16 ottobre 2011, Politica e società

I lefebvriani non si spostano di una virgola. E la virgola la sposta il Vaticano

Plaza de San Pedro, Roma.di Ludovica Eugenio

Roma conosce perfettamente le posizioni dei lefebvriani, «ed è con questa conoscenza precisa che il card. Levada ha presentato a mons. Fellay il Preambolo dottrinale». Come dire: non ci sarebbe mai stato proposto qualcosa che non avremo potuto condividere. Non lascia adito a molte interpretazioni l’affermazione – contenuta in un’intervista al settimanale cattolico francese Famille chrétienne (20/9) – del portavoce dei seguaci di mons. Lefebvre, l’abate Alain Lorans, riguardo al recente incontro avvenuto in Vaticano tra la cupola della Fraternità San Pio X e il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (v. Adista n. 67/11). Al termine del quale è stato consegnato un documento – il contenuto è segreto – da sottoscrivere per ottenere la reintegrazione in seno alla Chiesa cattolica: poche pagine di “dottrine non negoziabili” tra le quali però potrebbe persino non figurare nemmeno l’adesione al magistero del Concilio Vaticano II, rigettato integralmente dai tradizionalisti lefebvriani.

L’accordo con Roma, afferma Lorans, sistemerebbe per sempre la situazione canonica della Fraternità, ma la cosa più importante è che si «darebbe alla tradizione, spesso disprezzata o perseguitata da più di quarant’anni, il suo diritto di cittadinanza nella Chiesa»: processo avviato da Benedetto XVI con il Motu Proprio Summorum pontificum sulla messa tridentina. E se, dopo attento esame, Fellay riterrà di poter dare la sua adesione al Preambolo, «la fraternità sarà certamente favorevole».

Per i lefebvriani, d’altronde, è capitale poter mettere in discussione il Concilio Vaticano II, ed è proprio quello che, sembra di poter intuire, viene concesso nel documento vaticano da firmare: «Alcuni insistono sul fatto che i punti che fanno difficoltà nel Concilio potrebbero essere discussi senza che questo metta in discussione l’appartenenza alla Chiesa. Si riconoscerebbe così che questi testi controversi non esigono l’adesione richiesta ai dogmi», spiega Lorans; «Altri insistono sul fatto che questo Preambolo dottrinale debba esigere il rispetto in blocco del Concilio, la sua autenticità e la legittimità del suo insegnamento. A costoro (…) la sola possibilità di una discussione del Vaticano II deve sembrare “un po’ troppo”».

Quello che si può constatare – ed è lo stesso portavoce lefebvriano a sottolinearlo nell’intervista – è che c’è molta differenza tra la nota che la Segreteria di Stato rilasciò nel 2009, prima della serie di colloqui intrattenuti con i seguaci di Lefebvre («La condizione indispensabile per un futuro riconoscimento della Fraternità San Pio X è il pieno riconoscimento del Concilio Vaticano II e del Magistero di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI stesso») e il comunicato successivo all’incontro del 14 settembre (che lascia «alla legittima discussione lo studio e la spiegazione teologica di singole espressioni o formulazioni presenti nei documenti del Concilio Vaticano II e del Magistero successivo»). Poiché nel frattempo i lefebvriani non si sono spostati di una virgola nella loro posizione sul Concilio, è lecito ritenere che lo abbia fatto Roma. A carissimo prezzo.

(“Adista Notizie”, n.69 del 1 ottobre 2011)

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