28 dicembre 2016, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Hasta siempre, Comandante. I popoli della Patria Grande rendono omaggio a Fidel Castro

di Claudia Fanti

Non è solo Cuba a piangere la scomparsa per la morte di Fidel Castro, l’uomo che ha cambiato per sempre la storia dell’isola caraibica: sono tutti i figli e le figlie della Patria Grande, quell’America Latina intesa come continente spirituale più ancora che come realtà geografica, a rendere omaggio a colui che, pur tra inevitabili contraddizioni, ha fatto di una semi-colonia degli Stati Uniti non solo una fonte di ispirazione per i rivoluzionari e le rivoluzionarie del mondo intero – «Si dice Cuba come si dice dignità», affermava nel 2003 il Subcomandante Marcos –, ma anche un modello di solidarietà internazionale. Che la rivoluzione guidata da Castro abbia tradotto in realtà – come ha evidenziato l’Articolazione dei movimenti verso l’Alba (il progetto di integrazione alternativa ideato insieme a Hugo Chávez) – la massima di José Martí «Patria è umanità», sono gli stessi dati a dirlo: oltre 60mila i medici e gli operatori sanitari cubani impegnati a svolgere la loro missione in luoghi remoti e inospitali dell’America Latina, dei Caraibi e dell’Africa – più dei medici «inviati nel mondo da tutti gli altri Paesi e organismi internazionali messi insieme», come ha sottolineato João Pedro Stédile (Brasil de fato, 26/11), ricordando i 14.000 medici mandati in Brasile «affinché 44 milioni di brasiliani poveri potessero avere, per la prima volta in vita loro, cure mediche preventive e di qualità» –; centinaia di migliaia i pazienti che hanno ricevuto assistenza medica gratuita nel quadro dell’Alba; e altre decine di migliaia i giovani dei Paesi poveri che studiano gratuitamente nelle università cubane, compresi centinaia di giovani statunitensi esclusi dal sistema universitario della prima superpotenza. «“Dopo Dio, Fidel”, ha detto con emozione e gratitudine un cittadino di Haiti – lo racconta il direttore di Resumen latinoamericano Carlos Aznárez (26/11) – riferendosi alle missioni mediche e di alfabetizzazione promosse dal governo cubano in tutto il mondo, anche lì dove nessuno ha osato andare».

Eppure, mentre a Miami la comunità degli anticastristi più radicali ha fatto festa per la morte del lider máximo, sulle pagine della stampa internazionale in molti hanno sbrigativamente liquidato Castro come “dittatore”, e persino un “dittatore sanguinario”, come se fosse possibile individuare punti in comune tra un Fidel e un Pinochet, o un Videla, o un Duvalier, o un Somoza, ma anche tra un Fidel e tanti presidenti eletti democraticamente che hanno lasciato morire di fame i loro popoli. «La semplice menzione della parola Cuba – scriveva non a caso Frei Betto nel 2006, in occasione dell’80° compleanno di Castro – fa venire i brividi agli spiriti reazionari. Esigono dall’Isola democrazia, come se quanto predomina nei nostri Paesi – corruzione, nepotismo, malversazione – fosse un modello di chissà cosa».

Davide contro Golia

È chiaro che, più che il rifiuto della democrazia rappresentativa, più che la mancanza di pluralismo politico, è altro che si rimprovera a Cuba: l’ardire di una rivoluzione che, pur avendo ricevuto fin dall’inizio una sentenza di morte – pronunciata da ben dieci presidenti statunitensi (Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush padre, Clinton e Bush figlio), fino allo scongelamento delle relazioni tra L’Avana e Washington annunciato il 17 dicembre 2014 (in attesa di comprendere cosa farà Trump) – ha saputo tener testa senza vacillare al Paese più potente della Terra, resistendo, oltre che al ferreo embargo economico, finanziario e commerciale, a un’invasione militare, quella della Baia dei Porci organizzata dalla Cia nel 1961, a innumerevoli attacchi terroristici (solo nel breve periodo che va dalla fine del ’61 all’inizio del ’63 sono state documentate 5.780 azioni di terrorismo e di sabotaggio), al sostegno ininterrotto all’emigrazione illegale, all’azione di gruppi armati, alla creazione di una quinta colonna di oppositori, ai 638 tentativi di eliminare fisicamente il Comandante in Capo. E, d’altro lato, ha saputo sopravvivere alla caduta del muro di Berlino nel 1989, alla scomparsa dell’Unione Sovietica nel 1991, al fallimento storico del socialismo di Stato e alla gravissima crisi economica del “periodo speciale” conseguente alla perdita dei principali partner commerciali.

Come pure è chiaro che – come spiega Antonio Moscato nel suo contributo sulla rivoluzione cubana per il libro Rivoluzione e sviluppo in America Latina curato da Pier Paolo Poggio (v. Adista Notizie n. 40/16) – l’ostilità statunitense, contrariamente alla leggenda cara a Washington di una rivoluzione pilotata dai sovietici, cominciò prima di qualsiasi contatto di Cuba con l’URSS (tant’è che i rapporti diplomatici tra Mosca e L’Avana, interrotti da Batista anni prima, furono ristabiliti solo nel maggio 1960): è stata la riforma agraria, «che inevitabilmente colpiva le grandi proprietà statunitensi (ma anche quelle cubane, a partire da quelle della famiglia Castro), a determinare la prima misura ostile e potenzialmente scardinante per l’economia cubana: il blocco degli acquisti dello zucchero». E se è vero che alla fine Castro fu costretto ad accettare, dopo l’inizio dell’embargo da parte degli Stati Uniti, «un rapporto con l’URSS che soprattutto a partire dal 1972 finiva per far apparire l’isola come uno dei tanti satelliti di Mosca» (non a caso – sottolinea Moscato – risale a quegli anni, «come simbolo della stretta ideologica», «la chiusura della rivista Pensamiento Crítico e di molti centri di ricerca sospettati dai filosovietici di eterodossia»), è altrettanto vero che Cuba un vero «satellite» non lo fu mai veramente, avendo Castro «mantenuto una relativa ma sostanziale autonomia dall’URSS perfino negli anni in cui ai critici ostili e prevenuti sembrava diventato un vero e proprio fantoccio di Mosca», e rivelandosi capace «di staccarsi dall’URSS tre o quattro anni prima del suo crollo, sia sul piano ideologico (…), sia preparandosi ad affrontare quello che fu definito il “periodo speciale in tempo di pace”», riuscendo così «a salvare il suo Paese, nonostante l’embargo statunitense si fosse aggravato proprio dopo il crollo dell’URSS».

E se, man mano che la rivoluzione diventava comunista e atea, si consumava anche la rottura con la Chiesa, la lunga intervista concessa da Castro a Frei Betto – diventata nel 1985 un celeberrimo libro, Fidel e la religione (un milione e 300mila le copie vendute solo a Cuba) – segnò una nuova pagina nel rapporto tra l’isola caraibica e la fede. Non a caso, Leonardo Boff ha raccontato, in occasione dell’80° compleanno di Fidel, di quando Castro, nel 1985, gli espresse la sua convinzione che «nessuna rivoluzione latinoamericana sarà autentica, popolare e trionfante se non incorpora l’elemento religioso». Ed è forse per questo, continuava Boff, che «praticamente ci obbligò, a me e a Frei Betto, a tenere corsi di religione e di cristianesimo a tutto il secondo livello del governo e, in alcuni momenti, alla presenza di tutti i ministri. Questi corsi furono decisivi perché il governo arrivasse a un dialogo e a una certa “riconciliazione” con la Chiesa cattolica e le altre religioni a Cuba» (v. notizia successiva).

Sognare e ancora sognare

Non sono mancati, ovviamente, errori e contraddizioni, come quegli «anacronismi politici» e quelle «opacità culturali» a cui fa riferimento per esempio Miguel Mazzeo (Resumen latinoamericano, 26/11), evidenziando però il ruolo tuttora «di avanguardia» di Cuba e definendo Fidel «l’architetto principale dello spazio utopico più importante del mondo nella seconda metà del XX secolo». Errori che hanno spesso riconosciuto anche molti amici dell’isola, per esempio criticando duramente, nel 2003, la condanna a morte di tre dirottatori – ultimo atto di una lunga sequenza di sequestri violenti di aerei e imbarcazioni orchestrata dagli Usa al fine di stimolare le uscite illegali da Cuba – e le severe pene inflitte a un gruppo di dissidenti (o, nella versione del governo cubano, abbondamentemente supportata da prove, mercenari che avevano tradito la loro patria in cambio dei privilegi e del denaro da parte del governo degli Stati Uniti attraverso l’attivissima Sezione di interessi nordamericani all’Avana).

«I suoi nemici – ha detto di Fidel l’indimenticato Eduardo Galeano – dicono che è stato un re senza corona e che ha confuso l’unità con l’unanimità. E in questo i suoi nemici hanno ragione. I suoi nemici dicono che se Napoleone avesse avuto un giornale come il Granma, nessun francese sarebbe stato messo al corrente del disastro di Waterloo. E in questo i suoi nemici hanno ragione. (…). Però (…) i suoi nemici non dicono che Cuba è uno dei pochi Paesi che non compete per la Coppa del Mondo dello Zerbino. (…). E non dicono che considerando tutte le afflizioni, considerando le aggressioni esterne e l’arbitrarietà interna, questa isola rassegnata però testardamente allegra ha generato la società latino-americana meno ingiusta. E i suoi nemici non dicono che questa impresa fu opera del sacrificio del suo popolo, però anche fu opera dell’ostinata volontà e dell’antiquato senso dell’onore di questo cavaliere che sempre combatté per i vinti».

Cosicché, se, come scrive Ignacio Ramonet (Alai, 26/11), «pochi uomini hanno conosciuto la gloria di entrare vivi nella leggenda e nella storia», Fidel è sicuramente «uno di loro».

Nella storia resteranno, di certo, le tante conquiste della rivoluzione, i cui indicatori – fatto davvero imperdonabile per i suoi nemici – pongono l’isola, stando ai dati dell’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, tra i Paesi con un Alto Sviluppo Umano (per speranza di vita alla nascita, per la media degli anni di scolarità raggiunta dalla popolazione con più di 25 anni, per i risultati raggiunti nelle sfere della salute e dell’educazione). Un piccolo assaggio di cosa si ottiene se si crede, come diceva Castro nel 1992 all’amico nicaraguense Tomás Borge (Juventud Rebelde, 12/8), che non c’è altra «alternativa che sognare, sognare e ancora sognare, con la speranza che questo mondo migliore diventi realtà, e che diventerà realtà se lottiamo per questo», in quanto «lottare per un’utopia significa, in parte, costruirla».

Ed è per questo che, alla certezza dei popoli della Patria Grande rispetto all’avverarsi della celebre autoprofezia di Fidel – «La storia mi assolverà» – pronunciata dopo la condanna a 15 anni di prigione in seguito al fallito assalto alla Caserma della Moncada, il 26 luglio 1953, si unisce la speranza che anche le parole con cui ha preso congedo dal popolo cubano, in chiusura del VII Congresso del Partito Comunista svoltosi lo scorso aprile, possano trovare conferma nella continuità della rivoluzione: «Forse – aveva dichiarato Fidel – questa sarà l’ultima volta in cui parlo in questa stanza. Presto compirò 90 anni. (…). Il turno arriva per tutti, ma le idee dei comunisti cubani rimarranno come prova che su questo pianeta, se si lavora con fervore e dignità, si possono produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani hanno bisogno».

(“Adista Notizie”, n.43, 10 dicembre 2016)

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