15 maggio 2014, Globalizzazione ed Europa - In evidenza - Politica e società

Fabrizio Barca: “Così si può ripartire”

Come si ricostruisce un sistema che ha perso il 25% della sua capacità produttiva? In che modo il Paese si può rimettere in moto? Senza innovazioni tecnologiche e una politica industriale non si esce dalle crisi. Un’intervista con l’ex ministro Fabrizio Barca: «I quattro punti da cui ripartire»
La produzione industriale italiana è del 25% inferiore rispetto ai livelli del 2008: c’è l’esigenza di una politica per ricostrure il sistema produttivo italiano ed europeo? La risposta è chiaramente sì. Per la tenuta della competitività dell’Italia il settore manifatturiero è decisivo. Secondo me i punti su cui intervenire sono quattro: il primo riguarda la tecnologia; il secondo è come usare la domanda pubblica per stimolare produzioni innovative; il terzo riguarda l’organizzazione del lavoro in fabbrica; il quarto interessa le competenze e la formazione.

Partiamo dalla questione tecnologica.

Una delle ragioni della mancata crescita della produttività è che l’Italia è stata sfavorita dal rafforzamento dei diritti proprietari realizzato con gli accordi Trip – il trattato sulla proprietà intellettuale definito nell’ambito dell’Organizzazione mondiale per il commercio. È una tesi sviluppata dagli economisti Ugo Pagano e Alessandra Rossi: negli anni ’90 il mondo industrializzato rafforza i diritti proprietari sul capitale immateriale. Ne risultano beneficiari i paesi che si muovono sulla frontiera tecnologica mentre sono sfavoriti i paesi, come l’Italia, che adattano in diverse direzioni le tecnologie che nascono nei laboratori di ricerca degli altri paesi. Di fronte a quegli accordi, la Germania ha reagito costruendo una rete di sostegno in grado di favorire il trasferimento tecnologico, soprattutto per le piccole imprese; l’Italia, invece, è rimasta ferma.

Come si può usare la domanda pubblica?

Abbiamo bisogno di dare l’opportunità alle aziende nazionali più robuste di utilizzare la domanda che proviene dal settore pubblico. È qualcosa che avevamo già messo in moto con il governo Monti e che ora andrebbe ripreso e accelerato. Avevamo programmato l’operazione come un processo a tre stadi: si verifica la domanda pubblica che i soggetti collettivi stanno per mettere sul tavolo; si identificano attraverso un bando (pre-commerciale) le imprese che sono in grado di offrire possibili soluzioni a quella domanda; si procede con il bando vero e proprio, in cui chiedi chi è in grado di produrre quelle idee. Questo è un sistema di promozione che dà uno spazio alle imprese nazionali, ma non discrimina a loro favore in modo anti-concorrenziale. Certo, puoi evitare di stimolare una domanda di beni di cui l’Italia non abbia alcuna capacità di produzione. Quest’operazione avviene praticamente a risorse date, perché stai solo riprogrammando e rendendo più efficiente una spesa che l’amministrazione pubblica sosterrebbe comunque.

Possiamo pensare a imprese pubbliche che facciano quello che i privati non riescono a fare?

È un problema che lo Stato non può affrontare: su questo sono per il mercato. Se esiste una domanda e nessuno la occupa, vuol dire che non ci sono le idee. Ho l’impressione che l’Italia non abbia rimosso la commistione fra istituzioni e partiti, né per come funziona la pubblica amministrazione, né per le regole del gioco che abbiamo. Al modello delle partecipazioni statali non possiamo tornare, ci sarebbero tutte le condizioni per vedere i partiti che nominano loro uomini alla guida di quelle imprese, si ricomincerebbe daccapo.

Quindi l’obiezione è politica, non economica?

Alla fine ci ritroveremmo a buttare soldi pubblici. Prima va ricostruita la pubblica amministrazione; quando avrai ricostruito un governo pubblico capace di farsi carico di interessi pubblici, allora se ne potrà riparlare. Altrimenti nuove aziende pubbliche verrebbero inevitabilmente concepite come propaggini dei partiti. Bene o male che abbiamo fatto a smantellare il sistema delle partecipazioni statali, non ci sono le condizioni per riproporne uno simile.

Quest’assenza dell’intervento pubblico non è un rischio per la tenuta del sistema economico del paese?

Non c’è dubbio che dopo la crisi avremo un aumento della proprietà straniera delle imprese italiane. Devo dire la verità, non sono preoccupato. Agli investimenti in Italia dei tedeschi, dei cinesi, degli inglesi, non ha corrisposto un allontanamento del cervello delle imprese dal nostro paese. L’esperienza tedesca in Puglia o quella inglese in Campania sono casi di radicamento, anche di fronte alla crisi. Perfino la vicenda dell’Electrolux ha mostrato ritardi nei rapporti da parte del governo italiano, più che la volontà dell’azienda di allontanarsi dall’Italia.

E il caso Fiat?

Su Fiat c’è stato un momento durante il governo Monti nel quale ci sarebbero state le condizioni per una posizione più dura dell’Italia, soprattutto intorno a quello che a Fiat interessava davvero, e cioè il marchio Alfa. L’alternativa sarebbe stata quella di aprire a Volkswagen: sarebbe stato un modo per combinare una gestione politica forte da parte del governo nazionale con la carta dell’estero. C’è stato un momento in cui era abbastanza evidente a molti di noi all’interno del governo che gli interessi della proprietà e del management Fiat non erano allineati: si potevano creare le condizioni per cui alla proprietà della Fiat e all’Italia potesse convenire vendere. Si sarebbe potuto lavorare attorno a un allineamento degli interessi della proprietà e dell’Italia che differivano da quelli del management. Ci sono state due settimane di discussione culminate in un incontro formale del governo con i vertici Fiat, nella quale si è intravista una strada alternativa che poi si è persa. In quel caso, la proprietà estera poteva costituire un’opportunità per l’Italia, ovviamente un’opportunità da governare perché sarebbe stato necessario avere delle garanzie: del resto, come ci ricorda Marcello De Cecco, per un paese che produce meccanica, l’auto resta un settore fondamentale.

Veniamo all’organizzazione del lavoro.

Il recente libro di Giuseppe Berta “Produzione intelligente. Un viaggio nelle nuove fabbriche” trova una suggestiva correlazione fra imprese con un forte aumento di competitività e accresciuta capacità di esportazione e un’organizzazione del lavoro che avremmo definito di “manifattura collaborativa”: imprese nelle quali i lavoratori partecipano alla soluzione dei problemi, affrontano e risolvono gli imprevisti, si impegnano di più nell’impresa rispetto a quello che sarebbe contrattualmente previsto. In cambio ricevono un clima collaborativo, formazione, possibilità di avanzamento di carriera e soprattutto, come scriveva Bruno Trentin, i lavoratori aumentano la loro impiegabilità, mentre l’impresa concede al lavoratore più autonomia e accetta che i lavoratori siano reimpiegabili anche altrove. In Italia i primi esempi di queste forme collaborative sono stati nei distretti industriali e poi nella media impresa. Il fatto è che negli ultimi anni abbiamo smesso di guardare a che cosa succede nell’organizzazione del lavoro, né nel sindacato, né nei partiti di sinistra. Ma queste forme collaborative di lavoro aprono spazi di intervento interessanti, ad esempio per cominciare a sottrarre la formazione dei lavoratori alle burocrazie dei sindacati e delle organizzazioni dei datori di lavoro. Su questo punto mi sembra che la Fiom abbia fatto aperture.

Ma il modello Marchionne è andato nella direzione opposta a questa.

Diamo molta importanza alla Fiat perché, bene o male, è il 5% del nostro manifatturiero, però c’è l’altro 95% nel quale probabilmente sono stati praticati altri modelli. Non abbiamo elementi per dire se Marchionne abbia fatto scuola. La questione Fiat ha pesato molto sul piano politico, forse meno sulle dinamiche del sistema produttivo.
Ragionare sulle relazioni industriali significa affrontare la questione della democrazia sui luoghi di lavoro. Esattamente. Ma la Cgil ha messo questo al centro del suo congresso? Arriviamo al quarto punto, la questione delle competenze. La mancanza di competenze è un alibi per gli imprenditori che scelgono di utilizzare un modello che possiamo definire di “manifattura costruttiva”, contrapposto alla “manifattura collaborativa”: un superfordismo che crea precariato e che è l’altro modello dominante di gestione del lavoro nel mondo. Scarsità delle competenze e “manifattura costruttiva” si tengono insieme: se il lavoro è usa e getta, se i salari di ingresso e i rendimenti per chi ha una laurea sono particolarmente bassi, i lavoratori non hanno incentivi a formarsi; l’offerta di lavoro sarà di scarso livello e le imprese continueranno come al solito. Da che lato spezzo questa catena? Dove lo Stato può intervenire, e cioè dalla scuola e dalle università.

Ma dove sono le capacità di recupero delle imprese italiane?

Le imprese che sarebbero in grado di fare il salto di qualità sono quelle medie. Già Sebastiano Brusco le aveva riconosciute come centrali nello sviluppo dei distretti. Ma in questi anni le hai messe di fronte a una tale incertezza sulle normative sul lavoro, sulle imposte, sull’ambiente, sull’efficienza energetica, che non hanno capito bene in che direzione muoversi. Ora delle occasioni ci sarebbero: come usano i soldi che giustamente stanno entrando nelle imprese dal pagamento dei debiti pregressi della pubblica amministrazione? Le organizzazioni degli imprenditoriali potrebbero sviluppare una strategia e un monitoraggio su questo aspetto. Per ora, abbiamo la sensazione che le imprese non facciano ancora gli investimenti che hanno così a lungo rinviato.

Il tentativo che stai portando avanti di mettere insieme a livello locale pubblica amministrazione, comunità e imprese che funzionano può essere un modello per le politiche da fare?

Penso che un paese come l’Italia abbia estremo bisogno di un intervento pubblico per il rilancio dell’agroalimentare, la manutenzione del territorio, la crescita dei servizi per il welfare, il rilancio dei borghi. La Cgil ha parlato di questo nel piano del lavoro di sei mesi fa e io condivido questa visione. L’Italia, insieme all’Austria e in parte alla Gran Bretagna, è l’unico paese veramente policentrico d’Europa e una diversità naturale, culturale e antropica enorme. Serve però una politica che non sia né calata dall’alto, né lasciata alla dimensione locale: una politica che io definisco “rivolta ai luoghi”, con una guida nazionale che sappia unire visione d’insieme e conoscenze locali. In questi anni è come se il sistema si fosse completamente disarticolato, né lo stato, né i corpi intermedi funzionano da raccordo orizzontale fra le esperienze locali. L’operazione “luoghi ideali” su cui sto lavorando al ministero è costruita con l’idea di avere una piattaforma in cui questi luoghi possano dialogare fra di loro, trovare soluzioni: un canale di sprovincializzazione, di rottura di un localismo autoreferenziale.

Veniamo all’Europa. Si possono cambiare i vincoli attuali?

Alcune regole vanno cambiate. È assurda la regola per cui i paesi che dovessero violare il Fiscal Compact si vedrebbero sospesi i fondi comunitari: è un modo per ammazzarli definitivamente, quando invece vanno sostenuti. Il patto di stabilità dev’essere interpretato in maniera appropriata. Una battaglia che avevamo iniziato con il governo Monti (e che voglio essere certo sia ripresa con forza in occasione della trattativa per la nomina del Presidente della Commissione europea) è quella di escludere dal 3% del rapporto deficit pubblico/Pil almeno il cofinanziamento dei fondi comunitari. L’obiezione tedesca è che, se escludi dal calcolo gli investimenti pubblici, tutti catalogheranno le spese come tali. Ma questi fondi riguardano iniziative già discusse a livello europeo e monitorate al centesimo; allo stesso modo si potrebbero escludere dai vincoli attività e infrastrutture su cui si può effettuare un serio monitoraggio delle spese. L’Italia (valorizzando il sistema di Open Coesione) potrebbe offrire all’Europa di sottoporre tutti i propri investimenti pubblici al monitoraggio europeo: sarebbe una mossa di grande trasparenza e impatto. Il controllo della spesa è importante anche per l’utilizzo dei fondi strutturali: una ripresa dello sviluppo italiano parte anche da qui. Un’altra operazione importante è quella su cui sta lavorando Mario Monti: la riforma delle risorse proprie della Ue. Si potrebbe cambiare la natura delle entrate europee provenienti dall’Iva – ora trasferite dai governi nazionali – introducendo una vera Iva europea. E poi serve l’armonizzazione fiscale nell’Unione. Sull’altro versante – ma qui c’è uno scontro con la Gran Bretagna che non ne vuole sapere – dovremmo introdurre la “portabilità” dei diritti, che darebbe concretezza alla cittadinanza europea, offrirebbe qualcosa ai cittadini, assicurando loro le tutele sociali in tutti i paesi. È uno dei passi verso l’Unione sociale ai quali stiamo lavorando con un gruppo di Friends of Europe.

(www.sbilanciamoci.info , n.328 del 2014)

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