22 ottobre 2012, Cultura - Politica e società

I discepoli e il Concilio

di Raniero La Valle

La Chiesa cattolica ha dato inizio il 15 settembre alle celebrazioni dei cinquant’anni dal Concilio Vaticano II; è stato un inizio un po’ sui generis perché non era ancora quello ufficiale, a cui il prossimo 11 ottobre darà luogo la Chiesa vista dalla parte del papa e dei vescovi, ma è stato un inizio dalla parte della Chiesa dei discepoli mediante una intensissima assemblea durata una giornata intera nell’Auditorium dell’Istituto Massimo a Roma.
Poiché si è trattato di un evento piuttosto straordinario nella successione degli eventi che interessano la Chiesa romana, è utile rilevarne alcune caratteristiche.
1) Anzitutto la data. Il 15 settembre intendeva riallacciarsi non tanto alla giornata dell’inizio dei lavori conciliari, ma al radiomessaggio che un mese prima, l’11 settembre 1962, Giovanni XXIII aveva rivolto al mondo per spiegare le finalità dell’imminente assise. Lì c’era già la chiave per interpretare il futuro Concilio, perché il messaggio non sembrava guardare soprattutto alle strutture della Chiesa e alle riforme istituzionali, che infatti poi non riuscirono, ma al “pane quotidiano” di genitori e figli intorno al “focolare domestico”, al vivere in pace nelle nazioni e nel mondo, all’istruirsi ed elevarsi dell’uomo “geloso della sua libertà”, e ai suoi corrispondenti “doveri sociali”; esso additava “le miserie della vita sociale che gridano vendetta al cospetto di Dio”, parlava delle madri e padri di famiglia che “detestano la guerra”, e “in faccia ai popoli sottosviluppati” dava il folgorante annuncio di una “Chiesa di tutti e particolarmente Chiesa dei poveri”. Da ciò era chiaro che la Chiesa andava al Concilio non per se stessa, ma per i discepoli, per la gente comune, per i popoli sofferenti, per i poveri, e non solo per i cattolici, ma per tutti. Non “molti”, ma “tutti”.
2) La convocazione. Con il titolo appunto “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”, l’assemblea del 15 settembre non si è “autoconvocata”, ma è stata convocata da 105 aggregazioni ecclesiali, comunità, associazioni, riviste, tutte immerse nella grande platea cattolica italiana, assunta nella varietà dei suoi carismi e dei suoi ministeri, e nell’unità di maestri e discepoli, pastori e fedeli. E alla convocazione hanno risposto mille persone, venute da tutte le parti d’Italia, continente e isole, centro e periferie, da Siracusa a Udine a Cagliari a Cuneo.
3) La sede. L’ospitalità è stata data dai Gesuiti, per i quali, come essi stessi hanno testimoniato, il Concilio non è stato indolore. Alcuni, martiri, sono stati uccisi dai pagani, altri, intrepidi, hanno subito rimproveri emarginazioni e incomprensioni dai vertici ecclesiastici, soprattutto per la loro azione in America latina.
4) La trama. Il discorso dell’assemblea si è andato costruendo in coerenza con l’istanza che l’aveva ispirata: di fare del Concilio non una mera celebrazione, ma una memoria rigeneratrice, perché “ricordare gli eventi non significa portare indietro gli orologi, ma rielaborarne la memoria” per scoprirvi anche significati rimasti nascosti e volgerli al futuro; tanto più questa rinnovata comprensione vale per gli eventi di salvezza: Pietro non capì Gesù che gli lavava i piedi, ma Gesù gli disse: “dopo capirai”.
Occorre dunque capire del Concilio ciò che ancora è rimasto velato. Grande è stato il contributo che a questa ricognizione hanno dato le donne: la biblista Rosanna Virgili, la teologa Cettina Militello, oltre a Rosa Siciliano che presiedeva, e alla voce femminile che ha guidato alla preghiera. Giovanni Turbanti della “scuola di Bologna”, ha mostrato a sua volta quasi la necessità storica del Concilio, e Carlo Molari ha fatto contemplare tutta la ricchezza di una Tradizione vivente, mai fissista, ma sempre capace di ascolto e di riconoscere nella rivelazione la sempre nuova attualità di un Dio che si comunica agli esseri umani nell’amore; numerosi altri interventi, da Paolo Ricca a Adriana Valerio, hanno arricchito questa trama.
5) Le conclusioni. Ne sono emersi due dati, che a me è toccato sviluppare traendo le conclusioni. Il primo è che il Concilio ci permette di ritrovare la tradizione dei discepoli nella Chiesa. Non c’è solo la successione dagli apostoli ai vescovi, c’è anche la successione che dai discepoli “che Gesù amava”, dalle discepole che fecero la prima esegesi della tomba vuota, giunge fino a noi. Il Concilio ha riconosciuto i discepoli, ne ha sancito il ruolo nel processo di comprensione della Parola, ha fatto appello al sensus fidelium e in molte sue pronunzie si è fatto ispirare da esso. Il secondo dato è che nel ripresentare ai discepoli e agli uomini d’oggi, “nel modo che il nostro tempo esige”, la grande narrazione della salvezza, il Vaticano II ha ripreso in mano l’intero patrimonio cristiano, come nessun catechismo può fare, ha offerto una nuova ermeneutica della fede, è stato il Concilio che ha fatto l’esegesi di tutti i Concili. Perciò esso porta con sé tutta la tradizione; perciò ha potuto alzare il vangelo affinché in suo nome si faccia l’unità dell’intera famiglia umana, condizione per la pace, la giustizia e la salvezza della terra.

(“Rocca”, ottobre 2012)

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