18 novembre 2011, Politica e società

Il governo che chiude la transizione

di Giorgio Tonini

Ha ragione Massimo D’Alema: il governo Monti non sarà una parentesi. Piuttosto, aggiungiamo noi, sarà un governo di transizione, nel senso più alto e forte del termine. Dunque, anche se composto di soli tecnici e sostenuto da una maggioranza parlamentare frutto di convergenze parallele e non di un accordo di coalizione, sarà un governo politico, eminentemente politico, come non si è stancato di ripetere il presidente Napolitano. Perché al suo lavoro e a quello della inedita maggioranza che lo sosterrà in Parlamento, è affidato il compito storico, un compito che potremmo definire uno e trino, di chiudere, o almeno avviare a conclusione, la lunga transizione italiana: sul terreno socio-economico, su quello istituzionale e su quello politico.

Il governo Monti dovrà traghettare l’Italia fuori dall’economia del debito: un compito che ha tutte le caratteristiche dell’emergenza, ma che non potrà essere assolto solo con interventi congiunturali. Se la massima del governo Berlusconi-Tremonti era stata “Non si fanno riforme durante le crisi”, quella del nuovo esecutivo sarà il suo opposto: “una crisi strutturale come quella in cui siamo può essere affrontata solo con riforme strutturali”. La presenza di riformisti del calibro di Piero Giarda al delicatissimo snodo tra governo e parlamento e di Elsa Fornero al lavoro è un chiaro messaggio al paese, all’Europa e ai mercati. Meglio: è la traduzione in nomi e cognomi della linea annunciata dallo stesso Monti nei giorni scorsi: l’Italia uscirà dall’emergenza economica e finanziaria, se sarà capace di mettere in campo e concordare con l’Europa, interventi strutturali su tre versanti, da presidiare e anzi da aggredire contemporaneamente: rigore, crescita, equità. Tutti e tre e tutti e tre insieme, come il vero riformismo comanda.

Ma il nuovo governo dovrà guidare la transizione anche su un secondo versante: quello istituzionale. Non sappiamo ancora se il governo intenderà proporre in prima persona al parlamento riforme elettorali, costituzionali, istituzionali. E’ probabile che non sarà così, anche se qualcosa dovrà dire e fare, se vorrà incidere in modo significativo, come ha detto nei giorni scorsi il nuovo premier, sull’universo dei mille “privilegi” che soffocano economia e società e appesantiscono la spesa pubblica. Se vorrà aggredire i privilegi delle tante corporazioni che abitano fuori dal palazzo, non potrà sfuggire alla responsabilità di proporre innanzi tutto un pacchetto di misure di significativa riduzione dei costi della politica. E dunque, tirando quel filo, certo con la responsabilità e il protagonismo primari del parlamento, la costituzione andrà ritoccata e la legge elettorale, tanto più col referendum pendente, andrà rivista. Dalla maggioranza parlamentare, certo: ma senza dimenticare che, come diceva Elia, della maggioranza il governo è il “comitato direttivo”.

Terzo, decisivo versante della transizione: il superamento dell’attuale bipolarismo, basato su coalizioni di “opposta opposizione”, in favore di un bipolarismo nuovo, finalmente fondato sulla competizione tra proposte di governo, entrambe protese alla conquista dell’elettorato mobile, del grande centro sociale e culturale che abita al cuore di ogni società avanzata e complessa. Su questo punto, Monti ha detto nei giorni scorsi parole inequivoche: “Il mio impegno – ha detto lunedì facendo il punto sulle consultazioni – è rivolto a far sì che la politica trasformi questo momento difficile in un’opportunità per il paese: un’opportunità di rilancio e speranza non solo per l’economia, ma anche per i valori fondanti di una vera comunità civile”. Altro che passo indietro della politica in favore della cosiddetta tecnica. E’ l’esatto contrario: questo paese non si salverà, non salverà neppure le sue aziende, i suoi posti di lavoro, i suoi risparmi, se non saprà darsi, dopo vent’anni di bipolarismo malato, una politica capace di coesione e di competizione bipolare al centro, tra proposte di governo accomunate dal medesimo senso dell’interesse nazionale: “Non dimentichiamo – ha detto Monti – che sempre più nel mondo si considera come misura di sviluppo la coesione e la capacità di convivenza civile”.

Il Partito democratico è nato per favorire questi tre obiettivi, che ha tutti e tre stampati nel suo codice genetico. Per questo, la scelta del Pd di sostenere il governo Monti non è una scelta di mera responsabilità dinanzi al paese, ma è la coerente traduzione e la migliore espressione della sua vocazione riformista. E’ anche la riscoperta della sua vocazione maggioritaria, che non è mai stata scelta preferenziale per la solitudine, ma esercizio praticato di una funzione dirigente nel campo del centrosinistra. Dinanzi al passaggio storico del governo Monti, il Pd non ha subordinato il suo sì al consenso dei suoi alleati, ma ha deciso di esserci, perché ha visto nel governo che si andava formando la risposta possibile ai problemi del paese. Una risposta, per l’appunto, riformista e maggioritaria. A quel punto sono stati gli alleati a guardarsi negli occhi e a decidere di correre dietro al Pd.

Un anno e mezzo ci separa dalle elezioni del 2013. Ma la riforma del bipolarismo italiano, forse è già incominciata

(Qdr, n.36 del 16 novembre 2011)

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