30 gennaio 2016, Cultura - Politica e società

Il cardinal Martini e l’ “Imitazione di Cristo”: due “fonti” per una rilettura del “fare la comunione”

di Andrea Grillo

Nel corso di questo ultimo biennio, sotto la stimolante pressione dei lavori sinodali sulla famiglia, abbiamo dovuto rileggere la tradizione del “fare la comunione” con la disponibilità a lasciarci interrogare sulle nostre abitudini più consolidate e sulle evidenze apparentemente indiscutibili.

Tra le voci che con maggiore autorevolezza si sono pronunciate ci sono stati tutti coloro che, a partire da papa Francesco, hanno riscoperto una considerazione della “comunione” non solo come “premio dei perfetti”, ma come “farmaco e rimedio per chi è in cammino”. Una comunione non solo come “pienezza e compimento”, ma anche come “pedagogia e medicina”.

Tra la parole più belle che abbiamo ascoltato in questo periodo risuonano ancora quelle che C. M. Martini disse nella sua ultima intervista, quando invitò la Chiesa che si interrogava sulla “comunione ai divorziati risposati” a “capovolgere la domanda”, a guardare la realtà della famiglia e della eucaristia in una diversa prospettiva. Ricordiamo le sue parole profetiche:

“Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale… La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?” 1

Il “capovolgimento della domanda” è una virtù rara e difficile. E’ molto più facile chiudere ogni porta e ogni prospettiva, rinviando ad una “oggettività” che impedirebbe l’accesso alla comunione in modo drastico e inappellabile. Ma qui, appunto, possiamo trovare che il card. Martini non solo esercitava un carisma pastorale e teologico che gli poteva far dire “cose nuove”, ma era anche dotato di una ricca “memoria della tradizione”, la quale da molti secoli “sa” che il “fare la comunione” non è soltanto il “coronamento di una condizione di perfezione”.

Alcuni brani della Imitazione di Cristo, il noto testo spirituale su cui si sono formate decine di generazioni di cristiani e di preti, ci fanno comprendere bene alcuni aspetti di questa “diversa visione”.

Se leggiamo il “libro quarto” (e ultimo) del testo – dedicato al “sacramento dell’altare” – scopriamo infatti che tutto il discorso è comandato da una citazione evangelica: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi ristorerò” (Mt 11, 28). Il tenore del testo, comandato da questo orientamento, sottolinea, contemporaneamente, due versanti del rapporto con la comunione eucaristica che, nei secoli successivi, si sono, per così dire, semplificati e differenziati: da un lato la necessità di una rapporto intenso e vitale con l’eucaristia e dall’altra la cura della dignità del rapporto, per non “offendere Dio”. Ecco un testo particolarmente significativo:

“Si enim non accedo, vitam fugio, et si indigne me ingessero, offensam incurro” (4, VI,1), che in traduzione suona: “Se non mi accosto, sfuggo la vita, e se mi appresso indegnamente, ti offendo”

Ciò che è notevole, in questo testo, è la considerazione “paritaria” del duplice problema: da un lato il bisogno di “dignità”, ma dall’altro la necessità del nutrimento. Questa a me pare una “fonte” autorevole di quel “capovolgimento” richiesto da Carlo Maria Martini già alcuni anni fa: ossia la prospettiva di considerare “le famiglie allargate” non solo come “problemi morali per l’accesso alla eucaristia”, ma come soggetti particolarmente bisognosi di questo “aiuto”. D’altra parte, la stessa terminologia che utilizziamo è già significativa dell’approccio: altro è definire la condizione del “divorziato risposato” come “adulterio” o “concubinato”, altro è chiamarla “famiglia allargata” o “seconda unione”. Nel primo caso è letta solo come “impedimento” alla comunione, nel secondo come “bisogno o necessità” di comunione.

Vi è, tuttavia, una ulteriore chiarificazione, che indirettamente il testo della Imitazione di Cristo ci suggerisce. Il IV libro, che è dedicato al “sacramento dell’altare”, lo guarda dalla prospettiva del ministro, ha cioè come interlocutori i “sacerdoti”. E’ a loro che si rivolge e a loro chiede di riscoprire questo “duplice versante” della comunione. Sarebbe quindi possibile chiedersi: questo tratto del testo non ne limita le conseguenze a “soggetti diversi” rispetto a coloro per il quale, oggi, si vorrebbe invocarne la efficacia? Come si può applicare ai “divorziati risposati” ciò che 600 anni fa fu scritto per il “chierici”?

Questa possibilità risiede in un “passaggio ecclesiale”, che è iniziato ai primi del ’900, con Pio X, e che ha fatto della “comunione frequente” la caratteristica non solo dei chierici, ma di tutto il “popolo di Dio”. Questa intuizione non ha solo radici liturgiche, ma ecclesiologiche e teologiche. Nell’estendere a “tutti i battezzati” un rapporto strutturale con il “fare la comunione” – uscendo dalle logiche troppo anguste del precetto pasquale – ha impostato da un secolo una rilettura della fede e della Chiesa, alla luce della quale anche la soluzione delle “questioni pastorali” assume un altro tono e altre priorità.

La “domanda capovolta” corrisponde ad un “ripensamento ecclesiale” e a una nuova “coscienza battesimale”. Per questo oggi la domanda sulla “comunione ai divorziati risposati” richiede un risposta alta e complessiva. E abbiamo visto, invece, come anche oggi le “fughe all’indietro” o i “formalismi” si presentino facilmente come “scorciatoie”, per illudere la Chiesa di poter rispondere alla domanda nuova “senza capovolgimenti”, “senza conversioni” e “senza superamento della autoreferenzialità”, ma restando imbrigliata nelle proprie abitudini semplificatrici.

Anche dalla Imitazione di Cristo scaturisce il futuro della Chiesa: perché dovremmo sorprenderci del fatto che la “conformazione a Cristo” chieda alla Chiesa una forma rinnovata

(www.comesenon.it , 5 gennaio 2016)

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