16 marzo 2014, Politica e società

Fine della Dc, non dell’impegno dei cattolici

di Luciano Guerzoni

Vent’anni fa, il 19 gennaio 1994, il congresso di fondazione del Partito popolare italiano decretava la fine della Democrazia cristiana. Era l’esito politico dell’ultimo, “disperato” tentativo di autoriforma o rifondazione del “partito cattolico”. Ma poteva ancora prefigurarsi un partito cattolico? E si dava ancora, nel radicale mutamento della società italiana, un mondo cattolico suscettibile come tale di una rappresentanza unitaria nell’ambito politico-istituzionale?

In realtà, nonostante la permanenza nella Dc – fino alle elezioni politiche del 1992 – di un consenso elettorale maggioritario dei cattolici, il cosiddetto mondo cattolico e con esso l’unità politica dei cattolici nella Dc si erano dissolti vent’anni prima, nella prova cruciale quanto emblematica del referendum sul divorzio del maggio 1974.

In quel tornante della storia civile e religiosa dell’Italia, il voto di un’estesa minoranza di cattolici – visibile e organizzata nel movimento dei “cattolici per il no”, in aperto dissenso con le direttive dell’episcopato e con la scelta della Dc – era stato determinante per la bocciatura (con quasi il 60% dei voti) del quesito referendario abrogativo della legge civile sul divorzio. Paradossalmente, nel momento in cui la Dc, allineandosi al diktat delle gerarchie ecclesiastiche, assumeva senza mediazioni la forma del partito cattolico, venivano meno le condizioni stesse dell’unità politica dei cattolici, peraltro già delegittimata nei suoi presupposti teorici dal magistero conciliare e depotenziata, di fatto, dalla diaspora degli anni immediatamente successivi al Concilio.

Più che la fine di un’unità politica cattolica già da tempo dissoltasi, l’estinzione della Dc attestava invero, insieme al tramonto della «Repubblica dei partiti» (Scoppola), l’esaurimento del disegno politico-strategico che ne aveva rappresentato, da De Gasperi a Moro, una delle ragioni costitutive e delle innegabili funzioni storiche. Vale a dire, l’ancoramento a una prospettiva democratica e costituzionale della prevalente componente clerico-moderata dell’opinione cattolica e dell’intera società italiana. L’intervenuta impraticabilità di questa funzione storica era comprovata dalla defezione dal Ppi di larga parte del vecchio gruppo dirigente democratico-cristiano e, nelle successive elezioni politiche (con il Ppi all’11%), dal dislocamento del blocco clerico-moderato attorno alla neonata Forza Italia (al 21%), che, pur priva di qualsivoglia radicamento nel tessuto e nella tradizione del cattolicesimo italiano, veniva di fatto a sostituirsi alla Dc nel ruolo di partito maggioritario, garante più di quella delle pulsioni, dei valori e degli interessi del conservatorismo cattolico ed ecclesiastico.

Secondariamente, benché il Ppi nascesse con l’obiettivo dichiarato di realizzare una “terza fase storica della tradizione cattolico-democratica”, la fine della Dc ha di fatto coinciso con il progressivo esaurirsi di quella tradizione, la cui ultima significativa espressione si è avuta, nel 1996, con l’Ulivo di Romano Prodi. È venuta meno, alla prova del successivo ventennio, la presenza politica “visibile” della tradizione cattolico-democratica, non nella forma di una distinta realtà organizzativa – improponibile nelle mutate condizioni storiche – bensì quanto alla capacità di una comune e originale lettura del cambiamento sociale, di specifiche progettualità politico-programmatiche, di un significante protagonismo nella cultura, nella politica, nella società civile, come nella comunità ecclesiale.

Fra i molteplici e complessi fattori dell’esito di sostanziale irrilevanza politica di una componente pur così significativa nella storia e nel ruolo del cattolicesimo sociale e politico del ‘900 italiano, indicherei l’abbandono teorico e pratico di due terreni specifici su cui quella tradizione si era culturalmente e politicamente costruita e consolidata. Da un lato la laicità – nel duplice senso della laicità politica e statuale e dell’autonoma responsabilità del credente nell’agire politico – travolta dalla subalternità al protagonismo politico dei vertici ecclesiastici, in una acritica accettazione della vulgata dei «principi non negoziabili» e del «ritorno del religioso» nelle cosiddette «società post-secolari». Dall’altro lato, la questione sociale, un tempo centrale e costituiva dell’identità politico-programmatica dei cattolici progressisti, lasciata ai margini dell’agenda politica in una deriva neo-liberista che non ha risparmiato alcuna delle presenze politiche di cattolici, pur a fronte di un inedito e vistoso aggravamento delle disuguaglianze sociali e della povertà.

Eppure, fuori dal sistema politico-istituzionale e forse anche nell’inconsapevolezza degli stessi protagonisti, il patrimonio di pensiero, di valori, di progettualità e di energie del cattolicesimo democratico e sociale appare tuttora operante, non nelle organizzazioni sociali tradizionali – perse nelle nebbie dei convegni di Todi, alla pervicace ricerca del partito cattolico – ma nei tanti gruppi e nelle tante esperienze di impegno per la legalità e per la giustizia, di lotta alle mafie e alla corruzione, di promozione di una cittadinanza attiva, di emancipazione dalle povertà, di contrasto delle disuguaglianze.

* Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali – Modena

(“Adista Segni Nuovi”, n.6/2014)

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