31 maggio 2014, Politica e società

I moralizzatori del giorno dopo

di Massimo Villone

Sulla vicenda Expo il pre­mier dichiara che intende fer­mare i delin­quenti, non i lavori, e aggiunge bel­li­co­sa­mente che ci mette la fac­cia. Bene. Ma la domanda è: che altro ci mette?

Oltre vent’anni dopo tan­gen­to­poli il Cor­rup­tion Per­cep­tion Index 2013 di Trans­pa­rency Inter­na­tio­nal ci pone al 68mo posto nel mondo, pre­ce­duti da Mace­do­nia e Mon­te­ne­gro, e seguiti da Kuwait, Roma­nia, Bosnia-Erzegovina. Inu­tile dire che ai primi posti tro­viamo Dani­marca e Nuova Zelanda, Fin­lan­dia, Sve­zia e Nor­ve­gia. Non con­sola la con­sta­ta­zione che nel 2012 fos­simo al 72mo posto, alla pari appunto con la Bosnia-Erzegovina, che abbiamo valo­ro­sa­mente supe­rato. Eppure, il costo della cor­ru­zione per il sistema Ita­lia è — secondo una stima — 60 miliardi di euro (all’anno). Se si riu­scisse ad abbat­tere, altro che spen­ding review e can­cel­la­zione del senato elettivo.

Nes­sun paese è, o potrà mai essere, total­mente immune dalla cor­ru­zione. La dif­fe­renza è data dalla capa­cità di con­te­nere sta­bil­mente la malat­tia entro livelli minimi e com­ples­si­va­mente tol­le­ra­bili. La cor­ru­zione è una malat­tia ende­mica che va tenuta sotto con­trollo. A que­sto fine non bastano gesti ecla­tanti quando lo scan­dalo deva­stante è già scoppiato.

Serve invece la capa­cità di man­te­nere alti gli anti­corpi nel quo­ti­diano agire di ogni strut­tura pub­blica e di ogni sede in cui si assu­mono scelte rile­vanti per la col­let­ti­vità. Che que­sto in Ita­lia non accada ce lo dice auto­re­vol­mente — e perio­di­ca­mente — la Corte dei conti, cui si aggiun­gono la stampa quo­ti­diana e le cro­na­che giudiziarie.

Per que­sto nes­suna tan­gen­to­poli è di per sé riso­lu­tiva. La repres­sione è neces­sa­ria, ma il deter­rente della san­zione non basta per la cor­ru­zione, come per qual­siasi altro reato. La pre­ven­zione è invece vin­cente. Lo diceva già nel 2008 il rap­porto GRECO — Gruppo euro­peo di Stati con­tro la cor­ru­zione, di cui l’Italia, nono­stante tutto, fa parte — sot­to­li­neando tra l’altro la neces­sità di una poli­tica gene­rale anti­cor­ru­zione, volta a favo­rire la pre­ven­zione e la sco­perta dei feno­meni cor­rut­tivi, la denun­cia da parte di pri­vati o pub­blici fun­zio­nari, la tra­spa­renza, la pub­bli­cità e l’accesso agli atti. Potremo ricor­dare che il rap­porto richia­mava anche il rischio della pre­scri­zione, e la neces­sità di pre­ve­dere incom­pa­ti­bi­lità con la carica pub­blica nel caso di con­danna per reati di cor­ru­zione.
Pro­prio a seguito della sol­le­ci­ta­zione euro­pea, l’Italia con la legge 116/2009 ha rati­fi­cato la Con­ven­zione Onu anti­cor­ru­zione (UNCAC) del 2003. È seguita la legge 190/2012 e decreti legi­sla­tivi, come il decreto 235/2012 (Severino-Monti), por­tato a giu­sta fama dalla vicenda del con­dan­nato Ber­lu­sconi. Nel tempo, abbiamo avuto un Alto Com­mis­sa­rio anti­cor­ru­zione, poi sosti­tuito da un Ser­vi­zio Anti­cor­ru­zione e Tra­spa­renza (SAeT) presso il Dipar­ti­mento della fun­zione pub­blica, e abbiamo ora una Auto­rità Nazio­nale Anti­cor­ru­zione, pre­sie­duta da Raf­faele Can­tone, per­sona degna di stima e apprez­za­mento. Dun­que, tutto risolto? Vivremo in un paese decente e civile?

Vor­remmo che bastasse, ma non sarà così. Per l’Expo, essendo ormai pie­na­mente in campo la magi­stra­tura, biso­gna essere cauti, ed evi­tare soprat­tutto com­pli­ca­zioni e ritardi per l’inchiesta. Piut­to­sto, e per il futuro, per­ché non si pensa a rad­driz­zare la nor­ma­tiva anti­cor­ru­zione, che vide un forte con­tra­sto tra quelli che sono oggi com­pa­gni di strada del governo?
La let­tura degli atti par­la­men­tari e della stampa sulla legge 190 e sulla legge Seve­rino può offrire ampi spunti. Per­ché non si affronta il pro­blema del whi­stle­blo­wer, che dall’interno di una ammi­ni­stra­zione sol­leva l’allarme sul malaf­fare e la cor­ru­zione? Secondo la let­te­ra­tura inter­na­zio­nale è fon­da­men­tale nella lotta con­tro la cor­ru­zione, ma nella nostra cul­tura buro­cra­tica viene con­si­de­rato poco più che un dela­tore. Per­ché non si riflette sul come giun­gere a stra­te­gie anti­cor­ru­zione cogenti per le ammi­ni­stra­zioni regio­nali, oggi coperte da una auto­no­mia orga­niz­za­tiva costi­tu­zio­nal­mente pro­tetta? Qui una rifor­metta ad hoc non farebbe male. E per­ché infine non si pensa a vita­mi­niz­zare la stessa Auto­rità anti­cor­ru­zione, che in un recente rap­porto (9 aprile 2014) al Mini­stro per la sem­pli­fi­ca­zione e la pub­blica ammi­ni­stra­zione mostra tutta la sua debo­lezza, nel rap­porto con il Dipar­ti­mento della fun­zione pub­blica? Uni­cui­que suum è il van­gelo di ogni ammi­ni­stra­zione pub­blica italiana.

Ha ragione Ghe­rardo Colombo quando dice su que­ste pagine che com­bat­tere la cor­ru­zione è anzi­tutto una que­stione di cul­tura. Aggiun­giamo, poli­tica, civile, ammi­ni­stra­tiva. Auto­con­trollo severo della poli­tica, con­trollo della pub­blica opi­nione, con­tra­sto a clien­te­li­smo e favori, best prac­ti­ces ammi­ni­stra­tive, e solo alla fine occhiuta vigi­lanza giu­di­zia­ria. Le norme aiu­tano, non risol­vono. Vedremo cosa potrà fare un governo che trova tra gli aspi­ranti co-padri della patria alcuni tra i più forti fre­na­tori nella lotta con­tro i feno­meni corruttivi.

La cor­ru­zione si com­batte giorno per giorno, in ogni luogo in cui si gesti­sce la cosa pub­blica. Una buona occa­sione per Renzi. Se ci mette la fac­cia, potremo vederlo sem­pre, e dovunque.

(“Il Manifesto”, 12 maggio 2014)

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