4 novembre 2013, Politica e società

Il grande centro

di Raniero La Valle

Almeno in questo la politica si è riscattata: accusata di essere incartocciata in se stessa e ormai priva di sorprese, e addirittura noiosa, il 2 ottobre ci ha fatto vivere una giornata ricca di suspence, di enigmi, di intrighi e di epici scontri con tanto di colpo di scena finale. Un fuoco d’artificio.

Ma questa è la sola soddisfazione che ci ha dato. Perché per il resto non ci è stato mostrato alcuno scenario esaltante né sembra migliorato il rapporto tra la politica e le speranze per il futuro del Paese e per le sue relazioni nel mondo.

È stata una giornata che, forse parlando un po’ sopra le righe, il premier Letta ha definito storica. Ma storica perché? Sarebbe difficile definire storica una giornata solo perché un governo che doveva cadere invece non cade. In genere i governi, soprattutto in Italia, interessano più i tempi fugaci della cronaca che quelli lunghi della storia.

Storica potrebbe essere definita piuttosto perché ha sostanzialmente chiuso un lungo ventennio, sancendo la fine politica di Berlusconi. Questa è arrivata con lo spettacolo del leader carismatico che in lacrime annunciava al Senato la fiducia a un governo che fino a dieci minuti prima aveva cercato strenuamente di far cadere.

Si è trattato di una piccola nemesi, prima di tutto perché l’eterno cavallo di battaglia di Berlusconi era stato che i suoi avversari, non riuscendo a liquidarlo per via politica, avevano cercato di eliminarlo per via giudiziaria: ed ecco che la liquidazione politica era arrivata, ma non per mano dei suoi avversari bensì per mano dei suoi seguaci e compagni di partito, e anche per sua stessa mano, avendo deciso e imposto, con le dimissioni dei suoi parlamentari e dei suoi ministri, una strategia politica fallimentare.

Ed è stata una nemesi perché mentre egli denunciava l’assassinio politico che con la decadenza da senatore si sarebbe perpetrato nei suoi confronti, si è procurato un suicidio politico spaccando il suo partito e mostrandosi al suo esercito di ammiratori non più come il capo indomito che anche da solo tiene il fronte in tutte le battaglie, ma come un re travicello che si fa dettare la linea e che al variare dei calcoli che gli interessano muta d’accento e cambia parole d’ordine e ordini.

Neanche per questo però la giornata parlamentare nella quale si è aperta nell’area moderata la partita della successione a Berlusconi, si può definire storica. Piuttosto l’enfasi di Enrico Letta si può collegare all’idea che, con una destra non più sotto sequestro nelle mani di Berlusconi,  si possa ora produrre una ristrutturazione di tutto il sistema politico italiano.

Ma in quale direzione? La prospettiva, come è andata prendendo forma nella crisi ed era forse preparata, potrebbe essere quella della costruzione di un Grande Centro che, a partire dal cerchio più piccolo della coalizione di governo, unisca il centro del centro-sinistra con una destra celebrata come “popolare ed europea”, isoli quanto resta della destra dei falchi berlusconiani e metta ai margini il Partito democratico lasciato a presidiare e a moderare il campo della sinistra. Questa operazione, di cui Napolitano è stato il grande regista, se riuscisse segnerebbe il trionfo postumo del “migliorismo” e sarebbe lo sbocco della transizione italiana.

Ma a quale prezzo? Anzitutto c’è il problema che, portato a compimento lo strappo della deroga all’art.138 della Costituzione, la nuova maggioranza “politica” governativa non si faccia prendere la mano dal partito delle riforme e non stravolga parti vitali della Costituzione.

Poi c’è il problema di non ricadere nel miraggio del bipolarismo; la rottura delle maglie del partito unico della destra dimostra come il sistema bipolare sia incompatibile con la realtà italiana; ma allora bisogna avere il coraggio di abbandonare la camicia di forza del maggioritario e di ripristinare una vera rappresentanza mediante una legge elettorale proporzionale.

Infine c’è il problema di fondo: per quale società, per quale bene comune, per quale finanza, per quale rapporto tra economia e politica, per quale Europa ridisegnare il sistema politico? Vi sono scelte che il sistema politico sarebbe assolutamente chiamato a fare, e da cui appare invece del tutto lontano. Ma perché deve essere solo il Papa a dire, anche sui giornali, che i problemi più gravi sono quelli dei giovani senza futuro e dei vecchi senza presente, a dire che lo Stato dovrebbe intervenire per correggere le diseguaglianze più intollerabili e che il sistema economico globalizzato col suo liberismo selvaggio non fa che rendere i forti più forti, i deboli più deboli, e gli esclusi più esclusi? Letta, anche in forza della sua formazione, certo ne ha parlato, la Costituzione lo dice, ma ci vuole ben altro che un Grande Centro per mettere veramente in campo una risposta a tali cruciali questioni. E la ristrutturazione del sistema politico, ammesso che avvenga, non dovrebbe essere modellata sui fini e i traguardi umani a cui andrebbe ordinato il potere, piuttosto che sugli strumenti e i modi per conquistarlo?

 

(“Rocca”, n.20 del 2013)

 

 

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