17 luglio 2017, Cultura - Politica e società

Ettore Masina, il coraggio del concilio, la coerenza del vangelo, la fedeltà agli ultimi

di Valerio Gigante

È logico e comprensibile rammaricarsi – succede spesso anche su queste pagine – quando una grande personalità del mondo politico, ecclesiale, della cultura muore. Negli ultimi tempi, però, la scomparsa di figure particolarmente significative della storia della Chiesa e della società italiana del ‘900 sembrano lasciare un senso di desolazione e vuoto maggiore che in passato. Probabilmente la ragione sta nella consapevolezza che gli ultimi decenni non hanno prodotto ancora un ricambio generazionale in grado di stare al passo di personalità che hanno profondamente segnato il vissuto individuale e collettivo con il loro rigore intellettuale, il coraggio e le coerenza delle idee, la capacità di influenzare le coscienze e l’efficacia dell’azione politica.
È proprio ciò che accade quando si pensa a Ettore Masina, morto il 27 giugno a Roma a quasi 90 anni. Masina è stato per decenni un riferimento imprescindibile per tutto il cattolicesimo politico di stampo conciliare e progressista, un giornalista e un intellettuale di fondamentale rilievo, specie sui temi della pace, della questione palestinese e dell’America Latina. Ma è stato anche amico e collaboratore di Adista, che dalla sua vicinanza e dal suo magistero intellettuale ha sempre tratto grande beneficio.
Nato a Breno, in Val Camonica, nel settembre 1928, Masina iniziò l’attività giornalistica negli anni ‘50, prima dalle colonne del Popolo di Milano (edizione locale del quotidiano della Dc Il popolo) e de l’Italia (quotidiano milanese di ispirazione cattolica); poi al Giorno, dove divenne inviato speciale; in quella veste, a partire dal 1964, cominciò a seguire i lavori del Concilio Vaticano II.
La sua casa romana divenne, grazie a lui ed alla moglie, la psicoterapeuta Clotilde Buraggi, compagna di tutta una vita (si erano sposati nel 1956), luogo di incontro e di intenso dibattito e confronto tra vescovi, teologi, giornalisti e intellettuali che da tutto il mondo erano giunti a Roma per seguire e partecipare al Vaticano II. Quello stesso anno Masina conobbe in Palestina il prete operaio francese Paul Gauthier, che faceva il carpentiere a Nazaret, costruendo case per i palestinesi e animando una singolare esperienza religiosa e comunitaria di solidarietà internazionale con i poveri e gli oppressi. In Palestina, Masina ci era andato – ed era per lui la prima volta – al seguito dello storico viaggio Paolo VI (con cui aveva un rapporto di stima ed amicizia sin dagli anni in cui Montini era arcivescovo di Milano); e ne restò sconvolto, perché misurò l’ingiustizia e la crudeltà dell’occupazione israeliana; fu in quella occasione che incontrò una bambina che si chiamava Radié Resch, malata di polmonite dopo che Israele aveva demolito la sua casa. La piccola Radié aveva la febbre altissima e delirava sognando di pulire i vetri di una casa promessa dalle sistituzioni internazionali ma mai ottenuta. Radié Resh morì e Masina, per combattere la realtà di miseria, violenza e disinformazione che attanagliava la Palestina, assieme a Gauthier fondò l’associazione di solidarietà internazionale “Rete Radiè Resch”, di cui il giornalista fu coordinatore fino al 1994. La Rete iniziò a raccogliere fondi per costruire case e strutture per i palestinesi; poi la solidarietà internazionale si estese al Frente sandinista de liberación nacional; in Salvador coinvolse il Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional; in Sud America i prigionieri e i perseguitati politici della dittatura in Uruguay, Cile, Argentina, mentre la riflessione teorica saldava le conquiste conciliari alle nuove frontiere teologiche, specie quelle incarnate dalla Teologia della Liberazione.
Nel 1969, intanto, Masina aveva iniziato a lavorare in Rai, dove, pur tra molte difficoltò legate alla sua militanza di cristiano di sinistra, continuò ad occuparsi di tematiche religiose ma anche di pace e solidarietà internazionale, povertà e diseguaglianze, a fianco di giornalisti come come Andrea Barbato, Giuseppe Fiori, Italo Moretti. Fu, tra l’altro, conduttore del Tg2 e tra gli autori della rubrica di approfondimento giornalistico del Tg2 “Gulliver” (1979-1984).
Sono anni in cui all’attività giornalistica Masina accompagna sempre la militanza ecclesiale e polica. Nel 1974 è ad esempio tra i “cattolici del no” che sostennero da credenti – e nonostante l’ostracismo della Dc, del Vaticano e della Conferenza Episcopale Italiana, oltre che di tutte le forze conservatrici e reazionarie del Paese – la difesa dell’istituto del divorzio nel referendum abrogativo voluto dalla destra ecclesiale e politica.
Nel 1983 Masina lasciò la Rai per aderire all’esperienza, avviata alcuni anni prima con le elezioni politiche del 1976, di una presenza cristiana qualificata nelle file della sinistra parlamentare. Fu eletto così come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano ed andò a infoltire il gruppo della Sinistra Indipendente alla Camera. Da deputato, fu membro della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani, ma fece anche parte del Gruppo Interparlamentare per la Pace (GIP), un gruppo interpartitico (ne facevano parte deputati e senatori come Raniero La Valle, Stefano Rodotà, Adriano Ossicini, Natalia Ginzburg, Luciana Castellina) composto soprattutto da comunisti, democristiani e Verdi, ed ebbe un ruolo determinante nella stesura e nell’approvazione della legge 185 del 1990, quella che ancora oggi regola il commercio delle armi; lasciò l’attività parlamentare con la conclusione della X legislatura, nel 1992, anno in cui si concluse definitivamente anche l’esperienza della Sinistra Indipendente. Non smise però del tutto con la politica e, fino alla metà degli anni ’90, fu membro della direzione del PDS.
Poi ha continuato a scrivere. Libri tra i quali va almeno citata la celebre biografia di mons. Oscar Romero, L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, uscita per la prima volta nel 1993 con le edizioni Cultura della pace e poi ampliata e ristampata più volte. Un successo letterario è stato anche Il vincere (San Paolo, 1994), romanzo ambientato negli anni ’40 che racconta la tragica vicenda di un ragazzo che dopo l’8 settembre fa la scelta di aderire alla Repubblica di Salò.
E poi Masina ha continuato sempre a essere giornalista (su Segno del Mondo, Jesus, Adista, Latinoamerica, la rivista della Rete Radié Resch, ma soprattutto la sua “Lettera” periodica, inviata ad amici ed estimatori, nella quale analizzava e commentava i fatti dell’attualità politica ed ecclesiale in modo sempre molto acuto ed originale; dal 2015 addirittura su un suo blog, ettoremasinabufaloebambino.blogspot.it). E quando Masina scriveva, era sempre per dire cose “scomode”, ma profondamente incarnate nella realtà. Intervenendo sulle nostre pagine (v. Adista documenti n. 4/2007) sulla vicenda di Piergiorgio Welby, a proposito della moglie, Mina, affermava: «Se ci fosse una medaglia all’amore coniugale, dovrebbe esserne insignita. Quella medaglia dovrebbe dargliela, penso, il Movimento per la vita, perché Mina Welby ha mantenuto vivo e vigile (come suol dirsi) un uomo di cui si è innamorata e che ha sposato quando già le condizioni di lui erano segnate, segnato il suo destino. Lo ha conosciuto, ha raccontato, a una “gita parrocchiale”. Questo particolare mi commuove: tra i frutti più belli del Concilio c’è la nuova consapevolezza delle comunità cristiane a proposito dell’eminente dignità del malato».

(Adista, n.25 dell’ 8 luglio 2017)

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