18 aprile 2012, Cultura - Politica e società

Il naufragio della sinistra

di José Ignacio González Faus

IDENTITÀ DELLA SINISTRA

È falsa e inumana la convinzione che ci è stata iniettata che non ci sia “niente da fare”. Di fronte a tale scetticismo postmoderno bisogna proclamare che vi sono sempre cose da fare: non sappiamo che esito avranno, ma sappiamo che possono essere fatte. In molti avvertono che l’indifferenza è oggi il più grave dei nostri crimini e la più ipocrita delle nostre scuse. Stéphane Hessel, militante della resistenza francese, prigioniero a Buchenwald e unico ancora in vita tra i redattori della Dichiarazione dei diritti umani del 1948, argomenta che, se si fosse pensato così, ci troveremmo ancora sotto il nazismo.

“UOMINI DI POCA FEDE”

Nei vangeli, quando Gesù dice «la tua fede ti ha salvato», non si riferisce a una fede di dogmi religiosi, ma alla fede nel fatto che le cose possano cambiare. Questa fede che rivendicava Gesù merita un commento.

Se domandassimo a delle persone cristiane quale sia la parola più di sinistra della Bibbia, probabilmente citerebbero frasi famose, di grande durezza, dei profeti di Israele o della lettera di Giacomo (…). Ebbene, secondo la mia modesta opinione, sono molto più di sinistra, rispetto a queste frasi pur radicali, altre del discorso della montagna che suonano di un’ingenuità tanto poetica quanto impertinente: «Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete… Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre… E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. (Mt 6,25ss).

Nessuno crede oggi a queste frasi. E a ragione. (…). Possibili distinzioni linguistiche sono non inutili ma di certo insufficienti, come il fatto che Gesù non dica di non occuparci di queste cose, ma di non preoccuparcene. Ma il problema è che per la maggior parte delle persone questi temi costituiscono non una sana occupazione, ma un’opprimente e inevitabile preoccupazione. D’altro lato, la sensazione di inattuabilità prodotta dall’invito di Gesù contrasta con questi altri dati:

– La terra è capace di produrre quel che serve a sostenere 12 miliardi di persone, secondo i dati Onu. Oggi è popolata da poco più di 6 miliardi.

– La terra, come diceva Gandhi, può soddisfare le necessità degli esseri umani, ma non tutti i loro capricci.

– Ogni anno si distruggono tonnellate di alimenti. Si distruggono per ragioni “di mercato”, mentre milioni di esseri umani muoiono di fame ogni anno. Ciò non rivela quanto di sbagliato vi sia nella gestione della nostra casa? (…).

Che significano allora, in questo contesto, le parole di Gesù? Intenzionalmente, Matteo le ha inserite tra due frasi che gli altri evangelisti pongono in altri contesti. Le introduce con l’avvertimento che nessuno può servire due padroni e che, pertanto, non si può adorare Dio e il denaro. E le fa seguire da quest’altra frase: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33).

Ricordando il senso del culto nel cristianesimo primitivo come espresso da Ireneo di Lione («la gloria di Dio è l’essere umano vivente»), possiamo parafrasare la prima frase di Gesù in un modo accessibile anche ai non credenti: «non potere servire l’essere umano e il denaro». Che significa allora inserire la frase sui gigli tra questi due riferimenti al servizio di Dio e della sua giustizia? Semplicemente, che se gli esseri umani adorano il Denaro invece di Dio e non cercano prima di tutto la sua giustizia, risulterà impossibile non essere ossessionati dal cibo o dal vestito.

Dio ha reso la terra feconda per tutta l’umanità: questo vogliono dire le parole di Gesù. Ma l’opera di Dio è stata affidata all’essere umano ed è questa amministrazione umana a far sembrare ridicole le parole del Maestro. Gli esseri umani hanno servito il Denaro invece di servire Dio (che si serve solo aiutando il prossimo), hanno perseguito le proprie ambizioni invece che la giustizia di Dio e, in questo modo, hanno reso la terra inabitabile. (…).

Pertanto, le parole di Gesù pongono in evidenza il fatto che il sistema di gestione della nostra casa comune merita di essere sovvertito da cima a fondo.

COSE IRRINUNCIABILI PER UNA VERA SINISTRA

Da questa convinzione (che la terra, se sappiamo trattarla, è in grado di dare in maniera giusta e che siamo noi esseri umani quelli ingiusti perché avidi) deriva una serie di questioni che delineano il profilo di una vera sinistra.

Sensibilità di fronte alle vittime

La sensibilità rispetto alle vittime è il primo principio di identificazione della sinistra. Su tre piani:

a) La realtà di più della metà degli abitanti del pianeta denutriti, di milioni di morti per fame ogni anno, di milioni di donne e bambini esposti al lavoro schiavo o alla schiavitù sessuale, di bambini soldato, di vittime delle miniere o del traffico di armi… costituisce un motivo di riflessione preliminare imprescindibile, in un mondo in cui tali drammi potrebbero essere evitati e in cui i privilegiati mettono a tacere la propria coscienza pensando che le vittime siano tali per colpa loro.

b) Dietro la situazione delle vittime del pianeta c’è sempre un fattore economico importante. (…). Per questo, la sensibilità etica legata alla rivendicazione di “giustizia per le vittime” deve rispondere inevitabilmente alla questione delle strutture economiche del pianeta, non accontentandosi di gesti assistenzialici come se le vittime fossero effetto di una catastrofe naturale (…).

c) (…) Una sensibilità di sinistra può partire soltanto dalla realtà di mezza umanità vittimizzata. Per questo la tensione all’uguaglianza tra tutti gli esseri umani diventa oggi la bandiera di una vera sinistra. Né è sufficente una dichiarazione teorica sull’uguaglianza dei diritti, senza un impegno in termini economici per garantirla. Accontentarsi di una mera uguaglianza nella libertà, prescindendo dai mezzi materiali che la rendono possibile, è come far fare a due uomini una gara di corsa dicendo loro che partiranno dallo stesso punto, percorrendo la stessa distanza e con lo stesso suolo sotto i piedi, ma tacendo il fatto che uno di loro dovrà correre con una palla al piede o con le mani legate.

(…) Il fatto di aver abbandonato questo ideale è per me la causa del naufragio della sinistra, malgrado si debba riconoscere che la piena uguaglianza economica non è possibile e forse neppure desiderabile, perché nella prassi umana intervengono sempre altri fattori, come meriti e qualità dei servizi. Tuttavia, per quanto impossibile, si tratta di un obiettivo che occorre perseguire asintoticamente, se non si vuole che le disuguaglianze continuino a crescere: la disuguaglianza non è immobile; se non si contrae, si espande. (…).

Il fine non può giustificare i mezzi

In economia, il fine non può mai giustificare i mezzi. Ciò significherebbe servire il dio Denaro, cosa che, secondo Gesù, rende impossibile servire l’essere umano. La questione decisiva per un sistema economico non è quanto risulti efficiente, ma con quali mezzi ottenga tale efficiencia. In contrasto con quanti ritengono che gli argomenti etici “non sono considerazioni economiche”, Amartya Sen ha sostenuto che l’etica è anch’essa un fattore economico, per quanto non le venga dato alcun peso.

La sinistra ha finito per accettare questa inversione dei valori, in attesa di tempi migliori per realizzare i propri ideali, come prima aveva accettato la violenza come mezzo per giungere ad una società in pace, dimenticando che la violenza genera solo violenza. Già nel 1930 J. Keynes scriveva queste incredibili parole: «Non è ancora arrivato il momento di preferire il buono all’utile… Per un centinaio di anni dovremo fingere… che il giusto è cattivo e il cattivo giusto: perché il cattivo è utile e il giusto non lo è. L’avidità, la cupidigia e la cautela devono essere le nostre divinità ancora per un po’ di tempo. Poiché solo queste possono condurci fuori dal tunnel della necessità verso la luce del giorno».

Queste parole sorprendono per la loro ingenuità riguardo all’essere umano. 80 anni dopo, stiamo ancora così o peggio e continueremo così per i prossimi 100 anni, perché le nostre necessità non hanno limite. Miglior psicologo era Voltaire, quando scrisse in Le Mondain che «nulla è più necessario del superfluo».

Con la stessa ingenuità con cui i bambini dicono quello che noi non osiamo affermare, Keynes ha ammesso che il nostro sistema economico si fonda sull’avidità e l’ingiustizia e che le sue grandi parole etiche (servire il Paese, creare posti di lavoro) non sono altro che “chiamare giusto ciò che è cattivo”. È questo che ha dimenticato la sinistra.

Efficienza economica ed equa ridistribuzione

(…) Si obietta a tutto ciò che, in base alla teoria delle briciole, quando le mense dei ricchi sono piene, qualcosa avanza anche per i poveri. Ma tale teoria compromette gravemente le possibilità materiali per la libertà. (…) Non può esserci vera libertà in un mondo con enormi e crescenti differenze tra quanti hanno di più e quanti hanno di meno. (…). Inoltre, le crisi economiche non fanno che aggravare tali differenze, cosicché la sinistra si inganna a pensare che “quando sarà passata la crisi potremo tornare ad essere socialisti”. Perché, quando sarà passata la crisi, le dosi di giustizia sociale che rimarranno all’interno del sistema saranno inferiori a quelle che c’erano prima. (…).

Diritto a un lavoro degno

Secondo la Dichiarazione dei diritti umani del 1948 (n. 23), ogni essere umano ha diritto a un lavoro degno. Pertanto, se un sistema economico è intrinsecamente incapace di soddisfare tale diritto primario, bisogna concludere o che il sistema è ingiusto o che quella Dichiarazione non è più vigente ed è stata scritta solo perché fosse invocata in base alle convenienze.

È urgente sciogliere questo dilemma ora che il lavoro diventa materia di promesse elettorali illusorie, in cui appare come un regalo invece che come un diritto. È comprensibile allora che Amartya Sen critichi la misurazione dell’indice di sviluppo per “redditi” anziché per “soddisfazione dei diritti”.

La guerra di tutti contro tutti

La sinistra deve essere consapevole del fatto che un sistema economico fondato esclusivamente sulla competitività finisce per condurre alla guerra di tutti contro tutti, trasformando l’uomo in “un lupo per l’uomo”. Questa è una delle ragioni che rendono infelici gli stessi che ne traggono vantaggio. (…).

CONCLUSIONE: ECONOMIA ED ETICA

Considerando il legame tra le due, aggiungiamo che l’etica riguarda tanto la sfera personale quanto quella strutturale.

Etica personale. (…) Ho già avuto modo di dire che la deriva della sinistra è iniziata quando la moglie di un ministro socialista ha affermato: «anche noi socialisti abbiamo il diritto di fare le vacanze a Marbella». Nessun socialista ha questo diritto finché vi sia un solo essere umano che non può andare in vacanza, da nessuna parte. (…). I politici di sinistra non fanno politica per curare interessi personali, ma per offrire un servizio sociale, eppure, in piena crisi economica, abbiamo visto parlamentari europei “di sinistra” rifiutarsi di smettere di viaggiare come Vip. (…).

Etica strutturale. Marx ha commesso vari errori, soprattutto a livello di predizioni. Ma ha avuto ragione riguardo ad alcune analisi: per esempio, sul fatto che, senza strutture economiche adeguate, né gli oppressi possono redimersi né i benestanti possono mantenere la propria etica personale. È inconcepibile che i suoi successori lo abbiano dimenticato. (…). La disuguaglianza deve essere combattuta perché la cattiva distribuzione economica produce arbitrarietà negli altri campi. Guardiamo quello penale. Buona parte di coloro che popolano le nostre carceri stanno lì non per aver commesso reati, ma per averli commessi in quanto poveri. (…).

Strutture di peccato. (…). Viviamo in un’economia violenta, la cui innegabile e spettacolare efficienza si fonda sulla massima riduzione possibile dei cosiddetti “costi del lavoro”: ciò che D. Cohen ha giustamente chiamato «la prosperità del male». Il sistema ha bisogno di ridurre al minimo i posti di lavoro e di creare un “esercito di riserva” che permetta di dire, al momento del contratto: “questo è quanto, se non ti va bene, ci sono centinaia di persone in attesa…”. (…). E, dopo questa prima vittoria, l’obiettivo non è più quello di ridurre al massimo, ma di sopprimere del tutto i costi del lavoro, facendo sì che il denaro produca ricchezza da sé, senza collaborazione alcuna del lavoro. (…).

APPENDICE: PERCHÉ?

(…) In conclusione: questa identità della sinistra, insieme alla minaccia ecologica evocata alla fine, permette di comprendere le ragioni di Ignacio Ellacuría quando parlava di una «civiltà della povertà» come unica soluzione per il nostro mondo. Addolcisco questa dura espressione parlando di una civiltà “della sobrietà condivisa”. Ma, in ogni caso, essere di sinistra oggi presuppone accettare che il nostro mondo sviluppato debba ridurre i propri livelli di ricchezza (che non sono realmente livelli “di vita”). Il non accettarlo è alla radice dello sconcerto e della crisi della sinistra. Per questo mi permetto di ricordare che, per la Bibbia, l’abbondanza è un dono di Dio solo quando è abbondanza per tutti. La frase del profeta Isaia (25,6) – «Preparerà il Signore degli eserciti un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» – aggiunge espressamente che si tratta di un’offerta «per tutti i popoli». Mentre la ricchezza (come abbondanza privatizzata) è una maledizione di Dio. (…).

CAMMINANDO SI APRE CAMMINO

(…) “INDIGNATEVI”

(…) L’indignazione non è ira né odio né violenza… È la reazione che sorge spontaneamente quando ci si avvicina con il cuore agli esclusi della terra e si diventa consapevoli del modo in cui vengono trattati. Quanti pretendono che la peculiarità della Chiesa sia la carità e non la lotta per la giustizia mettono in evidenza una notevole mancanza di carità, poiché la vera carità conduce sempre alla fame di giustizia. Se non chiudiamo gli occhi dinanzi alla barbarie del nostro mondo, allora l’indignazione e il dolore (e l’indignazione per il dolore) ci renderanno attivi e consapevoli della necessità di uscirne e della possibilità di farlo attraverso una “fede indignada”, configurata per la solidarietà, che ci aiuterà a lavorare «con timore e tremore» (come raccomandava san Paolo), ma anche con ostinazione e coraggio. Senza cercare il cielo sulla terra, ma tentando sempre di passare dall’umano maltrattato a quello che Paulo Freire ha chiamato “inedito attuabile”.

Andremo così scoprendo che questo modo di vivere è quello che più senso e pienezza dà alle nostre vite, malgrado le ferite che impone di sopportare. (…).

MONDIALISMO

Uno dei motivi più seri che abbiamo oggi per indignarci è la seguente Dichiarazione che l’Assemblea Generale dell’Onu ha adottato quasi 40 anni fa e che non conviene dimenticare: «Avendo convocato una sessione straordinaria… per studiare e considerare le difficoltà economiche che affronta la comunità internazionale, tenendo presente lo spirito, i propositi e i principi della Carta delle Nazioni Unite riguardo alla promozione del progresso economico e sociale di tutti i popoli, proclamiamo solennemente la nostra determinazione comune a lavorare con urgenza per stabilire un nuovo ordine internazionale basato sull’equità, l’uguaglianza, la sovranità, l’interesse comune e la cooperazione di tutti gli Stati…, che permetta di correggere le disuguaglianze e di riparare le ingiustizie attuali, di eliminare le disparità tra i Paesi e di garantire alle generazioni presenti e future uno sviluppo economico e sociale che proceda in maniera accelerata nella pace e nella giustizia».

Ciò che indigna di questa dichiarazione non è, naturalmente, il suo contenuto, ma il fatto che, approvata con 120 voti a favore e solo 6 contro (più 10 astensioni), non sia servita assolutamente a niente. O, peggio, che abbia lasciato il passo a un ordine economico letteralmente contrario a quello che vi si proclamava, ponendo in ridicolo «lo spirito e i propositi della Carta delle Nazioni Unite».

La ragione di questa contraddizione si coglie subito: hanno votato contro Stati Uniti, Germania (occidentale), Gran Bretagna, Belgio, Danimarca e Lussemburgo. Si sono astenuti: Austria, Canada, Spagna, Francia, Olanda, Irlanda, Israele, Italia, Giappone e Norvegia. Vale a dire: tutto il mondo ricco si è opposto a questa risoluzione e, pur essendo decisamente una minoranza, è riuscito ad impedire che venisse concretizzata. Ed è lo stesso mondo ricco che non esita ad appellarsi all’autorità dell’Onu quando mira a invadere un Paese, parlando in questo caso di “coalizione internazionale”, malgrado fosse molto più internazionale la coalizione che votò nel 1974 la Dichiarazione citata. (…).

La sinistra ha dimenticato troppo presto la felice osservazione di K. Marx: è impossibile la rivoluzione in un solo Paese. E nel nostro mondo globalizzato ancora meno. (…).

Per questo sono urgenti mete globali, senza le quali non è possibile avanzare: un mondo senza un’Organizzazione Mondiale della Sanità che opera solo a favore delle compagnie farmaceutiche, a danno del portafogli e della salute dei cittadini meno favoriti. Un mondo senza un’Organizzazione Mondiale del Commercio che opera solo a favore delle multinazionali e dei Paesi più ricchi a scapito dei contadini. Un mondo senza un Fondo Monetario Internazionale e una Banca Mondiale che operano solo a favore delle élite di ciascun Paese e dell’ultraliberalismo più radicale, condannando quasi tutta la popolazione dei Paesi poveri all’esclusione alimentare, sanitaria ed educativa. Un mondo senza un’Unione Europea che rende obbligatorie tutte le pratiche relative all’ortodossia economica, ma pone solo come raccomandazioni quelle che riguardano la giustizia sociale. E un mondo con un’altra ONU, senza il potere di veto dei potenti, che non sia un’immagine “virtuale” o un leone di carta in una selva di autentiche fiere. (…).

INDAGINE ECONOMICA, NON CREMATISTICA

(…) Già Aristotele operava la distinzione tra economia e crematistica: la prima è l’arte di gestire quello che c’è e quello che si può produrre (“amministrazione della casa” è la traduzione etimologica della parola); la seconda è l’arte di arricchirsi in qualunque modo. Ebbene, quello che si insegna in quasi tutte le nostre scuole di economia è in realtà crematistica pura e dura (…).

Per malvagità? No. Semplicemente perché, come ha scritto F. Engels: «non si pensa da una capanna allo stesso modo che da un palazzo». (…). Un’economia fatta “dalla capanna”, o dalle vittime del nostro sistema, permetterebbe di cogliere le contraddizioni economiche (non solo culturali): come il fatto che da un lato predicano austerità e dall’altro dicono che dobbiamo consumare di più per uscire dalla crisi e attivare l’economia. (…).

LOTTA DI CLASSE?

Il 19 e il 21 giugno 2011, l’allora presidente della Grecia dichiarò che le misure imposte al suo Paese erano crudeli e ingiuste ma necessarie, e il commissario economico della UE disse che la Spagna stava facendo il suo dovere ma veniva esposta a un ingiusto trattamento. Se chiediamo chi sia ad imporre queste ingiustizie o questi doveri crudeli, ci rispondono: i mercati. Tale risposta è un esplicito riconoscimento di quello che Marx ha erroneamente definito «lotta di classe». Erroneamente nel senso che la parola “lotta” sembra ricondurre la violenza alle vittime anziché ai carnefici. Ciò che esiste è un’“aggressione” facile da spiegare: tra i due fattori che determinano la produzione – capitale e lavoro – non c’è una distribuzione equa del carico (…). Quello che in realtà si registra è un predominio dei capitalisti sui lavoratori e poi (quando buona parte dell’economia diventa più finanziaria che produttiva) un’aggressione dei mercati sui cittadini. È questa aggressione a rendere necessarie le crudeltà che sopportano i greci e a poter vanificare i sacrifici degli spagnoli…

Tutto ciò Marx avrebbe dovuto quindi chiamarlo “aggresione di classe”, non lotta. Che non sembri che la colpa ricada in quelli che cercano di difendersi da un’aggressione, presentando come innocenti gli aggressori. È tale ingiusta aggressione a rendere immorale e crudele il nostro sistema economico, per quanto possa risultare efficiente. Come ha potuto la sinistra dimenticarsene?

LIMITI AI PROFITTI?

(…) La dottrina etica sulla proprietà privata definisce quest’ultima un diritto reale ma “secondario”, il cui obiettivo è facilitare il conseguimento di un diritto più essenziale che è quello della destinazione comune di tutti i beni. Nella misura in cui la proprietà privata impedisce, anziché facilitarlo, l’accesso di tutti a beni che sono comuni, cessa di essere legittima, comportando l’obbligo della restituzione. Il carattere progressivo delle imposte si fonda su questo principio morale (…).

Oltre a combattere tali ingiustizie, la sinistra dovrebbe fare in modo che non si parli solo di salari minimi, ma anche di salari “massimi”, legalmente stabiliti. Non si può remunerare nessuno per ciò che non è suo. A partire da certi limiti, le grandi fortune devono essere consapevoli di essersi appropriate di qualcosa che non appartiene loro e che sono obbligate a restituire. Per questo alcuni parlano di “sradicare la ricchezza” come via per sradicare la povertà. Se i Padri della Chiesa dicevano che, quando si dà un’elemosina, si fa un atto non di carità ma di giustizia, oggi i cristiani devono dire che, quando la persona molto ricca paga le tasse, non “tributa” ma restituisce. Stabilendo tali limiti, la legge civile sarà meno rigorosa della morale cristiana (perché questa non deve essere imposta in uno Stato laico). Ciononostante, dovrà essere chiaro che, anche per un’etica civile o laica, la proprietà non è il romano ius utendi et abutendi (diritto di uso e abuso), ma un diritto limitato che mira al compimento di un diritto superiore. Ma chi oggi a sinistra osa alzare la voce in questo senso? Sarebbe già tanto se ponessimo fine all’incredibile epidemia di corruzione facile che infetta ugualmente destra e sinistra. (…).

ALMENO LA PAURA

La nostra «sorella, madre terra» (Francesco d’Assisi) è gravemente malata di una sorta di cancro ai polmoni. Le catastrofi naturali sono cresciute in frequenza e intensità. I politici sono coscienti di questa malattia, come mostrano le conferenze di Kyoto, Copenhagen, Durban, ecc. Ma sono sempre più deboli nel fronteggiarla, come rivela il fallimento di queste conferenze.

Anche nel caso di riuscire a salvare il pianeta, la terapia per guarirlo ci costerà più dei benefici ottenuti avvelenandolo. Per questo non ci decidiamo ad applicarla seriamente. In Cina, dopo le inondazioni record del 1998 nella valle del Yang-Tsé, provocate dalla massiccia deforestazione, il governo constatò che «gli alberi nel bosco valevano tre volte di più degli alberi tagliati», e cessò di disboscare. Ma lì si trattava di casa propria. Non avverrà lo stesso in Amazzonia, dove le compagnie straniere dicono di agire in nome “del progresso”, senza specificare che si tratta del progresso dei loro conti correnti e non del pianeta. (…).

APPENDICE. SINISTRA E CHIESA

Riassumendo in tono catechetico, “questi comandamenti si condensano in due soli”: civiltà della sobrietà condivisa e democrazia economica. Vale in questo caso ciò che ripete spesso il Deuteronomio: «pongo di fronte a te la vita e la morte; sta a te scegliere». E la citazione biblica suggerisce un’aggiunta per le Chiese.

Le Chiese, che dovrebbero essere campioni della giustizia interumana, sono oggi timide al riguardo. (…). In effetti, non ascoltiamo mai nella voce ufficiale della Chiesa frasi come queste: «Avete a casa quanto è stato rubato al povero». «Guai a coloro che aggiungono case a case e sommano campi a campi!». «Vendete il giusto per denaro e il povero per un paio di ipoteche (di sandali, dice l’originale)». «Praticare la giustizia è conoscere Dio». «Il culto che vuole Dio è che tu divida il pane con l’affamato»… Tutte queste frasi bibliche sono estremamente attuali. Ma sembra come se il Sant’Uffizio le avesse inserite in qualche “Indice di citazioni proibite”… (…).

(“Adista documenti”, n.12 del 31 marzo 2012)

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