7 novembre 2012, Cultura - In evidenza - Politica e società

Il Concilio e le donne cinquantanni dopo

di Clotilde Masina Buraggi

Ho partecipato con mio marito Ettore e con tanti amici al convegno del 15 settembre all’Istituto Massimo di Roma, “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio. Quel giorno, emozionata dalle relazioni ascoltate, (in particolare quelle di Cettina Militello e di Rosanna Virgili), mi è tornato alla mente un periodo straordinario della mia vita, quello in cui ho avuto il privilegio di avere come frequentatori della nostra casa romana tanti protagonisti del Concilio e gli accesi dibattiti che li accalorava. Abitavamo vicino al Vaticano e gli ospiti arrivavano, quasi ogni sera, senza invito. Ogni volta era una sorpresa: aspettavamo padre Diez Alegria e invece arrivava dom Helder Camara. Padre Chenu, maestro della Nouvelle Théologie, era di casa e giocava con i nostri bambini… Avevo solo trent’anni, due figli e un terzo in arrivo, e la mia giovane vita fu illuminata e vivificata da quell’evento. Ettore, in quel tempo, era stato inviato da Milano a Roma da “Il Giorno” a seguire il Concilio. I suoi servizi erano letti da molti. (Abbiamo poi saputo che don Milani li discuteva con i suoi ragazzi). Anche se non ero una teologa ma una semplice madre di famiglia, fui incoraggiata da tante presenze illustri che mi esprimevano stima a scrivere anch’io qualche riflessione sulla donna nella Chiesa. In questi giorni ritrovando al convegno tante persone che condivisero mezzo secolo fa (!) la nostra vita di fede, e che oggi sono ancora desiderose di tenere vivo il Vaticano II, ho pensato che poteva avere qualche interesse rileggere le mie riflessioni di allora, su un tema ancora oggi drammaticamente attuale: quello della donna nella Chiesa. Un documento del genere ci aiuta a ricordare tante speranze di un tempo, i problemi che non sono stati risolti e forse qualche nostro errore. Si tratta di un mini-saggio pubblicato da una casa editrice cattolica nel 1967. Per facilitarne la lettura lo riproduco qui di seguito aggiungendovi un commento che cerca di tenere conto delle mie esperienze anche professionali di psicoanalista.

Dare fiducia alla donna
La donna del secolo XX è una donna insoddisfatta. Si potrebbe forse dire meglio che la donna è sempre stata insoddisfatta ma solo in questo secolo ha cominciato a prendere veramente coscienza di sé e a manifestare chiaramente la sua scontentezza. Dall’inizio della industrializzazione dei paesi latini, la Chiesa si è molto preoccupata di questo stato di cose come se improvvisamente sentisse crollare una struttura che per secoli era apparsa solida e sicura: la donna, infatti, aveva sempre servito con docile e silenziosa fedeltà, neppure offesa dalla poca considerazione in cui l’avevano tenuta i Padri, san Tommaso, parecchi teologi.
Di questa sconcertata preoccupazione è facile trovare traccia nei documenti pontifici. Nel dicembre 1917, mentre gli uomini di tutta l’Europa sono al fronte e le donne prendono il loro posto nelle fabbriche e nei servizi pubblici , (e in Russia partecipano a fianco degli uomini alla rivoluzione), Benedetto XV sembra cogliere nel fenomeno della emancipazione femminile soltanto un triste segno dei tempi: “È meraviglioso vedere ciò che può la donna per il benessere o per la rovina del genere umano; se devia dalla vita comune, tutto l’ordine, sia domestico che civile, è facilmente sconvolto. Così, abbandonata la religione, si possono vedere donne colte perdere insieme alla pietà anche la verecondia; non poche sono quelle che per darsi delle occupazioni estranee al loro sesso adottarono il modo di fare degli uomini; o che, abbandonando le occupazioni del focolare domestico per le quali sono state fatte, si gettarono inconsideratamente nella lotta della vita. Da qui deriva questa deplorevole perversione dei costumi..”.
Più tardi, anche Pio XI si mostra estremamente preoccupato: “Questi stessi maestri di errori (…) facilmente scalzano la onesta e fedele soggezione della moglie al marito. E anche più audacemente (…) affermano con leggerezza essere quella un’indegna servitù di un coniuge all’altro; i diritti fra coniugi essere tutti eguali ed essendo essi violati con la servitù di una parte, bandiscono superbamente, come già fatta, una certa ‘emancipazione’ della donna. E questa emancipazione dicono dover essere triplice (…) e la chiamano emancipazione “sociale, economica, fisiologica”(…): emancipazione sociale in quanto essi rimuovono dalla moglie la cura domestica sì dei figli come della famiglia, perché, mettendo questa da parte, possa assecondare il proprio genio e dedicarsi agli affari e agli uffici pubblici…”.
Ancora più grande pare l’angoscia di Pio XII che a questo tema ha dedicato molti discorsi. Alle delegate delle Leghe femminili cattoliche lancia un appello che è quasi un grido: “No, non conformatevi al presente secolo!” (14.4.1939); aggiungendo più tardi (10.9.1941): “Le condizioni di vita attuali col lavoro di entrambi i coniugi affievoliscono la gerarchia familiare…” e: “La odierna struttura della società che ha per fondamento la quasi assoluta parità fra la donna e l’uomo si appoggia sopra un fallace presupposto “ (25.3.1942). Così, qual è la realtà? Siamo noi in errore se diciamo che mai forse alcun tempo non ha tanto mancato, sotto questo rispetto, ai suoi doveri verso la donna quanto il presente?” (28.4.1947).
Ho voluto citare qui alcuni documenti soltanto per rilevare come la Chiesa abbia sofferto, direi quasi troppo sofferto, i problemi della donna moderna. Il Concilio ha superato questa acuta sensazione di disagio in una serena anche se coraggiosa valutazione della realtà. Nel considerare il ruolo della donna nella Chiesa, esso ha fissato come obiettivo degno di lode la sua autentica emancipazione; si è dichiaratamente pronunziato contro ogni discriminazione sessuale; infine ha saputo, grazie all’universalità della sua assise, spaziare lo sguardo su tutte le donne del mondo, non solo su quelle del mondo occidentale e “cristiano”.
Il 30 ottobre 1964 due padri africani (monsignor Nkongolo, vescovo di Bakwanga nel Congo, e monsignor Yago, arcivescovo di Abidjan nella Costa d’Avorio) portano in Concilio il dolore delle donne d’Africa, ferite soprattutto nel loro destino di spose. Denunziano i fenomeni delle mancanza di libero consenso (causa frequente di divorzio), le sopraffazioni del tribalismo, l’abuso della dote, la poligamia; e la loro denunzia viene fatta propria da tutto il Concilio. Forse qualcuno si era dimenticato che al mondo esistevano ancora, su scala gigantesca queste situazioni e che Gesù è venuto al mondo anche per sanare questi mali. Ma ora tutta la Chiesa, nella sua nuova fioritura d’amore, per ogni creatura umana, se ne ricorda, prende impegno di meditare che il Cristo ha assunto in sé tutta l’umanità e il suo corpo soffre quando è offesa la dignità della persona.
La costituzione pastorale Gaudium et Spes lo denunzia chiaramente: “Tutto ciò che è contro la vita (…); tutto ciò che viola l’integrità della persona umana (…); tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita infraumane, le carcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani (…), tutte queste cose ed altre simili sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, ancora più inquinano coloro che si comportano che quelli che le subiscono e ledono grandemente l’onore del Creatore…” (GS 29).

La sofferenza della donna
La donna trattata come cosa, come animale di lusso o da soma, è un fenomeno diffuso su scala mondiale; cosicché il primo importante ruolo della donna nella Chiesa sembra essere quello della sofferenza. La donna è la parte più percossa dell’umanità. “Tu partorirai con dolore.” Però mentre le donne occidentali vengono liberate dalle doglie del parto dai nuovi farmaci del benessere, nessuna donna è liberata dalla fatica e dalla pena di partorire per il suo sesso un posto nel mondo in cui più umanamente possa crescere ed esprimersi.
I Padri hanno avuto stima e fiducia nella donna, ed è anche con un ottimismo realista, che i Padri del Concilio si sono occupati della vita familiare. Piuttosto che con le deprecazioni e le censure, essi hanno cercato di “riscoprire” la bellezza e l’importanza del matrimonio cristiano e, insieme, la sua funzione ecclesiale: la vita coniugale deve essere vista come un dono alla Chiesa. Poiché tutti i fedeli, uomini e donne, sono chiamati a contribuire, a modo di fermento, alla santificazione del mondo (LG 31), “appare di grande valore quello stato di vita che è santificato da uno speciale sacramento: la vita matrimoniale e familiare (…). Là i coniugi hanno la propria vocazione… (LG 35). Il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare” (GS 47). Anche di fronte alla crisi della famiglia, così legata alla crisi personale della donna, il Concilio non chiude gli occhi, rileva che vi sono ragioni di egoismo, socio-psicologiche, economiche ecc. che portano turbamenti non lievi nella vita familiare ma nel contempo sottolinea che “il valore e la solidità dell’istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell’odierna società, nonostante le difficoltà che con violenza ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura dell’istituto stesso (GS 47).
I Padri del Concilio si sono così sottratti alla facile tentazione di auspicare l’impossibile ritorno ad un modello di famiglia patriarcale, autoritaria, di tipo agricolo, che nella mente di molti viene abitualmente considerata il modello della famiglia cristiana. I Padri del Concilio hanno preferito dire che i coniugi devono, nella grazia e nella preghiera, trovare un tipo di matrimonio nuovo: “in accordo con i tempi nuovi, i cristiani, distinguendo le realtà permanenti dalle forme mutevoli, si adoperino per sviluppare diligentemente i valori del matrimonio e della famiglia, tanto con la testimonianza della propria vita quanto con una azione concorde con gli uomini di buona volontà” (GS 52), in cui è chiaro, fra gli altri, il concetto che la famiglia deve essere non un ‘nido’ ma una struttura aperta al dialogo e alla comunità. Perché questo avvenga il Concilio vede che è indispensabile che i due coniugi abbiano una piena maturità personale. Anche confermando il più “tradizionale” dei ruoli della donna, i Padri hanno voluto costantemente sottolineare che una famiglia autenticamente cristiana non può nascere se non da esseri che abbiano sviluppato pienamente le loro doti. Le parole “persona” e “personale” ricorrono continuamente nel linguaggio della costituzione pastorale Gaudium et Spes: il matrimonio è prima di tutto “irrevocabile consenso personale”(GS 48), (ciò che presuppone una decisione pienamente libera e matura, l’essere usciti da una minorità che per la donna, anche nel mondo occidentale non è solo anagrafica). Il matrimonio è “mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone e delle attività”(ivi), è fondato “sull’uguale dignità personale sia dell’uomo che della donna, che deve essere riconosciuta nel mutuo e pieno amore”(GS 49). L’eguale dignità dell’uomo e della donna… Ecco un riconoscimento di capitale importanza per niente scontato. Spesso la donna moderna aveva finito, infatti, per concludere che la Chiesa non vi credeva, che tutto fosse limitato nella pratica a quell’articolo 1111 del Codice di Diritto Canonico che dichiara che uomo e donna hanno gli stessi doveri e gli stessi diritti per ciò che riguarda la vita matrimoniale. Ma la donna che leggeva il Vangelo sentiva che Gesù le aveva fatto maggior credito. È vero che una sola volta (Mt. 19,8 e sinottici) il Vangelo riporta esplicite parole di Gesù sugli eguali diritti tra donna e uomo per quel che riguarda la fedeltà coniugale; ma l’intero atteggiamento di Gesù nei confronti delle donne svolge un discorso ben più ampio. Basta leggere il racconto dell’adultera per rendersene conto: questa donna, trattata come una povera cosa dagli uomini del paese che si erano divertiti con lei, ritrova nell’amore del Signore la sua dignità perduta, e non si staccherà più da lui.

La donna non è “secondaria”
Il Cristo non è vissuto in un’epoca favorevole alle donne. Allora come adesso gli ebrei pii ringraziavano il Creatore di non averli fatti nascere donna. Egli non ha voluto uniformarsi a questo pregiudizio. Anche se i suoi discepoli se ne sono scandalizzati, Gesù ha parlato alla Samaritana; anche se questo era poco abituale ha amato donne come Marta e Maria, come la Maddalena. Le donne seguivano Gesù durante la sua predicazione Perché le cose sono poi tanto cambiate nei paesi cattolici e nel costume della Chiesa? E’ vero, il Cristo era Dio, il suo amore poteva essere pieno, senza ombre. L’uomo è più debole. Ma è stato probabilmente un fatto di costume che ha influenzato la teologia e la morale, e non il Vangelo, a ridurre le donne nella Chiesa o a essere poco femminili o ad essere considerate come strumento di perdizione.
Il Concilio lo ha avuto presente e i suoi documenti sono il più possibile liberi a questo proposito da pregiudizi storici. I Padri hanno citato San Paolo, (e il San Paolo meno legato alle influenze del suo tempo), per riaffermare che “non c’è nessuna ineguaglianza nel Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso” poiché “non c’è né giudeo né gentile, non c’è né schiavo, né libero, non c’è né uomo né donna, tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal, 3, 28). Anche un’altra scelta di testi fatta dai Padri è significativa. Parlando della creazione dell’uomo la Gaudium et Spes dice:” Ma Dio non creò l’uomo lasciandolo solo, sin dal principio ‘uomo e donna li creò’ e la loro missione costituisce la prima forma di comunione di persone” (GS 12). Il Concilio ha dunque scelto, delle due versioni contenute nella Genesi, quella più antica, anche se riportata come seconda nell’Antico Testamento; quella che sottolinea la concezione della donna non come “secondaria” all’uomo in quanto forgiata con la sua costola, ma come creatura “comprimaria” in quanto, come l’uomo, fatta “a immagine di Dio”. Come dice il Bouyer , noi dovremmo sempre tenere presente la parte esatta di realismo che è racchiusa in queste parole. “ Le donne rivendicano, dove ancora non l’hanno raggiunta la parità con gli uomini, non solo di diritto ma anche di fatto” (GS 9). Questa rivendicazione, che fino a qualche anno fa sarebbe stata considerata segno di un tempo corrotto, è elencata nelle Costituzioni conciliari tra le aspirazioni più diffuse dell’umanità insieme alle legittime richieste dei popoli sottosviluppati, dei contadini e degli operai. Si tratta dunque anche in questo campo non di accettare il mondo così com’è, ma di “instaurare un ordine politico, sociale ed economico che sempre più e meglio serva l’uomo e aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità” (ivi). Per i Padri, e il tema è stato ripreso da Paolo VI nel suo discorso nella cattedrale di Ferentino ,(1.9.1966) non è cristiano chi non ha occhi che per il “buon” tempo antico e se accetta a malincuore ciò che vi è di mutato nel tempo presente , non vuole che il mutamento continui. Il dramma c’è anche se vi sono persone (GS 10) che non se ne accorgono o perché sono accecate dal loro benessere che le fa timorose di ogni cambiamento o perché sono tanto oppresse dalla miseria che non hanno modo di riflettere.

Forti personalità
Questo desiderio di promozione della donna nasce nei Padri anche dalla considerazione che tutti i cristiani, se vogliono essere fedeli alla loro vocazione devono essere adeguatamente preparati e maturi. Certo, un gregge fedele di docili pecore mansuete può anche andare bene in tempi ”normali”; ma ora ci sono troppi finti pastori, e la pecorella ignara potrebbe seguirli e perdersi per sempre. Così il Concilio auspica che “l’educazione dei giovani sia impostata in modo da suscitare uomini e donne, non tanto raffinati intellettualmente ma di forte personalità, ‘magni animi’, come è richiesto fortemente dal nostro tempo (GS 31). Che cosa significa forte personalità, e come vi si arrivi viene poi spiegato chiaramente così:” È proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita veramente e pienamente umano se non mediante la cultura, coltivando cioè i beni e i valori della natura. Perciò ogniqualvolta si tratta di vita umana, natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse” (GS 58). Sono parole chiare e , in teoria, accettate da tutti. Diventano però meno ovvie se, come vuole la Chiesa, devono essere applicate a tutti gli esseri umani, donne comprese: i cristiani si devono adoperare perché “si affermino i principi fondamentali, mediante i quali sia riconosciuto a attuato dovunque il diritto di tutti a una cultura umana conforme alla dignità della persona, senza distinzione di stirpe, di sesso, di nazione, di religione, di condizione sociale” (GS 60).
Queste affermazioni stridono con la mentalità corrente, secondo la quale solo il maschio ha un vero diritto e dovere di sviluppare la propria personalità anche perché egli sarebbe fatto di un materiale biologicamente più pregevole e investire su di lui sarebbe più redditizio per la società. Ma la mentalità corrente stride anche con l’approfondirsi degli studi antropologici i quali approdano con chiarezza alla realtà che la donna non è ”per natura” inferiore all’uomo.
I più moderni studiosi del comportamento sono d’accordo, (e direi non per pura coincidenza), con i testi del Concilio. Essi si interessano sempre di più al fondamentale bisogno umano di maturare, alla volontà dell’uomo di realizzare tutte le sue potenzialità. Si sta scoprendo un nuovo concetto di normalità e di patologia. La normalità, requisito necessario per una società veramente umana, viene definita ”il più alto livello di eccellenza di cui siamo capaci”. Il presupposto è che l’uomo è felice e in pace con se stesso, sano, senza sentimenti di colpa, solo quando si sta realizzando. Sono concetti che mi pare si attaglino perfettamente alla “insoddisfazione” della donna moderna, ai suoi”complessi di colpa” e di “inferiorità”.
Dicono ancora gli studiosi: ”Non basta all’individuo essere amato e accettato dagli altri, adattarsi alla sua società. Egli deve prendere abbastanza sul serio l’esistenza per assumere un impegno verso la vita e il futuro”. Il Concilio completa (o traduce in senso religioso) questi concetti: “La Chiesa ricorda a tutti che la cultura deve mirare alla perfezione integrale della persona umana, al bene della comunità e di tutta la società umana” (GS 59). “Cresce sempre di più il numero degli uomini e delle donne di ogni ceto e nazione, coscienti di essere artefici della cultura della propria comunità: In tutto il mondo si sviluppa sempre di più il senso dell’autonomia e della responsabilità, cosa che è di somma importanza per la maturità spirituale e morale dell’umanità” (GS 55).
La Chiesa conciliare che afferma ripetutamente come anche ai laici siano concessi “carismi sia umili che eccelsi” (Cfr., PO 9) fissa dunque anche per le donne un ruolo di autrici di cultura e di civiltà. Ma il Concilio non fa dell’angelismo, si rende conto che non vi sono doveri a cui non corrispondano diritti. La donna non potrà raggiungere una piena espansione della propria personalità senza una profonda riforma degli istituti sociali. Le leggi economiche non devono trovare la loro giustificazione nel profitto ma nell’uomo, il processo produttivo deve adattarsi alla persona umana e non alienarla. Il che è importante per tutti, ma è forse anche più importante per le donne; perché vi sono milioni e milioni di donne che hanno oggi un orario di lavoro di 15 e più ore al giorno, se a quello della fabbrica o del campo si aggiunge il lavoro casalingo.

Il lavoro della donna
Il Concilio si rifiuta anche di vedere nel lavoro delle donne solo “un male necessario”: al contrario, anche nella sua forma più umile, il lavoro delle donne come quello degli uomini ha un grande valore “creativo”. “Gli uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia esercitano il proprio lavoro, così da prestare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che con il loro lavoro essi prolungano l’opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli, e donano un contributo alla realizzazione del piano di Dio nella storia” (GS 34).
È un messaggio di speranza per la donna che è costretta a un lavoro alienante, che pare senza significato, (e questo può valere sia per certi lavori di fabbrica che per tanti lavori domestici), e la comprensione di essere “collaboratrice” della creazione deve spingere la donna a lavorare con impegno, continuità e ricerca di qualificazione. Il fatto che ogni lavoro, anche il più umile, sia un lavoro essenzialmente redentivo, non deve togliere per questo al lavoro il suo impegno costruttivo. Noi non sappiamo chiaramente perché dobbiamo con tanta fatica, e talvolta tanto umilmente, costruire la città terrestre, se poi dovremo lasciarla per la città celeste; ma la Chiesa ci assicura che tutto ciò che facciamo, che anche i non credenti fanno, non sarà vano. Forse stiamo impercettibilmente trasformando questo mondo nei “nuovi cieli e nuove terre” di cui parla l’Apocalisse.
La donna deve quindi lavorare meglio che può per motivazioni che abbiano in sé un valore reale. Una recente inchiesta svolta dalla Commissione femminile delle Acli mostra molto tristemente che la donna esce di casa per lavorare per bisogno o per aumentare il suo prestigio sociale. La donna è solo in parte colpevole di ciò: come l’operaio sfruttato, essa è vittima di un sistema materialista, (occorre dire “maschilista?”), che valuta socialmente una persona non per ciò che è, non per ciò che fa, ma per ciò che guadagna. Le motivazioni reali del lavoro extracasalingo hanno grande importanza, perché non vi è dubbio che la donna sposata, la donna madre, ha anche degli altri importanti valori da custodire. “È lei che in sommo grado difende i valori della famiglia, ne crea l’ambiente, mantiene i legami con gli altri nuclei familiari, imprime a ogni atto della vita quotidiana un carattere di sacralità”. La donna deve essere consapevole di questa sua potenza, poiché se essa vi abdicasse annienterebbe la sua stessa più autentica femminilità, il fine stesso della sua creazione. ”Siamo tentati di pensare che allora soltanto i nostri diritti personali sono pienamente salvi quando veniamo sciolti da ogni norma divina: Ma per questa strada la dignità della persona umana, nonché salvarsi, piuttosto va perduta (GS 41).
Il ruolo che il Concilio fissa alla donna è quindi duplice: intimo e sociale. La Chiesa prende atto del dualismo che divide la donna moderna, che sente la sua vocazione familiare, ma si rifiuta di diventare prigioniera di quattro mura. “ È importante sviluppare ulteriormente le istituzioni al servizio della famiglia e delle esigenze sociali, specialmente quelle che provvedono agli aspetti culturali ed educativi. Nell’organizzare tutte queste istituzioni bisogna vegliare affinché i cittadini non siano costretti ad assumere di fronte alla società un atteggiamento di passività e di irresponsabilità nei compiti assunti o di rifiuto di servizio” (GS 69). Le suffragette erano in posizione di antagonismo con l’uomo, anche se nello stesso tempo, come molti non sanno, erano spesso ottime mogli e ottime madri. Ma il tempo delle suffragette è finito o sta per finire; in molti paesi la donna ha raggiunto, almeno nella legislazione, quasi tutti gli obiettivi dell’emancipazione. Ora si devono cercare e studiare (soprattutto nella Scrittura) i nuovi modi di essere della donna nei confronti dell’uomo. Non si può più parlare della donna dimenticando che essa è la compagna dell’uomo, non la sua rivale, né la sua brutta copia. “E Dio, Il Signore, disse ‘facciamogli un aiuto (neged) simile a lui’ “(Gen: 2,18). “Neged” in ebraico indica una uguaglianza che non è identità né una semplice somiglianza: Indica diversità, appartenenza alla stessa specie dal punto di vista organico e insieme un mutuo complemento, anche nel contrasto. La donna è tutto questo per l’uomo, e tanto lei che l’uomo non devono dimenticare di essere stati creati in coppia e quindi necessari l’uno all’altro.
La Chiesa li accompagna in questo lavoro con la sua solidarietà. Mai nessun Concilio aveva rivolto alla donna parole di tale fiducia, sino ad affidarle la civiltà stessa. “…Viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora nella quale la donna acquista nella società un’ influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. È per questo, in un momento in cui la società conosce una così profonda trasformazione, che le donne illuminate dallo spirito evangelico, possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere. Voi donne avete sempre la missione di salvare il focolare, l’amore delle fonti di vita, il senso delle culle. Voi siete presenti al mistero della vita che comincia. Voi siete le consolatrici al momento della morte. La nostra tecnica rischia di diventare inumana. Riconciliate gli uomini con la vita. E soprattutto vegliate, ve ne supplichiamo, sull’avvenire della nostra specie. Trattenete la mano dell’ uomo che in un momento di follia tentasse di distruggere la civiltà umana (…) Donne nella prova, voi che siete in piedi sotto la croce, immagini viventi di Maria, voi che così spesso nella storia avete dato agli uomini la forza di lottare sino alla fine, di testimoniare sino al martirio, aiutateli ancora una volta a conservare l’audacia delle grandi imprese, unitamente alla pazienza e al senso delle umili origini (…) Donne di tutto l’Universo, cristiane o non credenti, a cui è affidata la vita in questo momento così grave della storia, spetta a voi salvare la pace nel mondo”.

Un commento a cinquant’anni di distanza
Nel rileggere un testo scritto tanto tempo fa colpiscono certe ingenuità e la mancanza di prospettive che oggi ci appaiono evidenti. Tuttavia non si può non riconoscere come il lavoro del Concilio sia partito da situazioni drammatiche e come da molti interventi dei Padri siano state affrontate con coraggio.
La vita della Chiesa è cambiata dopo quella grande assemblea. Il Concilio, ha portato grandi mutamenti all’interno della Chiesa: un nuovo modo di partecipare alle liturgie, di riconoscere il ruolo dei laici. Ha permesso e incoraggiato lo studio dell’Antico Testamento, ha rivalutato l’amore nel matrimonio, ha aperto alle donne le università pontificie ecc. ma il mutamento per quanto riguarda la questione femminile non è stato portato avanti dalla istituzione ecclesiastica, come speravamo. Mi sono chiesta oggi, ripensando a quel tempo, perché mai, valorizzata come mi sentivo allora, non ho studiato anch’io teologia, per approfondire questo problema, e invece mi sono sottoposta a una psicoanalisi personale e allo studio della psicologia. Non è facile nemmeno ora rispondere. Forse la prima motivazione, oltre alla ricerca di comprensione dei miei problemi, fu l’avere constatato a quel tempo come fosse difficile stabilire dei corretti rapporti affettivi “sororali” con le persone con cui entravo in contatto “per fare Chiesa”; una constatazione che allora suscitò in me molti interrogativi sull’affettività, sulla sessualità e sul senso del celibato ecclesiastico.
La relazione tra me giovane donna sposata e uomini celibi, come i sacerdoti che frequentavano la mia casa o che incontravo nelle sedi dei dibattiti che fiorivano attorno al Concilio, non era certo molto facile. So che molte altre donne della mia epoca hanno sofferto per questa difficoltà. C’era chi non ci guardava negli occhi, chi ci guardava solo di sottecchi e ci faceva sentire il corpo come qualcosa di imbarazzante in quanto possibile suscitatore di desideri illeciti. Capivamo che alcuni si sforzavano di vederci solo come “pie” signore, come madri “esemplari” dedite ai loro bambini, come buone cuoche, servizievoli cameriere; altri stabilivano con noi rapporti solo rigidamente intellettuali, come se la nostra mente non fosse intimamente insediata in un essere sessuato di genere femminile. Soltanto con una minoranza di uomini maturi, sereni e sicuri della loro scelta vocazionale, fu possibile per noi stabilire caldi e stimolanti rapporti duraturi che ci hanno nutrito affettivamente e ci hanno aiutato nella vita matrimoniale e di fede.
Fu allora che, con l’audacia che mi veniva dai messaggi che il Concilio aveva rivolto al mondo femminile, sentendomi finalmente non più discriminata come donna, mi diedi il permesso di aspirare a un ruolo professionale che prescindeva dal sesso, ed ebbi la forza di prendere una seconda laurea e di percorrere il lungo iter per diventare psicoanalista.
Negli anni ‘70 e seguenti, molti di noi pensavamo che il dopo Concilio avrebbe sbloccato alcuni punti nodali, aventi tutti a che fare con la pari dignità tra i sessi: punti molto dibattuti al Concilio, e che però Paolo VI aveva sottratto alle discussioni dei Padri conciliari, avocandoli a sé, come il sacerdozio delle donne, il celibato dei preti, il controllo delle nascite, ma ciò non è avvenuto. I suoi successori hanno mantenuto la stessa rigida posizione.
Come mai la vera uguaglianza tra i due sessi non si è ancora realizzata nella Chiesa, se anche il Concilio ha dato un notevole impulso alla società civile su questo punto? Perché la donna non può essere un sacerdote? Perché l’istituzione ecclesiastica , ( non il popolo dei fedeli), non ammette una autentica eguaglianza della donna con l’uomo? Dopo trent’anni di professione psicoanalitica azzardo su questi temi un’ipotesi certamente discutibile, e non esaustiva, ma, spero, non considerata presuntuosa.
I documenti del Magistero sono l’espressione di maschi che vivono nel mondo con i loro problemi affettivi e sessuali, e che non sono garantiti nelle loro possibili derive, come purtroppo abbiamo visto nel caso della pedofilia. E’ probabile che non pochi di tali maschi che hanno il potere di stabilire le leggi interne all’istituzione non siano ancora pienamente maturi come auspicava il Concilio. Ora, se una persona rimane infantile, continua ad avere bisogni relativi al rapporto soprattutto con la madre, bisogni necessari alla sua strutturazione psichica , e non è perciò in grado di compiere il passo separativo, indispensabile per l’entrata nell’età adulta. Un individuo del genere, ancora immaturo, riesce a concepire la donna solo come madre o come figlia, non come essere complementare. Mi spiego: la psicoanalisi ritiene che la persona ragioni secondo due logiche diverse, (quella aristotelica del Conscio, e quella simmetrica dell’Inconscio). Chi vede la donna con questa ottica simmetrica prevalente, come una madre, che può essere anche una figlia, non può stabilire con la donna una relazione di parità. Dalla donna madre il bambino ha diritto di pretendere tutto, di essere servito, accudito ecc., sulla donna figlia l’immaturo crede di avere diritto di comandare, in quanto la figlia avrebbe il dovere di obbedire e di essere sottomessa.
(Questo problema di immaturità può naturalmente essere declinato anche al femminile, cioè nel rapporto tra donna e donna o tra donna e uomo. Nella importante ricerca di Adriana Valerio sulle uditrici al Concilio ,pubblicata recentemente, si documenta come alcune delle uditrici presenti in Concilio avessero capito bene come dovrebbero essere le corrette relazioni delle suore nei confronti di una madre superiora o nei confronti dei laici. Mary Luke Tobin, americana, presidente della Conferenza delle Superiori Maggiori degli Istituti Femminili, voleva essere per le suore non tanto madre quanto sorella. Susanne Guillemin, superiora generale delle Figlie della Carità, sosteneva che la vita religiosa non si doveva più porre autoritariamente al di sopra dei laici, ma doveva servire in situazione di fraternità. Erano donne mature!)
Si può dire che solo chi è riuscito a compiere la separazione dalla madre, e non è più una persona dipendente, è in grado di stabilire con gli altri rapporti sororali o fraterni e di stabilire con loro una relazione sessualizzata. Questo non significa agire la sessualità, significa, invece, che l’individuo maturo è capace di vivere serenamente nel proprio corpo con il proprio sesso e di apprezzarlo nell’altro.
Qui entra in campo la questione del celibato sacerdotale imposto canonicamente. A differenza di quanti molti non sanno, Freud ha teorizzato il concetto di sublimazione, cioè la possibilità di spostare la pulsione sessuale verso una nuova meta non sessuale , se questa è considerata di straordinario valore. È possibile dunque che vi siano uomini maturi che facciano questa scelta, anche se questa strada è difficile e quindi non percorribile da tutti.
La prospettiva psicoanalitica non è certo la sola per comprendere le tensioni fra mondo femminile e mondo maschile che sono presenti in tutte le società umane e dunque anche nella Chiesa . Negli ultimi cinquant’anni sociologi e antropologi, (e più spesso sociologhe e antropologhe), hanno portato avanti importanti ricerche su questo argomento. Non mi è certo possibile prenderle qui in considerazione. Mi sembra importante rilevare, però, come stili di comando autoritari, che non ammettono una reale parità tra i sessi, producano enormi conseguenze anche su altri problemi riguardanti la società. Se si ammettono differenze di genere, si possono ammettere anche altre differenze: come quelle tra popoli e culture, tra bianchi e neri, tra ricchi e poveri, togliendo al discorso sulla giustizia la sua priorità. La possibilità della differenza di dignità tra gli esseri umani ha anche a che fare con il problema della collegialità dei vescovi con il vescovo di Roma , e con il problema dell’ecumenismo. Come si può fare ecumenismo se tutti gli uomini non sono uguali e non hanno quindi pari dignità?.
Molte delle speranze espresse dal Concilio, alcune delle quali erano considerate come già attuate nell’articolo, non sono state quindi ancora realizzate, a causa delle resistenze presenti nella istituzione ecclesiastica, molto più che tra i fedeli. Ma io continuo a credere nella speranza, che ripongo soprattutto nelle giovani generazioni. Come va ripetendo da tanti anni l’amato monsignor Capovilla, il Concilio non fu che l’aurora che non si è offuscata con la sua chiusura. E ogni mattina una nuova aurora ci porta una nuova luce.

(4 ottobre 2012)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 525538 visite totali
  • 36 visite odierne
  • 3 attualmente connessi