17 gennaio 2012, Politica e società

Il filo che unisce Monti a Berlusconi

di Lino Prenna

A voler parafrasare uno slogan pubblicitario che, alcuni anni fa, reclamizzava un prodotto in scatola, potremmo dire, con buona approssimazione, che la manovra economica proposta dal governo Monti ed ora all’esame del Parlamento, contiene molto rigore, poca equità, niente sviluppo. Questa valutazione, che può apparire eccessivamente severa, non coincide con la vulgata governativa che, oltre a sostenere l’urgenza e l’entità della manovra, ritiene impossibile spostare il prelievo fiscale su voci diverse da quelle considerate. In realtà, l’intera operazione risulta iniqua e ferisce il principio di solidarietà, criterio di giustizia distributiva e vincolo di responsabilità sociale, sancito dalla nostra Carta costituzionale.
A questo principio, ampiamente predicato dal magistero sociale, avremmo voluto che la Chiesa cattolica italiana avesse fatto riferimento, dichiarandosi disponibile a dare il suo contributo alla soluzione della crisi che attanaglia il Paese, ancor prima che fosse costretta dalla polemica, sollevata da più parti, sull’esenzione dal pagamento dell’Ici – ora Imu – sugli immobili “non esclusivamente” commerciali di sua proprietà e sulle altre esenzioni fiscali di cui gode.
Ma non è sugli aspetti economici che intendo fermarmi. Sono più che sufficienti i rilievi critici mossi dalle organizzazioni sindacali, rispetto alle quali, il merito involontario del governo guidato da Mario Monti è di averle ricompattate, dopo che il governo Berlusconi era riuscito a dividerle. Risultano, di fatto, altrettanto inquietanti le domande più strettamente politiche, a partire dal passaggio al governo tecnico, ritenuto necessario dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e, più o meno, subìto dai maggiori partiti. Un governo di centrosinistra, probabile se non sicuro vincitore di regolari elezioni, avrebbe fatto peggio di Monti?
Purtroppo c’è una continuità tra l’attuale e il precedente governo. Del resto, come spiegare l’assenza nella manovra della patrimoniale, che Monti stesso, qualche settimana prima del suo incarico, aveva proposto come doverosa misura di equità, se non per il veto di Silvio Berlusconi?
Inoltre, la nascita del governo tecnico, caricato di attese salvifiche, mentre rappresenta il commissariamento della politica, ne esautora, di fatto, le risorse, omologando tutti i partiti e accreditando presso l’elettorato l’idea che tutta la politica, di sinistra come di destra, sia inadeguata e incapace di rispondere ai bisogni reali del Paese.
In queste considerazioni, più preoccupate che provocatorie, è doveroso dare atto al Partito Democratico di aver anteposto l’interesse generale al proprio tornaconto particolare. Ma il governo Monti, in una incontrollabile eterogenesi dei fini, potrebbe rivelarsi una trappola per il partito di Bersani, mentre contribuirebbe a riaccreditare Berlusconi e il Popolo delle libertà, anche oltre la fascia dei fedelissimi.
Come ha auspicato il Consiglio nazionale dell’associazione Agire politicamente (coordinamento di cattolici democratici), riunito a Perugia in occasione dell’incontro di amicizia con Alberto Monti-cone, nella ricorrenza del suo ottantesimo compleanno, lo scorso 3 dicembre, è un bene per tutti che la parola ritorni alla politica, in tempi brevi, anche perché è l’emergenza democratica che il Paese deve affrontare all’interno di una crisi che è culturale prima che economica. Per questo, rimane il compito arduo di riabilitare la politica sottraendola alla sudditanza della ragione economica, consapevoli dei limiti ma anche fiduciosi nelle sue inesplorate potenzialità di riscatto sociale.

* Docente di Pedagogia all’Università di Perugia, coordinatore nazionale dell’associazione “Agire Politicamente”

(“Adista Segni Nuovi”, n.96 del 2011)

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