23 febbraio 2011, Politica e società

Fede e Chiesa nella narrazione di Vendola

di Alessandro Santagata*

Cimentarsi in un discorso sulla figura di Nichi Vendola alla luce del rapporto che si gioca nella sua “narrazione” tra l’esperienza di fede cristiana e l’elaborazione politica è sicuramente un azzardo, anche perché, quando si parla della narrazione vendoliana, deve essere chiaro innanzitutto che si tratta di un’operazione linguistica (e politica) tutt’altro che lineare. Giocata sul piano di una “diversità” individuale fatta di apparenti contraddizioni (comunista, cattolico, omosessuale), essa si propone in realtà come un’autobiografia della Nazione nella quale le storie e i valori dei Padri funzionano da bussola per tracciare la via di uscita dalla post-modernità neoliberista e recuperare il piano della costruzione di un orizzonte comunitario e collettivo, una formulazione discorsiva nella quale tradizione ed innovazione confluiscono in un amalgama lessicale capace di restituire credibilità e fascino alla proposta politica veicolata.
Quale spazio occupa dunque nella “narrazione” il dato di fede? In occasione del I Congresso nazionale di Sel (Sinistra ecologia e libertà), nell’ottobre del 2010, Vendola affronta in questi termini la questione del rapporto con il mondo cattolico: «Questo tema su cui siamo continuamente sollecitati ha dentro di sé la consumazione di una storia, quella dell’unità politica dei cattolici. La fine di tale unità ha provocato un’inseminazione generalizzata di clericalismo nella scena politica. Guai se rispondessimo a questo con vecchie pulsioni anticlericali, rinunciando alla sfida del dialogo».
Già da queste poche battute è evidente come Vendola rifiuti l’etichetta di politico cattolico (e quindi moderato) riproponendo piuttosto, secondo un’antica consuetudine comunista, il confronto culturale con il mondo cattolico, mentre, allo stesso tempo, avanza una concezione della fede intesa come componente di una sua “diversità” che il portavoce di Sel non nasconde, ma rilancia nella sfida per la riscrittura del vocabolario della sinistra: «Ciò che è scritto in quelle pagine che noi fedeli consideriamo sacre è stata una stella polare non solo della mia spiritualità, ma anche della mia formazione civile. Si tratta di non usare l’aspersorio, l’acquasantiera come argomento elettorale. Ma sono convinto che quella profezia, essendo anche una grande sfida culturale, è importante che si diffonda nella vita pubblica».
Se le Scritture, con una particolare predilezione per il versante veterotestamentario sono la fonte principale del discorso religioso di Vendola l’influenza della lezione del Vaticano II è evidente.
Filtrato dai genitori, dalla frequentazione della parrocchia a Terlizzi e soprattutto dal legame con mons. Tonino Bello, quello vendoliano è un cristianesimo squisitamente conciliare che scruta il mondo alla ricerca dei “segni dei tempi” per riscoprirvi la fede e per adattare il messaggio ai cambiamenti epocali.
È dunque un cristianesimo figlio della Costituzione pastorale Gaudium et spes che ha messo la parola fine, almeno da un punto di vista teorico, alle compromissioni della Chiesa con il potere riaffermando il valore della testimonianza evangelica nella vita pubblica. Infine, è anche un cristianesimo post-conciliare che ha vissuto la stagione del dissenso con la gerarchia, della contaminazione marxista e l’influsso delle teologie della liberazione. Con questo mondo Vendola è entrato in contatto fin da giovanissimo, proprio quando con l’avvio del pontificato di Giovanni Paolo II esso cominciava lentamente a declinare.
Il profondo legame con don Tonino Bello, «una voce che ascendeva dal Salento dritta all’eternità», ha trasformato la devozione in domanda, in dono, in una religiosità inquieta e complessa che lo porterà assieme al suo vescovo in una Sarajevo devastata dalle bombe. Sulla scorta del messaggio di pace di don Tonino Bello, Vendola abbraccerà poi completamente le ragioni della nonviolenza, celebrate con Fausto Bertinotti al Congresso di Venezia di Rifondazione Comunista (2008) e quello spirito di accoglienza verso i migranti, allegoricamente identificato nel santo patrono Nicola, anche lui “extracomunitario”.
Se senza dubbio è quella di don Tonino la figura più influente sulla fede e sul suo linguaggio di Vendola ci sono altri contatti che meritano però di essere ricordati: don Luigi Ciotti, ad esempio, con cui condivide la strada dell’antimafia sociale o don Marco Bisceglia con cui lavora all’organizzazione nazionale dell’Arcigay. Incontri e percorsi con un clero “ai margini” che contribuiranno in maniera decisiva a plasmare l’immaginario ecclesiologico di Nichi Vendola in una direzione anti-giuridicistica e partecipativa contraria ai dogmatismi e alle chiusure delle due chiese, quella con la C maiuscola, ma anche quella del partito.
È quindi forte nel cristianesimo di Vendola la dimensione del conflitto. Ecclesiologico e pastorale, esso ha tuttavia all’origine la dimensione di un trauma personale: il suo outing avvenuto a Terlizzi nel 1978 in un mondo sul quale pesa una cappa di omofobia clericale che allontana dagli altari i “figli di Sodoma”. Tra i tanti “figli di Dio” espulsi in silenzio dalla sua Chiesa non c’è però Nichi, che reagisce, combatte e sfida: «Io vorrei sfidare la Chiesa. Vorrei capire in cosa consiste il peccato quando si è nei dintorni dell’amore. Perché una coppia regolarmente sposata in cui vige la violenza e l’ipocrisia va bene, mentre una coppia gay dove c’è un patto di amore straordinario e un vincolo di fedeltà ha a che fare con le fiamme dell’inferno? Io penso che Dio sia la Libertà e che il dono di Dio sia fondamentalmente un dono di libertà». Il conflitto diviene anche apertamente politico in occasione dell’apertura del dibattito legislativo per il riconoscimento delle unioni omossessuali nel 2003. All’allora prefetto Joseph Ratzinger e alla Cei Vendola contesta con queste parole l’ingerenza della Chiesa nel diritto dello Stato: «La posizione incarnata dai vertici della Cei fa male alla Chiesa, esponendo il magistero su un terreno improprio. Non si vede molto la Chiesa universale indicata dalla profezia cristiana, ma quella romana che interferisce nella legislazione nazionale, pesantemente».
Tra difesa della laicità dello Stato e impulsi di riforma dottrinaria Vendola interpreta quindi, declinandolo a suo modo, il ruolo del laico impegnato che distingue i piani del temporale e dello spirituale e respinge le indebite interferenze: l’utilizzo per scopi elettoralistici e politici della religione e l’ingerenza clericale in politica. Una distinzione di piani che però non significa assenza di comunicazione, ma piuttosto testimonianza della profezia nell’azione civile senza rinunciare all’impegno per l’aggiornamento della dottrina. Se sul secondo punto è difficile valutare se avrà successo, la sua proposta politica, invece, sembra funzionare perché non parla ai cattolici ma a tutti, non si arrocca nella difesa di privilegi o in crociate etiche, ma motiva la sua radicalità e la sua aspirazione al cambiamento facendo appello ad un vocabolario in cui il profeta Isaia, Marx, don Milani e Gramsci sono elementi di un unico quadro simbolico e ideologico finalizzato trasformare le “pietre di scarto” del turbocapitalismo (il lavoro, i giovani, il welfare) in “pietre angolari” dell’orizzonte politico.
“Diverso”, è lo slogan con cui Vendola ha costruito tutte le sue campagne elettorali, compresa quella in corso per la guida della coalizione del Centro-sinistra. Indipendentemente dal giudizio politico che se ne può dare, la diversità di Vendola dal mondo del cattolicesimo politico tradizionale risulta – a mio avviso – straordinariamente conforme a una lezione conciliare rimasta sulla carta di un corpus documentario impolverito.

* Dottorando in Storia, Università di Roma “Tor Vergata”.

(“Adista Segni Nuovi”,n.9 del 5 febbraio 2011)

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