25 giugno 2011, Cultura - Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Giusta è solo la pace. A Kingston il movimento ecumenico dice no ad ogni guerra.

Fuori la Guerra dalla Storiadi Gianni Novelli e Lugi Sandri

«Gloria a Dio e pace sulla terra»: il tema della Convocazione ecumenica internazionale sulla pace (Iepc), decisa dal Consiglio ecumenico delle Chiese e svoltasi a Kingston, in Giamaica, dal 17 al 25 maggio, è stato modulato in diversificati e non facilmente riassumibili modi dai mille rappresentanti delle Chiese convenuti ai Caraibi; ma, volendo sintetizzare il senso del grande incontro così come condensato nel messaggio finale, si potrebbe tradurlo così: «Non esiste guerra giusta, esiste solo pace giusta».

La Convocazione è stata una tappa di un lungo cammino: la VI Assemblea generale del Cec (Vancouver, Canada, 1983) aveva lanciato il processo conciliare pace-giustizia-salvaguardia del creato, tema approfondito nella Convocation di Seoul del 1990. L’VIII Assemblea generale (Harare, Zimbabwe, 1998) aveva lanciato il “Decennio per superare la violenza” (2001-2010), durante il quale “Lettere viventi”, cioè gruppetti di persone, sono stati inviati nei Paesi del mondo in cui la gente, e le Chiese con essa, vive in situazioni di particolare difficoltà. Le esperienze vissute sono poi confluite nel dibattito di Kingston dove, a conclusione appunto del “Decennio”, sono stati approfonditi in numerosissimi workshops argomenti particolari: sono stati questi incontri la vera ricchezza dell’Iepc. La Convocazione è stata introdotta da tre relazioni: quella di Hilarion, metropolita di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per gli affari ecclesiastici esterni del patriarcato di Mosca; di Margot Kässmann, teologa, e già presidente del Consiglio della Chiesa luterana di Germania; di Paul Oestreicher, quacchero, tedesco, ma da una vita in Gran Bretagna.

Assai “difensiva”, e preoccupata per la sorte dei cristiani vittime della “persecuzione” (perfino in Europa!), la relazione di Hilarion: «Oggi nel mondo è in corso un dibattito non già su una forma astratta di limitazione della libertà di religione di determinate minoranze, ma proprio sulla persecuzione dichiarata contro i cristiani. Non è più possibile nascondere i fatti che sono stati senza dubbio ben pianificati da tempo, perché non si tratta affatto di una persecuzione spontanea. Anche il Parlamento europeo, dove alcuni membri cercano sistematicamente di eliminare qualsiasi riferimento ai valori cristiani nella storia europea, ha approvato, per la prima volta nella sua storia, una risoluzione veramente rivoluzionaria contro la cristianofobia. Seguendo questa linea, la Camera dei rappresentanti del Parlamento italiano ha approvato una risoluzione simile che obbliga le autorità ad opporsi ad ogni tentativo di discriminazione contro i cristiani. Attualmente, poi, continuiamo a ricevere informazioni su attentati contro i cristiani in Egitto, Iraq, India, Pakistan e Indonesia e in una serie di altri Paesi prevalentemente musulmani… Che stiamo facendo noi, come cristiani, per proteggere i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede che sono sottoposti ogni giorno a umiliazioni, minacce, discriminazioni a motivo dell’intolleranza religiosa?».

Altra la chiave di lettura emersa dalla relazione della Kässmann. Pace-giustizia-salvaguardia del creato, ha spiegato, «non possono essere esaminate separatamente. Non possiamo parlare di una senza tener conto dell’altra. Non si tratta solo di una questione etica. L’essere stesso della Chiesa deve confrontarsi con questi problemi. Una Chiesa che ignora la guerra, l’ingiustizia e il processo di distruzione della creazione non è una Chiesa». In questa luce, ha proseguito la teologa, le Chiese debbono compiere scelte operative a favore della pace e contro la guerra; e, dunque, ad esempio, debbono opporsi alla corsa agli armamenti: «Secondo l’Istituto internazionale di studi per la pace di Stoccolma (Sipri), la partecipazione della Germania al commercio mondiale degli armamenti è aumentata, tra il 2005 e il 2010, dell’11%, superata solo dalla Russia con il 23% e dagli Usa con il 30%. Cioè: le nostre economie traggono vantaggio dalla violenza che denunciamo. Le Chiese non possono starsene in silenzio di fronte a questa orrenda situazione». Infine, ha concluso: «È giunto il momento nel quale la religione si rifiuti di essere manipolata per portare legna al fuoco della guerra e dell’odio. È giunto il momento di negare qualsiasi legittimazione teologica alla violenza. Non vi è guerra giusta: è quanto abbiamo appreso dalla storia. Vi è solo pace giusta».

Oestreicher, da parte sua, ha fatto un’analisi lucida ed appassionata della corresponsabilità delle Chiese, a partire da Costantino, nella difesa della violenza dell’impero e, via via, lungo i secoli, nella benedizione della violenza per “difendere” la fede, o per sostenere il potere di turno. Poi la parola è passata ai delegati e, nelle plenarie, vi sono stati moltissimi interventi, su singole problematiche. Infine, la mattina del 24 è stata letta la bozza del Messaggio finale, poi modificato, in base alle proposte emerse, dall’apposita commissione di redazione (scomparso il cenno ai «bombardamenti e contro-bombardamenti in Libia», presente nella bozza), e, nel pomeriggio, approvato per consenso.

Seppure organizzata dal Cec (di cui la Chiesa di Roma non è membro), la Convocazione di Kingston ha visto anche la partecipazione di esponenti cattolici. A livello ufficiale, in Giamaica la Chiesa cattolica era rappresentata da una delegazione di cinque persone, guidata dal guatemalteco mons. Rodolfo Valenzuela Nuñez. Hanno, inoltre, partecipato a pieno titolo esponenti di Pax Christi (Internazionale, e poi nazionale di Perù, Colombia, Stati Uniti d’America, Haiti, Italia, Olanda e Belgio); Focolarini; le Acli di Milano; e, da Roma, il Cipax, Confronti, e altri ancora. Il papa non ha invito nessun messaggio; tuttavia, al Regina caeli del 22 maggio Benedetto XVI ha brevemente ricordato la Convocazione in corso a Kingston e invitato a pregare per essa.

(“Adista documenti”, n.47 del 18 giugno 2011)

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