25 aprile 2014, Cultura - In evidenza - Politica e società

Gesù e la donna dei cinque mariti

di Raniero La Valle

Della comunione ai cattolici che dopo un divorzio vivono un secondo matrimonio, ormai si discute in tutta la Chiesa. La decisione sarà presa dal Sinodo dei vescovi, ma è adesso che se ne stanno ponendo le premesse dopo le caute aperture del Papa e l’ipotesi fatta al Concistoro dal cardinale Kasper,  di una riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati dopo un percorso penitenziale, sulla scia della Chiesa antica e in sintonia con la Chiesa ortodossa orientale.

Al di là della soluzione proposta, l’approccio del cardinale Kasper è di straordinario valore: da un lato perché dalla dottrina dell’indissolubilità oggi vigente  egli torna alla fonte da cui è scaturita, cioè al Vangelo che “non è una legge scritta ma è la grazia dello Spirito Santo” (lo diceva pure san Tommaso), e dall’altro perché mette in guardia rispetto a una prassi ecclesiale che a partire dalla negazione dell’eucaristia ai genitori divorziati, rischia di separare dai sacramenti e dalla fede i loro figli, così che “perderemo anche la prossima generazione, e forse pure quella dopo”.

Durissimo però è il fuoco di sbarramento già lanciato da quanti si oppongono ad ogni cambiamento della disciplina ecclesiastica in materia, che a loro parere la Chiesa stessa non avrebbe il potere di modificare; e tra i più agguerriti difensori di tale ortodossia non ci sono solo prelati credenti, ma anche atei devoti che, come Giuliano Ferrara, si proclamano non credenti che vogliono vivere in un mondo di credenti, ritenuto molto più funzionale per loro.

Anche per la pressione di questi strumentalismi esterni, il dibattito ecclesiale rischia di polarizzarsi su posizioni radicalmente contrapposte che non rendono onore all’oggetto del contendere, quando l’oggetto del contendere comprende beni preziosissimi che sono cari ad ambedue le parti in contrasto tra loro, e cioè il significato dell’eucaristia, l’accoglimento e la retta interpretazione delle parole di Gesù, la capacità risanatrice e salvifica della Chiesa, la misericordia e la tenerezza di Dio. C’è il rischio che per difendere la propria tesi si rovesci il senso delle cose, che ad esempio un dono di Dio diventi un giogo, o che una scelta fatta per amore di Dio sia imputata a peccato, o che il primato della coscienza degeneri in anomia.

È più morale un divorzio che una falsa nullità

C’è anche il rischio che, per accorciare le distanze tra le due parti, si cerchino formule di compromesso, prive di verità e di vita, magari adottando le scelte proposte da una parte mantenendo però gli argomenti sostenuti dall’altra. Sarebbe questo il caso del tentativo di conseguire gli stessi obiettivi del divorzio estendendo oltre misura le pronunzie di nullità del matrimonio, ad esempio mettendo in dubbio il carattere veramente sacramentale di matrimoni celebrati senza vera convinzione di fede. In questo modo, si pensa, sarebbero tutti contenti: i coniugi che potrebbero risposarsi in chiesa, i custodi dell’ortodossia che vedrebbero salvaguardato il principio dell’indissolubilità, e la Chiesa istituita che con i suoi tribunali regolerebbe il traffico mantenendo comunque il controllo dei matrimoni validi o nulli, primi o secondi che siano. Ma il risultato sarebbe una strage di matrimoni, perché sarebbero revocati nel nulla, come mai esistiti, come mai amati da Dio, come mai appartenuti alla vita e sede di amore tra i coniugi, matrimoni invece realissimi, fecondi di figli, veri o imperfetti sacramenti che fossero e, semplicemente, finiti.  È molto più alto moralmente un divorzio con sofferenza e riconoscimento di un insuccesso, che la finzione di un matrimonio, magari pur ricco di valori e di amore, che venga negato come non esistente fin dal principio. E non si dica che nel matrimonio annullato non poteva esservi stato amore, perché l’amore vero non finisce. Non è così, perché nella condizione delle creature anche un vero amore può finire. Perciò ha ragione il cardinale Kasper quando sostiene che “molti divorziati non vogliono la dichiarazione di nullità. Dicono: abbiamo vissuto insieme, abbiamo avuto figli; questa era una realtà, che non si può dichiarare nulla, spesso solo per ragione di mancanza di forma canonica del primo matrimonio”. Perciò bisogna affrontare la vera questione, che è quella della dissoluzione di un matrimonio valido tra battezzati, in cui non sia stato più possibile mantenere il rapporto coniugale.

Dalla dottrina risalire alla fede secondo la mente del Concilio

Io credo che una Chiesa che voglia tornare a far risuonare sulle nozze di oggi la parola e “il profumo” del Vangelo, dovrebbe rinunciare a inventarsi degli stratagemmi, a conciliare dottrine che sono in contrasto; né dovrebbe essere così avara di misericordia da concedere ai fedeli nuove offerte di vita dentro procedure afflittive, penitenziali, colpevolizzanti, come quelle che chiedessero pentimento per il fallimento di un matrimonio del quale non si ha colpa o si è vittima, o proponessero un percorso di espiazione per l’ingresso in una nuova storia d’amore avvertita invece dai protagonisti come qualcosa di cui non pentirsi o addirittura percepita, come dice il cardinale Kasper, come “un dono dal cielo”.

Di conseguenza la Chiesa non dovrebbe avere paura di rimettersi in condizioni di povertà e di rinnovata disponibilità all’ascolto della Parola, di fronte alla propria stessa dottrina dell’indissolubilità matrimoniale quale si è andata strutturando e irrigidendo nei secoli fino alla estrema sacralizzazione della “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II. La via è quella indicata dal Concilio Vaticano II: c’è la dottrina, che non è la fede stessa, ma è il modo in cui la fede è enunciata nel tempo; e quello che oggi occorre è di capire ancor meglio la dottrina (“pervestigetur”, diceva Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio) ed enunciarne le verità “nei modi che i nostri tempi richiedono”; cioè interrogare il Vangelo, come se fosse scritto per gli uomini d’oggi.

La “Familiaris Consortio” è stata brandita dal cardinale Caffarra sul “Foglio” di Giuliano Ferrara contro Kasper per invalidare le tesi da lui esposte ai cardinali, e per chiudere ogni discussione sul problema della comunione ai divorziati risposati; l’ “esortazione apostolica” wojtyliana sarebbe l’ultima e definitiva parola della Chiesa sull’indissolubilità matrimoniale. Perfino discuterne al Sinodo, allora, sarebbe sbagliato, e il primo a sbagliare sarebbe papa Francesco, che l’ha voluto.

Ora, la lettura del testo di papa Wojtyla, se fatta non da ecclesiastici o da teologi accademici, ma da cristiani e anche da uomini e donne qualunque, è impressionante perché se uno va a vedere quali sono i valori umani, sociali, civili che sarebbero procurati o sarebbero meglio garantiti dal gran bene dell’indissolubilità assoluta, a parte un fuggevole cenno al “bene dei figli”, non ve ne trova alcuno. Il matrimonio come realtà terrena, umana, storica, sociale, il matrimonio non come “una cosa pia, ma una cosa profana in tutto e per tutto che avete fatto e fate”, come lo definiva Dietrich Bonhoeffer in una “predica per nozze” scritta in punto di martirio nel carcere di Tegel, non esiste più nella visione del Papa polacco; esso è totalmente sacralizzato; la ragione per cui non si può rompere è perché deve rappresentare simbolicamente l’unione indissolubile di Cristo con la sua Chiesa e lo deve fare lasciando comunque sussistere il vincolo giuridico, anche contro ogni umana evidenza.

Il dono di Dio restituito a Dio come olocausto

Naturalmente ci sono altri simboli che biblicamente possono rappresentare l’unità tra Cristo e la Chiesa, tra Dio e il suo popolo, oltre al simbolo classico delle nozze evocato dalla lettera agli Efesini: c’è l’immagine dell’unità tra il capo (Cristo) e il corpo (la Chiesa); tra la madre e il suo bambino (ma anche se ci fosse una madre che dimentica il suo bambino, dice Isaia, Dio non si dimenticherà mai del suo popolo); e ci sono altre figure o metafore con cui significare la Chiesa, tratte dalla vita pastorale, agricola o dall’edilizia: il gregge di Dio, l’ovile, il campo, la vigna, la casa, l’edificio di Dio. Ma nel caso dell’immagine coniugale la metafora si scambia con la realtà e subisce una curiosa inversione, una sorta di ritorno di fiamma esplosivo; se l’unità in una sola carne della coppia sposata è presa all’inizio come umanissimo simbolo delle nozze tra Cristo e la Chiesa, il modello si rovescia e l’unità soprannaturale tra Cristo e la Chiesa diventa il modello obbligante dell’unità naturale del matrimonio tra battezzati, investiti così di un compito pubblico di “rappresentazione reale del rapporto tra Cristo e la Chiesa”, il cui peso sulla loro vita privata può diventare schiacciante.

Papa Wojtyla dice che in virtù di questo scambio l’indissolubilità matrimoniale diventa un dono di Dio ai coniugi cristiani; un dono che “è nello stesso tempo vocazione e comandamento”, e a cui è dovuta “generosa obbedienza”, e afferma che la testimonianza dell’indissolubilità “è uno dei doveri più preziosi e più urgenti delle coppie cristiane del nostro tempo”. Ma in questo modo il dono di Dio diventa un vincolo: il cardinale Caffarra insiste nel dire che il vincolo tra i coniugi “non dipende più dalla loro volontà perché è un dono che Dio ha fatto loro”: ciò vuol dire però che se da Dio giunge all’uomo come dono, dall’uomo torna a Dio come olocausto; esso si rovescia cioè nella sacralizzazione di una realtà naturale, umana, che si trasforma in una realtà ad uso esclusivamente divino, come “vittime di soave odore” e ciò nonostante che Dio, come dice papa Francesco, sia gioia e misericordia e abbia detto, fin dai tempi antichi: “misericordia voglio e non sacrifici”.

L’eucaristia non è un meccanismo premiale o di esclusione

La riflessione pastorale sull’eucaristia ai divorziati dovrebbe soffermarsi su altri punti egualmente cruciali per il dibattito.

Il primo è quello del significato dell’eucaristia: l’ha già detto papa Francesco nella “Evangelii Gaudium” al n. 47: le porte dei sacramenti non si dovrebbero chiudere per una ra­gione qualsiasi, e l’eucaristia non è un pre­mio per i perfetti ma un rimedio e un alimento per i deboli. Soprattutto, noi diremmo, non dovrebbe essere usata come un meccanismo di esclusione, come il vaglio che separa i regolari dai sans papier, gli ammessi dagli scomunicati, le Chiese in comunione da quelle private dell’intercomunione, per cui il sacramento finisce per essere uno strumento di controllo e di potere. Su questo scoglio è andato a sbattere l’ecumenismo.

Il secondo punto è naturalmente una rilettura del Vangelo nelle condizioni di oggi sapendo, come disse Giovanni XXIII, che “non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”. Qui il primo testo è naturalmente quello della risposta di Gesù sul ripudio, su cui viene fondata l’indiscutibilità della dottrina dell’indissolubilità matrimoniale, come voluta dallo stesso Signore: “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”, dice Gesù, e se Mosè aveva disposto diversamente era stato per la “durezza di cuore” degli israeliti. Ma intanto bisogna notare che la durezza di cuore denunciata da Gesù era quella del ripudio della donna da parte dell’uomo, non quella del divorzio, che non esisteva nella società di Israele, e che almeno avrebbe avuto il carattere della reciprocità. Ma al di là di questo, in una sua omelia a Santa Marta il 28 febbraio papa Francesco ha detto che Gesù non entra nella casistica nella quale i farisei volevano farlo cadere e riporta il discorso all’essenziale, al principio, all’ordine della creazione. “Dietro il pensiero casistico – ha detto il Papa – c’è sempre una trappola. Sempre! Contro la gente, contro di noi e contro Dio, sempre!” Invece quello che fa Gesù è di riportare il rapporto tra uomo e donna al “capolavoro della creazione”, all’averli Dio creati maschio e femmina, a non volere l’uomo da solo, ma “con la sua compagna di cammino”. Ora se in tal modo si torna “all’inizio della rivelazione”, si vede che in quel quadro descritto dalla Genesi ed evocato da Gesù non c’è una comunità umana di uomini e di donne in cui possa darsi fedeltà o infedeltà, adulterio, divorzio o ripudio. Lì ci sono solo un uomo e una donna, prototipo degli universi maschile e femminile che avrebbero abitato la terra, e il problema antropologico che da lì avrebbe attraversato tutti i luoghi e tutti i tempi non era che l’uomo non scegliesse un’altra donna che non c’era, ma che l’uomo non ripudiasse la donna come aiuto simile a lui, e che mai si rompesse l’alleanza tra l’uomo e la donna in tutto il corso della storia a venire, perché se questo fosse avvenuto l’ordine della creazione ne sarebbe stato sconvolto, e la catastrofe umanitaria sarebbe sopravvenuta fin dal principio. Ciò che tiene in piedi il mondo è infatti l’unità indissolubile, in una sola carne, della donna e dell’uomo.

Il richiamo evangelico all’unità ontologica tra l’umanità maschile e femminile

Il detto di Gesù è stato interpretato dalla Chiesa come una prescrizione giuridica dell’indissolubilità del matrimonio di ogni singola coppia umana, contro il venir meno di rapporti durevoli. Ma oggi c’è un’urgenza ancora maggiore. La dignità femminile è ancora negata nella società maschilista e patriarcale, le donne subiscono ancora violenza, il “principio femminile” è in vari modi e in molti luoghi oltraggiato. C’è il rischio di una reazione di separazione, di un’ideologia dell’autosufficienza che estremizzi la differenza di genere; c’è da un lato il rischio del sesso indifferenziato del mercato, come fu denunciato da Ivan Illich, dall’altro di un genere o “gender” che produca una vera spaccatura nell’unità umana. Con una lettura ancora più decisiva per il destino umano, le parole di Gesù possono perciò essere lette non tanto come un vincolo imposto al singolo matrimonio monogamico, ma come il divino appello a non rompere l’alleanza ontologica tra uomini e donne, a non sciogliere l’intreccio tra maschile femminile tenuto insieme, nella differenza, dalla forza dell’Eros e da quella dell’ Agápe, e come tale veramente figura del rapporto indissolubile tra Dio e l’umanità tutta intera.

Un altro testo meraviglioso da rileggere è quello dell’incontro di Gesù con la donna di Samaria al pozzo di Sichem. Non c’erano buone relazioni tra Giudei e Samaritani e non ci si doveva mettere a parlare con una donna ma, come ha detto Francesco all’ “Angelus” della terza domenica di quaresima, Gesù non si fa fermare dai pregiudizi: “la misericordia è più grande del pregiudizio”. E il pregiudizio poteva essere tanto più grande perché Gesù sa, e dice alla donna, che ella aveva avuto cinque mariti e che quello con cui stava non era suo marito; e questo è un particolare che di solito viene ignorato dai fedeli perché nella “lectio brevis” del vangelo domenicale queste parole sono tolte dalla bocca di Gesù. La cosa sorprendente è che proprio a questa donna dai cinque mariti, che certo oggi non avrebbe la comunione, Gesù si presenta come il messia, e fa la rivelazione decisiva sul rapporto che gli uomini devono avere con Dio: “E’ giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Ed è a seguito di questa rivelazione di Gesù che la donna abbandona la sua brocca sul pozzo, corre a dare la notizia ai Samaritani, e questi sono i primi a proclamare che Gesù è “veramente il salvatore del mondo”.

(“Rocca”, n.7/2014)

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