8 giugno 2011, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

I nuovi padroni dell’oro blu

di Ettore LiviniCome in uno specchio

L’ acqua d’ Italia si presenta al bivio del referendum e della privatizzazione in condizioni da dimenticare. La liberalizzazione (a metà) della legge Galli di metà anni ‘ 90 – causa applicazione al ralenti – ha fatto più danni che benefici. I 320mila chilometri di acquedotti tricolori sono un colabrodo che perde per strada 47 litri d’ acqua ogni 100 imbrigliati alla fonte. Gli investimenti si sono ridotti di due terzi rispetto a vent’ anni fa. E il riassetto della gestione del settore, con la miniapertura ai privati, ci ha lasciato come prima eredità un aumento del 65% alle bollette dal 2002 al 2010.Che succederà ora? La ricetta del governo è chiara: varare entro fine anno il decreto Ronchi per aprire definitivamente e senza ambiguità il sistema idrico al mercato. Il due quesiti cui si dovrà rispondere al referendum del 1213 giugno vanno in direzione opposta. Con i promotori che chiedono una coppia di “Sì” per fermare la vendita ai privati di un bene essenziale come l’ acqua ed eliminare le norme che garantiscono un profitto («in nome dell’ adeguatezza della remunerazione del capitale investito») ai gestori della rete. I privati, a dire il vero, un primo piedino nel settore l’ hanno già messo da tempo. Dei 92 Ambiti di gestione ottimale (Ato) nati dalla legge Galli compattando i servizi spezzettati prima tra 8.500 comuni, sei – di cui cinque in Sicilia – hanno affidato le chiavi dei loro rubinetti ad aziende private al 100%. Il resto è rimasto o a gestione interamente pubblica (20 enti locali non hanno nemmeno completato l’ affidamento del servizio dopo vent’ anni, 34 l’ hanno girato a Spa controllate al 100% da loro) o in mano a multutility come Iren, A2a, Acea (13 casi) quotate in borsa ma con i Comuni ancora presenti nel capitale. In dodici casi invece si è scelta la gestione mista pubblicoprivato, una forma di partnership in cui si sono inseriti con successo i francesi di Suez e Veolia, colossi europei del settore ritagliandosi un importante trampolino di lancio per l’ assalto all’ acqua tricolore. Il business, intendiamoci, fa gola. Non tanto (o perlomeno non solo) per le tariffe – calmierate da norme che ne limitano l’ aumento al 5% annuo in modo comunque di garantire un ritorno minimo del 7% al gestore – quanto per la vera miniera di soldi garantiti in prospettiva dall’ oro blu: i lavori necessari per sistemare la rete idrica nazionale. Un business da 64,1 miliardi in trent’ anni, secondo il Blue Book 2011 di Utilitatis, da finanziare in parte minore con soldi pubblici (il 14% del totale secondo il Censis) e per il resto attraverso i ritocchi delle tariffe. Gli interventi necessari tra il 2011 e il 2020 in questo senso, secondo Utilitatis, darebbero una spinta in su alle bollette degli italiani del 18%. Ma come cambiano i prezzi dell’ acqua e la gestione del servizio con i privati? Una risposta secca non è semplice. Anche perchè la privatizzazione a metà andata in onda sinora sugli acquedotti tricolori è in sostanza una rivoluzione incompiuta. Qualche primo punto fermo però si può già iniziare a mettere. I privati investono di più, ma – anche se non sempre – costano di più. I 92 Ato sono riusciti per ora a mandare i porto solo il 50% dei lavori previsti per migliorare l’ erogazione dell’ acqua e tappare le falle da cui, calcolano Civicum e Mediobanca, esce un fiume che vale 2,5 miliardi di euro ogni anno. Quelli a gestione mista o privata però hanno fatto meglio (l’ 87% dei progetti varati è stato realizzato) mentre le realtà dove gli enti locali sono ancora padroni hanno avviato i lavori con il contagocce. Non è difficile capire il perché: chi muove ruspe, operai e posatori di tubi trasferisce poi parte del conto finale all’ utente gonfiando i ricavi. Un sogno per il privato, un incubo per i politici locali costretti poi ad andare a cercare sul territorio quei voti e quei consensi che garantiscono le poltrone in consiglio comunale e nelle municipalizzate. «Gli investimenti sono un bene necessario» ripete da anni Federutility trovando sponde anche in organi indipendenti come il Censis. Non fosse altro perché all’ alba del 2011 due italiani su dieci non dispongono di servizio fognario e al sud da un rubinetto su due non esce acqua depurata. Di più: nella vituperata era dell’ acqua pubblica lo stato (erano altri tempi però) metteva ogni anno sul piatto due miliardi di euro per intervenire sul sistema idrico. Oggi le ambiguità della legge Galli hanno finito per ingessare il sistema che fatica a mettere assieme 700 milioni di investimenti ogni dodici mesi. La realtà, rispondono i Forum dei movimenti per l’ acqua è che le gestioni private in Italia hanno aumentato i costi operativi del 17%, quelli di gestione del 37% senza però garantire aumenti significativi di efficienza o di distribuzione. La morale di queste dinamiche è però fotografata con la fredda legge delle cifre (in un mondo dove molti dei numeri che girano sono parziali e poco trasparenti) nella classifica dei prezzi che gli italiani pagano per avere l’ acqua in casa. Quelli non si discutono. Nel 2002 ogni cittadino del Belpaese pagava in media 182 euro l’ anno per il servizio. Oggi siamo a quota 301, il 65% in più. La bolletta più salata la pagano i toscani (462 euro di spesa l’ anno) e gli umbri (412). E la parte alta della classifica dei costi (21 città su 25) è monopolizzata dagli Ato a gestione mista o privata. Un sintomo chiaro di come le tariffe tendano a gonfiarsi in maniera direttamente proporzionale al livello di privatizzazione. Prezzo alto, tra l’ altro, non è sempre sinonimo di alta efficienza. Milano – grazie anche a una geologia della falda decisamente favorevole e a una densità di popolazione molto elevata – dà ai suoi cittadini un ottimo servizio a uno dei costi più bassi d’ Italia e d’ Europa. La città più costosa in assoluto invece è Agrigento, dove la rete idrica è gestita dai privati di Girgenti Acque, che è spesso costretta a razionare la distribuzione, dicono i Forum. E in fondo anche un colosso pubblico come l’ Acquedotto pugliese, il più grande d’ Europa, è riuscito a trasformare (lo dicono i numeri del bilancio) «un ex assumificio e consumificio», come lo definisce l’ ad Ivo Monteforte in una realtà decisamente più efficiente, promossa a ripetizione dalle grandi agenzie di rating per l’ affidabilità di conti e servizio. La grande corsa all’ Eldorado dell’ oro blu, però, referendum permettendo, è già da qualche tempo ai nastri di partenza. E per assurdo lo stato di abbandono degli acquedotti tricolori è la miglior garanzia di ritorni adeguati in un settore che non ha mai lesinato soddisfazioni finanziarie ai privati. La performance dei titoli idrici sulle borse mondiali, per dare un’ idea, è stata doppia da inizio millennio rispetto a quella degli indici generali dei listini. Sul mercato italiano hanno così messo gli occhi in tanti. L’ Acea è entrata nel capitale di diversi Ato a cavallo tra Lazio, Toscana e Umbria e porta l’ acqua nelle case di 8 milioni di persone. Uno zoccolo duro destinato a crescere visto che la municipalizzata capitolina, nel cui capitale è presente con una quota importante il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, non ha fatto mistero di voler investire molto nel settore. Anche l’ Iren, nata dalla fusione delle municipalizzate di Torino, Genova, Parma, Reggio Emilia e Piacenza e partecipata da IntesaSanpaolo pare aver intenzione di fare le cose in grande. E si è alleata per lo sbarco negli acquedotti con il fondo F2I di Vito Gamberale, destinato a diventare una sorta di superpotenza nelle infrastrutture nazionali. Ruoli più marginali sembrano destinati a giocarli A2A ed Hera che paiono privilegiare l’ attività locale. Tra gli stranieri, i francesi hanno il ruolo degli assi pigliatutto. Veolia e Suez hanno già costruito posizioni importanti nel centro e nel nord d’ Italia. Un’ occhiata al dossier del Belpaese l’ ha dato pure il fondo australiano Macquarie mentre piccoli investimenti d’ assaggio sono stati fatti dagli spagnoli di Aqualia (a Caltanissetta) e dagli inglesi di Severn Trent, sbarcati in Umbria. Il 12 e il 13 giugno si deciderà se questa pattuglia di potenziali gestori degli acquedotti italiani si troverà davanti un semaforo verde o un semaforo rosso. I loro paladini puntano al mancato raggiungimento del quorum sicuri che così, magari, il Belpaese arriverà ai livelli d’ efficienza della Germania dove solo il 7% dell’ acqua prelevata alla sorgente, anche se lì è un dato che fa gridare allo scandalo, non arriva ai rubinetti dei tedeschi. I Forum dei movimenti per l’ acqua pubblica si mettono come ovvio di traverso. L’ acqua è un bene essenziale da tenere in mano ai cittadini. Ed è lo stato a dover garantire la sua distribuzione a un prezzo equo e senza inserire nel rubinetto il concetto del profitto. La Germania è un paese efficiente, d’ accordo. Ma un berlinese per riempirsi il bicchiere, prender l’ acqua per la pasta o lavarsi i denti paga mille euro l’ anno, più del triplo della bolletta italiana.

(“La Repubblica”, 23 maggio 2011, sezione “Affari e finanza”, pag.1)

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