13 luglio 2011, Politica e società

Il metodo del dottor Gigi

la lobby P5di Alberto Statera

Che odore stantio di deja vu. Sembra di tornare indietro di quasi un terzo di secolo spizzicando le nuove gesta di Gigi Bisignani, il furetto scattante che allora reclutava per conto di Licio Gelli e oggi ha federato tutte le “P” massonico-affaristiche della seconda Repubblica. Ultima conosciuta, per ora, la P4. Ma non è detto che la tabellina sia esaurita. Nulla si crea e nulla si distrugge quando si tratta di potere e di denaro, l’incrocio magico del malaffare oggi soltanto più esplicitamente condito di sesso, ai tempi del bunga bunga. Tanto che il metodo Bisignani-Letta è in fondo null’altro che il clone del metodo Gelli-Andreotti adattato al terzo millennio. E’ come se l’Andreotti per decenni collezionista di ministeri si fosse reincarnato nel Gianni Letta cerimoniere dei riti del potere delegato dal berlusconismo e il materassaio di Arezzo Licio Gelli in Gigi Bisignani. Mazziere di carriere, nomine, promozioni, incroci di ambizioni e di affari.
“Cari miei – sussurrava Andreotti con la vocina che ancora usa quando è convinto di dispensare una delle sua pillole di saggezza – i ministri passano, ma i dirigenti restano”. Restano i magistrati, restano i manager, restano i colonnelli e i generali dell’esercito, ma soprattutto della Guardia di Finanza e dei Servizi segreti, restano i capi della polizia, i capi delle imprese pubbliche, gli imprenditori sempre a caccia di appalti e di favori. E questa è l’acqua in cui nel quindicennio berlusconiano ha nuotato poco sotto il pelo la coppia Bisignani-Letta con una corte di beneficiati sempre pronti alla bisogna. A fornire notizie segrete, bloccare quelle sgradite, compilare dossier, aggiustare processi, programmare carriere, imbastire appalti furbastri per grassare centinaia di milioni alle casse dello Stato.
Prendete Angelo Balducci, grande fiduciario della cricca degli appalti. Quando nel gennaio 2010 questo giornale pubblicò un articolo dal titolo “Protezione Civile Spa”, anticipando la sostanza dello scandalo che sarebbe esploso nei mesi successivi e il ruolo di Guido Bertolaso, fu preso dal terrore. E chi chiamò subito, come risulta dalle carte processuali, al centralino di palazzo Chigi? Il “Bisi”, che, sniffata l’aria, si fece rincorrere un po’, ma poi operò per sopire, placare, capire le dimensioni dell’inchiesta, cercare di bloccare le notizie sui giornali e i libri usciti e che stavano per uscire.
Si chiama Alfonso Papa l’ex magistrato napoletano di cui è stato chiesto l’arresto, reclutato in cambio di un posto in Parlamento per spifferare le mosse della magistratura partenopea sulle gesta del coordinatore locale berlusconiano Nicola Cosentino e sulle tante altre inchieste lì incardinate. Non è naturalmente il solo della paranza, che per anni ha fatto affidamento, tra gli altri, anche sul procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e su suo figlio Camillo. A chi non è più giovanissimo non può non ritornare in mente Claudio Vitalone, il magistrato “di riferimento” del duo di allora Gelli-Andreotti, anche lui infine portato in Parlamento dalla diccì per i servigi resi. Del resto, il controllo dei magistrati, che non sono poi tutti “rossi” come mente Berlusconi dal momento che lui ne ha molte decine al suo servizio, fu materia di scontro all’epoca della P2, quando Gelli espulse dalla loggia Giancarlo Elia Valori che cercava di organizzare una sorta di sotto-lobby di cosiddetti pretori d’assalto, tra cui quelli che indagavano sullo scandalo dei petroli.
Semplici poliziotti, finanzieri, sottufficiali dei carabinieri, come Enrico La Monica, che i magistrati napoletani vorrebbero arrestare ma è latitante in Africa: il duo Bisi-Eminenza Azzurrina, come hanno soprannominato Letta per l’affettazione dei modi, non si formalizza. Dall’appuntato al generale in comando tutto fa brodo per carpire materiale prezioso per il potere e gli affari.
Sulle nomine e le promozioni, Bisi ha le mani d’oro, molto più del materassaio di Arezzo, non foss’altro che per il profilo meno pecoreccio. Magari con qualche caduta, come quella che lo ha visto portare alla direzione generale della Rai il povero Mauro Masi, al cui solo nome il suo antico predecessore Ettore Bernabei pare si cali le mani sul volto per manifestare la sua vegliarda disperazione. Ma quando addenta un osso come l’Eni per Paolo Scaroni, Bisi lo contorna con un’aiuola di omini e donnine suoi: attaché, segretarie, addetti alla sicurezza, commessi. Possono sempre tornare utili se il beneficiato reclamasse troppa autonomia. Molti non possono neanche tentare. Per esempio, quel Mazzei portato per mano alla presidenza del Poligrafico dello Stato perché deve dare commesse all’Ilte, la società tipografica di cui Bisi si dichiara manager. A proposito di carta stampata, la Rizzoli non manca mai. Quando la banda Gelli-Tassan Din ne prese di fatto il controllo con Eugenio Cefis e il Vaticano, sottraendolo ad Angelo Rizzoli, Umberto Ortolani, piduista di stampo sudamericano, riceveva nel suo ufficio di via Condotti a Roma, a pochi passi dalla scalinata di Trinità dei Monti, i candidati alla direzione del “Mondo”, storica testata di Mario Pannunzio, da lui selezionati con Gelli, cui offriva il caffè in tazzine simil-oro. Oggi quel giornale è in vendita, insieme ad altri periodici della Rizzoli. Indovinate chi è pronto all’acquisto? Proprio quel Vittorio Farina titolare dell’Ilte, di cui Bisi è pars magna, anche se più negli affari immobiliari che in quelli editoriali, da quando ha allentato i rapporti con Daniela Santanché a favore del direttore del “Giornale” di casa con il quale la pasionaria di sera sferruzza maglie per i nipotini, secondo il quadretto fornito dallo stesso Sallusti.
Se poi vogliamo parlare di immobili, entriamo proprio nel core business del Gelli-andreottismo e del Bisi-lettismo dei nipotini. Ricordate Gaetano Caltagirone, il palazzinaro che chiedeva al sottosegretario di Andreotti, Evangelisti, “ ‘A ‘Fra, che te serve? “. Gaetano era al servizio, come tutti i palazzinari romani. Oggi ci sono gli immobiliaristi e i grattacielari milanesi che non sfuggono alle attenzioni della coppia che del “sottogoverno” ai tempi della prima Repubblica ha fatto la nuova scienza del “sottoberlusconismo”, ormai un’era geologica. Più che per la fede, gli interessi del Gentiluomo di Sua Santità Letta e del suo boss-vice (?) si saldano sull’immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide (la P di P2, del resto, stava proprio per Propaganda), che il buon pastore di Napoli Crescenzio Sepe ha trattato come una casetta lascito di famiglia, per favorire gli amici e gli amici degli amici della coppia di palazzo Chigi e del suo dante causa.
Piccoli cenni per descrivere il mondo e il metodo Bisi-Letta. Ma, se a qualcuno interessa, c’è materia per l’Enciclopedia Britannica.

(“La Repubblica”, 17 giugno 2011)

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