13 settembre 2011, Cultura - Politica e società

Il diritto negato

Joint Resolution Proposing the Thirteenth Amendment to the United States Constitution, 01/31/1865 - 01/31/1865di Chiara Saraceno

La decisione della signora di Treviso, malata di sclerosi multipla, di rivolgersi ad un giudice per nominare suo marito “amministratore di sostegno”, ovvero persona incaricata di far valere le sue volontà circa il rifiuto di trasfusioni di sangue e alimentazione forzata allorché lei non potrà più farlo direttamente, evidenzia non solo la drammaticità, ma la intima contraddizione delle norme sul testamento biologico di recente approvate dal senato e in attesa di approvazione alla Camera.
Una contraddizione che inconsapevolmente hanno esplicitato anche il ministro Sacconi e la sottosegretaria Roccella nel loro tentativo di sminuire la portata della pronuncia positiva del tribunale di Treviso. Affermano, infatti, il ministro e la sottosegretaria che una persona in grado di intendere e volere, e aggiungo io, di agire di conseguenza, può liberamente rifiutare non solo ogni cura, ma anche di nutrirsi. Può andarsene dall´ospedale, staccarsi dalle macchine, rifiutare medicine e interventi chirurgici, smettere di mangiare e bere. Tra l´altro, il lento lasciarsi morire di fame è un mezzo più o meno consapevolmente scelto da molti grandi anziani stanchi di vivere, ma che “non riescono a morire”, per usare le loro parole.
Questo diritto a rifiutare sia le cure che l´alimentazione si basa sul principio dell´habeas corpus, il primo e più antico diritto civile, sancito anche dagli articoli 2 (diritti inviolabili dell´uomo) e 13 (libertà personale è inviolabile) della Costitituzione italiana. Questo diritto tuttavia, secondo ministro e sottosegretaria e secondo tutti coloro che hanno votato a favore della legge passata al Senato, cessa una volta che quella stessa persona ha perso vuoi la capacità di intendere o volere, vuoi quella di esprimere la propria volontà, ancora lucidamente presente alla coscienza, ma non più agibile direttamente. Il primo è stato il caso di Eluana Englaro, il secondo di Piergiorgio Welby. Welby è stato fino all´ultimo perfettamente in grado di volere ed anche di comunicare la propria volontà, ma dipendente da altri per farla valere, dato che non poteva staccarsi da sé dalla macchina che lo teneva in vita contro ogni suo volere e a prezzo di grandi sofferenze fisiche e psicologiche.
Questa negazione dell´habeas corpus e del diritto a far valere la propria volontà proprio nei confronti di coloro che una malattia o un incidente hanno già profondamente maltrattati nella loro integrità personale e nella loro capacità di autonomia, mi sembra una grave, insultante, indegnità. Ciò che queste persone hanno detto e dichiarato perde valore una volta che non siano più in grado di realizzarlo da soli. In nome della inviolabilità della vita umana diventano delle non persone. E le stesse persone che sarebbero, sono, chiamate a pronunciarsi sulla opportunità di un intervento, di una cura, perdono autorevolezza e riconoscimento se, in nome della volontà espressa dal malato, chiedono che cessi ogni intervento.
Proprio per rafforzare l´autorevolezza del marito sul piano giuridico la signora ha chiesto e ottenuto che questi venga nominato amministratore di sostegno, anche se l´accanimento impietoso dei nostri legislatori potrebbe rendere inutile anche questo, sollecitando altri ricorsi al giudice, su su fino alla Corte Costituzionale. Ci si lamenta tanto dell´eccesso di giuridificazione dei rapporti tra persone e dello strapotere dei giudici; ma sono le leggi che non riconoscono la pienezza del diritto dei cittadini a dire su di sé, anche a futura memoria, a stabilire non tanto come vogliono morire, ma come non vogliono essere tenuti in vita, a costringere a rivolgersi al giudice per proteggere sé e i propri cari da uno stato invasivo e irrispettoso della dignità dei cittadini. Possono anche provocare ansie e paure aggiuntive e persino sollecitare decisioni contrarie alle intenzioni delle norme e degli stessi interessi delle persone.
Se si teme, infatti, che una terapia metta in moto processi da cui non si può tornare, legalmente, indietro, finché se ne ha il potere si può decidere di non iniziarla/non farla iniziare neppure, anche se potrebbe rivelarsi positiva. Una ragione in più per non intervenire se non a protezione e sostegno della libertà e dignità dei soggetti coinvolti in quell´area incerta che sta tra la vita e la morte, tra la speranza che le cose migliorino e la consapevolezza di ciò che è soggettivamente sostenibile e accettabile.

(“La Repubblica”, 5 agosto 2011)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 799802 visite totali
  • 151 visite odierne
  • 3 attualmente connessi