche cantore della rottura sociale griderà al tradimento di Monti. Ma il vantaggio della discontinuità con il governo Berlusconi sarà enorme.
Il Cavaliere aveva fatto dell’emarginazione della Cgil il proprio asse strategico. Non a caso l’accordo del 28 giugno, il primo firmato da tutte le parti sociali dopo anni, ha segnato l’inizio della fine di Berlusconi. Da quel momento è risultato chiaro a tutti che la coesione sociale fosse ormai inconciliabile con la continuità di quel governo. Non sono mancati ovviamente tentativi di rivincita. Il più clamoroso è stato l’articolo 8 del decreto di ferragosto, quello che consentiva deroghe ai contratti collettivi e allo stesso diritto del lavoro. Un assist per la strategia di rottura di Marchionne. E anche un tentativo di colpire Confindustria dall’interno, dopo che Marcegaglia aveva firmato l’accordo del 28 giugno.
Il governo Monti deve scegliere tra la via di Berlusconi e quella di Ciampi. Noi speriamo che l’intesa sul mercato del lavoro si faccia. Sarebbe un colpo per quelli che vogliono eliminare i partiti, i sindacati, i corpi intermedi. Il corollario di una buona intesa sarebbe poi l’eliminazione dell’articolo 8 del decreto di ferragosto. E la modifica dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori in modo da evitare che un sindacato rappresentativo (come la Fiom in Fiat) venga escluso perché dissenziente. Questa è una lesione costituzionale che solo in epoca di governi Berlusconi poteva essere tollerata.

(“L’Unità”, 15 marzo 2012)

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