15 aprile 2012, Politica e società

Foto di gruppo con evasore

di Michele Serra

Ogni volta che vengono resi pubblici i redditi degli italiani, si sussulta. È la fotografia, se non di un Paese povero, di un Paese con moltitudini di poveri, una piccola minoranza di benestanti e pochissimi ricchi. Solo 30mila italiani (lo 0,07 per cento) dichiara di guadagnare più di 300mila euro all´anno. Per quanto sfocata (nessuna statistica riesce davvero a mettere a fuoco la realtà delle cose), è l´immagine di un popolo economicamente depresso, dove il benessere di massa, a differenza che in altri paesi occidentali, non ha mai fatto davvero breccia: oltre metà dei contribuenti dichiara un´imponibile inferiore ai 15mila euro all´anno. La recente catena di suicidi di nostri concittadini sopraffatti dalle ristrettezze economiche – quasi tutti piccolissimi imprenditori – suggerisce cautela nei giudizi: non c´è dubbio che i morsi della crisi abbiano roso fino all´osso alcuni redditi e alcune vite. Ma il macro-dato, così come viene offerto dall´autoscatto che i contribuenti hanno fatto dell´Italia lascia intendere, senza possibilità di dubbio, che una ricchezza smisurata (letteralmente: non misurata e forse non misurabile) non compare nella foto di gruppo chiamata “redditi 2010″. E´ fuori inquadratura, da qualche parte. Sotto il materasso, all´estero, già reinvestita in beni immobili e mobili, bruciata allegramente in bagordi, scomparsa nelle scatole cinesi della finanza creativa, intestata a prestanome, ditte fittizie e altri fantasmi…. Non si sa.
Ma si sa che c´è, o per dirla meglio: si sa che non può non esserci. Non esiste, infatti, corrispondenza alcuna tra l´evidenza del tenore di vita medio del paese e dichiarazioni dei redditi che, se vere, non consentirebbero al novanta per cento della popolazione non dico auto di lusso o barche o vacanze esotiche, ma le normali automobili, le normali vacanze, le normali seconde case e i normali guardaroba che siamo abituati a considerare gli ingredienti della vita media degli italiani medi e delle italiane medie.
Men che meno, a giudicare da questa fotografia, l´Italia parrebbe soggetta a quella rivoluzione economica e sociale (il secondo boom degli anni Ottanta e Novanta) che, con la crisi dell´industria, ha convinto miriadi di ex dipendenti a farsi imprenditori, moltiplicando le partite Iva e con esse il dinamismo, lo spirito di iniziativa, il reddito medio e i consumi. Risulta infatti che nel 2010 i lavoratori autonomi, i professionisti e gli imprenditori, che sono il motore formidabile dell´economia post-industriale (il famoso “popolo delle partite Iva” al quale mi onoro di appartenere) hanno guadagnato, in media, meno dei lavoratori dipendenti. Perché mai, dunque, milioni di italiani avrebbero fatto quel salto, abbandonando il lavoro salariato e aprendo bottega in proprio, se oggi dichiarano di guadagnare meno dei loro operai e impiegati? Ecco un appassionante mistero per gli economisti.
Comunque sia, passato lo sconcerto di fronte alle crude cifre, la domanda che riassume tutte le altre è questa: quanto incide, nel miserabile computo della nostra indigenza nazionale, la penuria reale, l´incrocio tra povertà antiche e nuove, l´avanzare della crisi? E quanto incide l´opera indefessa di occultamento della ricchezza che molti, moltissimi italiani perpetuano di anno in anno, nella convinzione (antica) di esercitare legittima difesa nei confronti di un esattore, lo Stato, al quale da secoli non riconoscono legittimità, e senza avere idea alcuna del furto che commettono non ai danni dello Stato, ma dei loro connazionali onesti che pagano i servizi (scuole, strade, ospedali) anche per conto loro? A quanto ammonta il furto perpetrato da una crisi economica creata dalla grande finanza ma pagata da chi lavora; e a quanto ammonta il furto che più o meno mezza Italia compie ai danni dell´altra mezza?
Chissà se nella sterminata e indeterminata folla di persone che forma l´affresco statistico, il Fisco sarà mai in grado di distinguere il vero povero e il finto povero, due parti in commedia che la crisi rende sempre meno compatibili, sempre più nemiche.

(“La Repubblica”, 31 marzo 2012)

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