5 agosto 2011, Cultura - Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Guerra in Libia. Il castello di bugie e il sonno del pacifismo

Supports going up after battle to relieve the front trenches, note the three observation balloons above the bright clouddi Marinella Correggia

Quindici febbraio 2003: decine di milioni di persone in centinaia di città di decine di nazioni nei cinque continenti scendono in piazza a manifestare contro la minaccia anglostatunitense della guerra all’Iraq, condotta con il pretesto delle armi di distruzione di massa che poi non furono affatto trovate.

Due giorni dopo, il New York Times faceva notare che erano rimaste solo due superpotenze nel mondo: la prima, gli Stati Uniti, la seconda, l’opinione pubblica mondiale.
L’Italia in particolare registrò forse le manifestazioni più oceaniche: tre milioni a Roma; uno sbocco delle iniziative dei mesi precedenti, che videro appendere dalle finestre d’Italia svariati milioni di bandiere arcobaleno.
Lo sgorgare a fiotti del sentimento pacifista non rimase senza conseguenze. Di lì a pochi giorni, i ministri degli Esteri di 22 nazioni arabe incontrandosi al Cairo chiesero a tutti i Paesi arabi di evitare qualunque assistenza alle azioni militari (nella prima guerra contro l’Iraq nel 1991 furono in prima linea sia l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo sia Paesi come Marocco, Egitto e Siria).
Comunque, nel 2003 la guerra ci fu, con il milione di morti e i 4 milioni di rifugiati all’estero che ne sono seguiti, da allora a oggi: a George W. Bush l’opinione pubblica mondiale non importava, ovviamente, e nemmeno le pur rilevanti minoranze che scesero in strada negli Usa.
Allo stesso modo non hanno mai fatto presa le azioni popolari di resistenza economica alla guerra: il boicottaggio degli interessi del complesso militar-industriale, il boicottaggio dell’economia del petrolio e perfino del dollaro. Azioni che richiederebbero i grandi numeri per fare paura. Sarebbero più efficaci, forse, grandi scioperi generali.
Iraq 2003 a parte, nel corso delle altre guerre geostrategiche occidentali succedutesi dal 1991, le piazze sono state molto meno piene e anche lo schieramento di organizzazioni della società civile contrarie alla guerra è stato meno nutrito.

Stavolta, in occasione della guerra Nato alla Libia, le piazze sono praticamente vuote e il mondo dell’associazionismo e della sinistra è diviso fra chi non va oltre un generico no alle bombe e chi si defila perché in realtà fin dall’inizio – si pensi alla Cgil in Italia o ad Attac in Francia – è stato a favore della no-fly zone, vero cavallo di Troia per i bombardieri, non a caso partiti a poche ore di distanza dalla risoluzione Onu (che forse meglio dovremmo definire “NatOnu”).
In America Latina la condanna popolare della guerra è chiara: 86 partiti di sinistra partecipanti al XVII Incontro del Forum di San Paolo hanno chiesto «la fine dell’aggressione imperialista alla Libia» e fatto appello all’Onu affinché si crei una commissione internazionale per fermare il conflitto armato, riaffermando il loro sostegno alle iniziative di pace dell’Alba (Alleanza bolivariana per le Americhe), dell’Unione Africana e del gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina).

Ma in Europa le piazze sono vuote. Come mai? Soprattutto per due ragioni. La prima è la confusione fra la rivolta armata (e appoggiata manu militari dalla Nato) in Libia e le “primavere arabe”, disarmate (e non certo appoggiate da armi Nato). L’altra fondamentale ragione è che la propaganda ha fatto un lavoro più certosino del solito, per mascherare le vere ragioni geostrategiche dell’intervento e imbrogliare le carte rispetto alle parti contendenti. Se le bugie di guerra sono state una caratteristica di Iraq 1991, Kosovo 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, mai come questa volta però sono state un successo, credute da quasi tutti, anche dalle persone per tradizione contrarie a interventi armati, anche da gran parte della popolazione araba (che crede ad Al Jazeera, pure di proprietà dell’emiro del Qatar ora in affari con i “ribelli” di Bengasi). E ovviamente anche presso la “sinistra” occidentale. A tal punto che, mentre in passato non si considerava «amico di Saddam» o di Milosevic chi si opponeva alla guerra e anzi si separavano nettamente le due tematiche (la natura di un regime e la guerra al regime stesso), nel caso della Libia anche le persone meglio intenzionate replicano: «Ah, certo la guerra della Nato è sporca, ma Gheddafi non è difendibile». Come se questo fosse il punto nel caso libico.

Con un’efficace espressione, Lucio Caracciolo ci fa notare che questa guerra sarà ricordata come «il collasso dell’informazione»: una campagna militare è iniziata sulla base di notizie manipolate o completamente false, in uno scenario che non conoscevamo. Il fatto è che per fare la guerra l’Occidente ha bisogno del consenso. La mistificazione della «protezione dei civili libici» è un mantra ancora più altisonante che per la guerra in Kosovo; altisonante quanto l’altra strategia: la demonizzazione del nemico; adesso l’Hitler è Gheddafi.
In questo contesto la sinistra occidentale si è rivelata più presuntuosa del solito, snobbando sia ogni iniziativa di pace dell’Unione Africana (Ua) e dell’Alba, sia perfino dando dell’ignorante a Hugo Chavez per il suo impegno di pace; così ha fatto Immanuel Wallerstein.
Che fare, in pochi? Le sparute truppe degli oppositori alla guerra, di chi si è abbastanza informato per non cadere nella propaganda, cosa potrà mai fare per riuscire a essere utile là dove le piazze piene di pacifisti e le “bandiere per la pace da tutti i balconi” hanno fallito?
Un’azione certo necessaria è la ricerca della verità. Smantellare con tutti i canali a disposizione l’apparato di bugie nelle quali la guerra Nato si avvolge come in una dorata confezione. Bugie circa le ragioni vere della guerra, gli atti del nemico (enfatizzati o inventati), gli effetti collaterali dell’intervento armato (minimizzati) e atti dell’alleato locale di turno (ignorati). Nel 1991 nacque in Italia il “Comitato Golfo per la verità sulla guerra”. Nel 2001 nasce, rispetto alla guerra in Afghanistan, il body count, il conto delle vittime civili del professore statunitense Marc W. Herold. Il 9 settembre 2001 nasce in Canada il sito Global Research, successivamente nel 2006 la sua versione francese Mondialisation; via via le traduzioni in molte lingue. Gli scenari innescati nel 2001 dalla “lotta al terrorismo” fanno di questi siti un riferimento rispetto alla “ricerca della verità” nel nuovo ordine mondiale e nelle guerre. Infine nel 2011 nasce a Tripoli la Fact Finding Commission, un gruppo di persone di vari Paesi che cerca di indagare sulla verità.

Riuscire a smantellare coram populo il castello di bugie metterebbe davvero una pietra negli ingranaggi bellici. In tanti, attivisti, media indipendenti, ricercatori, già lo stanno facendo. Ma perchè non si riesce a essere efficaci come i blog e i twitter e i facebook delle proteste arabe? Sarà perché la verità in questo caso è ancora più scomoda? E, però, l’azione di informazione dovrebbe essere coram populo, non di nicchia.
E le azioni dirette che bloccano le basi militari come bloccano le discariche? Più dei blitz, conterebbe la presenza continuativa in loco. Il presidio. La potenza del tenere la piazza in tanti e a lungo sembra ben maggiore delle adunate oceaniche che tornano a casa dopo poche ore; così sembrano mostrare gli eventi in Tunisia ed Egitto (i quali peraltro rischiano di essere tarpati e deformati dall’intervento Nato nell’area). Ma… in democrazia funzionerebbe lo stesso? E poi: ci sono le persone disposte a sacrificare tanta parte del loro tempo e dei loro confort per accamparsi in piazza? Per non dire degli scioperi. Mai un sindacato occidentale, in queste cinque guerre in un ventennio, ne ha proclamato uno generale: la guerra non è una ragione abbastanza importante, vero?
Un altro strumento può essere quello della provocazione. Una provocazione messa in atto in Italia da Rete No War e da “Statunitensi contro la guerra” che si appellano ai Paesi membri (permanenti e non) del Consiglio di Sicurezza non impegnati a bombardare la Libia affinché, nel corso della prossima relazione del Segretario generale sull’attuazione della risoluzione 1973 «a difesa dei civili libici», si oppongano al protrarsi del suo uso truffaldino e ne chiedano la revoca, impegnandosi ad appoggiare una soluzione negoziale che ponga al centro l’Unione Africana. Se per ipotesi un’azione simile fosse realizzata, anche da pochi attivisti ma in molti Paesi, qualche effetto di sensibilizzazione potrebbe sortirlo.
Infine, esistono le petizioni internazionali. In questo caso si tratta di mandare dai quattro angoli del mondo e-mail ai membri non belligeranti del Consiglio di Sicurezza, direttamente all’indirizzo della loro missione presso l’Onu, a New York (chi, per brevità, vuole ricevere il modulo da inoltrare, al quale aggiungere solo nome e indirizzo, scriva a: mari.liberazioni@yahoo.it). Nel caso di tematiche più circoscritte, funziona. Per una guerra sarà molto più arduo. In ogni caso tentar non nuoce.
Certamente utile sarebbe boicottare le ragioni economiche delle guerre: vivere, individualmente e collettivamente, in modo tale da non rendere necessari i conflitti per le risorse e lo sfruttamento di quelle altrui. Ma questo richiede l’impegno quotidiano dei grandi numeri. Fuori discussione per ora.

* Giornalista e scrittrice

(“Adista Segni Nuovi”, n.54 del 5 agosto 2011)

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