28 giugno 2013, Politica e società

Gli operai, senza sinistra, vengono manganellati

di Pietro Folena

Enrico Letta, appassionato di Subbuteo (raccontano i giornali), con la sua calma serafica, di antica scuola democristiana, ha compiuto in questi giorni un doppio passo tanto inaspettato quanto spettacolare. Prima si è dichiarato favorevole al presidenzialismo (semi, intero, in salsa italiana: ancora non si capisce), plaudito dalla destra di governo e soprattutto dalla folta e trasversale lobby di Vedrò -la fondazione del premier- presente al Governo. Si è inteso per un attimo quale intendimento profondo abbia Letta, e quale riscrittura della dialettica nel Partito Democratico e nel sistema politico voglia proporre dalla poltrona di Palazzo Chigi.
Poi, e in un certo senso l’uscita è ancora più sorprendente, Letta ha annunciato per la prima volta l’idea che il suo è un Governo per cinque anni, per tutta la legislatura. Ma come? Non era emergenza? Eccezionalità? Convergenza temporanea ed obbligata per fare alcune riforme, fra avversari che presto sarebbero tornati a combattersi, esattamente come in queste ore si sta facendo senza esclusione di colpi fra Ignazio Marino e Gianni Alemanno? No. Avevamo capito male. Se non si faranno le riforme in questi diciotto mesi, Letta si dimetterà, ma se si faranno, il Governo durerà cinque anni. Un incubo.
Neppure ad un bambino si può raccontare la favola di un bipolarismo che ricomincerà dopo cinque anni di cloroformio centrista. Letta, legittimamente, occupa lo spazio a cui prima del voto sembrava guardare Matteo Renzi, e ha già aperto il cantiere della nuova grande rassicurante tranquilla Balena Bianca.
Il premier può muoversi con questa determinazione perché il PD appare totalmente bloccato dalle sue correnti e dalle sue faide, da vecchie contrapposizioni e da nuovi odii personali. Conoscendo Guglielmo Epifani, immaginavo che avesse accettato l’ingrato compito di guidare il PD garantendosi un po’ di libertà di movimento. Non so se per scelta, o per necessità, Epifani ha invece accettato lo status quo, lasciando intendere di volere al più presto passare la mano: l’equilibrisimo correntizio e microcorrentizio nella composizione della nuova segreteria e della commissione per il Congresso sono sconfortanti.
La sinistra, le culture di sinistra, o quello che rimane di esse sembrano chiamate, anziché ad uscire dal paradigma leaderistico dell’ultimo ventennio, a una scelta fra Letta e Renzi, in una tragica, per l’Italia, deriva presidenzialista.
Se c’è una sinistra, socialista, democratica, ecologista, solidaristica, partecipativa batta un colpo ora. Altrimenti la scissione silenziosa tra il popolo di sinistra e la sua rappresentanza si compirà con disincanto e con rassegnazione. Oppure con solitudine e con rabbia. Gli operai, senza sinistra, vengono manganellati.

(www.unita.it, 7 giugno 2013)

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