24 maggio 2019, Globalizzazione ed Europa - Politica e società

Eppure non ce la caviamo solo con un voto…

di Giancarla Codrignani

Europa era una bellissima principessa amata da Zeus. A qualcuno non piace perché era magrebina.

Non piace se nemmeno la conosci nelle cose piccole: hai mai guardato la tessera sanitaria elettronica? sul rovescio c’è il diritto a usarla in tutta Europa…..

Perché queste elezioni sono le più impegnativa dal 1979 e non deve andare perso un voto? Perché i gruppi della destra nazionalista potrebbero avere la maggioranza nel Consiglio (“dei Capi di Stato e di Governo”) che è il principale luogo decisionale. Ci sono preoccupazioni per le riforme che dovranno essere riprese e portate a ridiscutere i Trattati, ma i governi sovranisti hanno avuto finanziamenti eccezionali e non smantelleranno l’Unione. Possono avere peso più determinante nei necessari compromessi del processo legislativo; e nella presentazione di norme, annunciate all’interno dei singoli paesi, sui temi sensibili del diritti della persona e della famiglia. In situazioni di impasse, il Parlamento potrà alzare la voce e fare sentire con più forza delle legislature scorse l’importanza degli interessi rappresentati: uno in più può fare più rumore

Tria ha sempre cercato di ammansire il mastino, il terrier e il professore con il guinzaglio da Presidente e conta sulla futura crescita; ma se nel Rendiconto di febbraio 2019, il debito volava a 2.363 mld. nessun paese europeo, tanto meno l’Ungheria di Orban, vorrà accollarsi il nostro debito.

Fa un bell’effetto vedere in testa a un documento l’aquilotto di Confindustria insieme con il riquadro rosso della Cgil, e i simboli diversamente tricolori di Cisl e Uil. Le quattro firme sotto un “Appello per l’Europa” dicono che l’acqua sta salendo: l’occupazione problematica, i primi tagli al non amplissimo welfare italiano, il probabile l’arrivo dell’Iva. Non è certamente colpa dell’Europa. Come ha detto Landini, è in questione il ritardo di analisi dei nuovi processi. Comunque, senza eccedere, vale la pena di fare due conti sulle convenienze del voto .

Nessun confine sovranista bloccherà mai l’inquinamento alla frontiera. E nemmeno “prima gli italiani” serve a contenere il cambiamento climatico: venti, acque, irraggiamento o tempeste investono liberi il mondo. Purtroppo anche la plastica e il CO2. Necessarie regole comunitarie: da non confondersi con i “vincoli intollerabili” di chi non accetta le giuste regole.

Tra gli effetti non contenibili il Papa ha avvertito bambini e genitori che lo smartphone è uno strumento pericoloso: porta tutti nel mercato dell’immateriale, dove la merce siamo noi, che, ogni volta che schiacciamo un like, consegniamo i nostri dati e finanziamo le multinazionali informatiche che non pagano le tasse dovute allo sfruttamento nei nostri paesi. Intanto le fake news rilanciate sui social sono diventate un’arma di distruzione di massa. Occorrono anche qui regole democratiche dell’intero continente per evitare la “società del controllo” e predisporre – siamo già alla quinta generazione della telefonia mobile – programmi comunitari di spesa per l’intelligenza artificiale (la Cina investe nell’informatica cento mld. all’anno): un altro campo in cui da soli non si va da nessuna parte.

Una questione irrinunciabile è la libertà di stampa e di informazione pubblica: se non è sempre chiaro che cosa succede quando si preme like sullo smartphone, non è accettabile che ci si accontenti del vecchio “l’ha detto la televisione”. Tutti hanno almeno la licenza elementare e sanno che la verità non viene regalata sul mercato, tanto meno quando la politica esige la diversità delle posizioni in relazione non tanto a ideologie e principi, quanto al bene del paese. Un tempo era più facile schierarsi per parti e partiti; oggi la complessità dei problemi richiede maggior attenzione: le differenze, di per sé, sarebbero evidenti; ma la superficialità è tanta e le balle in circolazione sono troppe e sembrano persuasive.

La questione Brexit induce a guardare lontano per vedere meglio da vicino. Chi crede cosa buona uscire dall’Ue assomiglia all’inglese che il giorno dopo il referendum chiedeva di tornare a votare e che oggi non andrà a votare o voterà Farage. Intanto i Consigli di amministrazione delle imprese e delle banche sono espatriati da un pezzo (l’Agenzia del clima si è trasferita da Reading a Parma) e l’Inghilterra, madre delle libertà istituzionali, è ridotta a trattare a vuoto. E’ l’inaffidabilità dei referendum: l’attuale governo italiano – che ha i numeri per riformare la Costituzione – sostiene addirittura il “referendum propositivo”, finalizzato a riproporre per altra via leggi eventualmente non approvate in un Parlamento che sta riducendo di numero per non avere più opposizione. Comunque uscire dall’Unione europea significa perdere un sacco di soldi (e di diritti).

L’eurozona coinvolge 19 Stati membri e l’uscita della Gran Bretagna la renderà più rilevante per il 70 % dei paesi europei e l’85 % del Pil complessivo. Dal 2009 l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha esteso il numero delle materie soggette al voto a maggioranza qualificata (come il voto dei membri della Commissione, della Corte die Conti, di accordi internazionali e in materia di emigrazione, cooperazione giudiziaria, politica agricola…). Dal 2014 si richiede il voto favorevole al 55 % degli Stati membri (16 su 28, circa il 65 % della popolazione europea) se si tratta di una proposta della Commissione o dell’Alto Rappresentante (altrimenti il quorum è del 72 %). Il veto è possibile e una proposta deve essere respinta da 4 Stati (il 35 % della popolazione, la “minoranza di blocco”). Forse bisogna anche ricordarsi che la politica monetaria funziona perché c’è la Bce (e Draghi), mentre la politica fiscale è gestita da 19 governi….

Moses Naìm, autore de La fine del potere, sostiene che la crisi della democrazie in Europa è dovuta a sei piaghe epidemiche dopo la vittoria di Trump: l’antipolitica, l’indebolimento dei partiti, la “normalizzazione della menzogna”, la manipolazione digitale, le interferenze straniere e il nazionalismo. Ci si può aggiungere lo sfruttamento della paura come arma politica. Tutte cose amorosamente coltivate nell’inerzia – a sinistra come a destra – mentre urge ridiscutere la propria ragion d’essere politica in un mondo in radicale trasformazione. Incauti soprattutto i progressisti accusati (anche da fuoco amico) di essere stati propensi ad un riformismo (inevitabile) ideologicamente assimilato alla destra, in un paese che è settimo tra gli industrializzati – cioè è uno dei più ricchi del mondo, anche se solo di ricchezza privata – e non paga le tasse. Secondo il linguaggio di Berlusconi autore primo del contagio delle sei piaghe: se nella nostra Italia si governa a debito, metteranno le mani nelle nostre tasche.

I partiti sarebbero ancora incontaminati dalla corruzione e funzionali ad una società evoluta, se in settant’anni di libera Repubblica si fosse voluta una legge che ne normasse la natura e introducesse la pubblicità dei bilanci. Oggi la manipolazione tecnologica e le interferenze internazionali (anche criminali) indicano la gravità del ritardo nell’utilizzo delle nuove tecnologie (a partire dall’utile imposizione del bancomat anche per pagare un caffè), nella prevenzione dai nazionalismi e nel mantenimento dei principi del rispetto umano solidale. Comparativamente agli altri europei in Italia ospitiamo meno stranieri immigrati, che da anni abbiamo visto lavorare, pagare le tasse e occuparsi dei nostri vecchi. Ne avremo bisogno perché sono 200.000 all’anno gli italiani che emigrano all’estero mentre nel paese la natalità è in crisi. Come si è corroso il tessuto sociale democratico? Dove eravamo dieci anni fa se la forbice ricchi/poveri da trent’anni si allarga senza un’analisi di sistema? Intanto l’Italia è diventata più vulnerabile della Grecia di Tzipras che, pur maltrattato, ha saputo tirar fuori il suo paese dalla crisi e il governo on carica non è andato né ha firmato l’accordo di Marrakesh, dove erano presenti tutti gli altri paesi proprio sul problema immigrazione e sul trattato di Dublino.

Da sempre la Capitale costa cara. Nerone per rifare il piano regolatore del centro storico incendiò i rioni popolari e passò alla storia come se fosse matto. Virginia Raggi, purtroppo, non vuole nulla di nuovo, nemmeno le Olimpiadi: intanto si incontrano meno buche sulla via Appia che in centro e solo i tanti martiri e santi protettori salvano l’amministrazione dalle denunce per strage a causa della pavimentazione viaria scassata e i parcheggi in terza fila. Comunque ha sempre pagato Pantalone con “leggi speciali”, oggi troppo miliardarie anche per la tradizione democristiana e la sindaca promette un sacco di entrate vendendo beni demaniali, mentre Salvini, tappato qualche buco con tre mld. nel Def, rivendica alla Lega il Campidoglio. Soffiare sul fuoco di elezioni ridotte a campo di battaglia non ha nulla a che vedere con il voto per l’Europa: nemmeno le singole città fanno affari senza l’UE.

E’ precipitata la situazione in Libia e le porte del ministro dell’interno restano chiuse. Mentre si doveva evitare un’altra crisi, il governo litigava per tutt’altre interne questioni, Haftar avanzava, l’Onu restava a fianco di Serraj, Trump giocava a rovesciare le alleanze, Salvini faceva dichiarazioni incompatibili con il diritto internazionale e Conte si associava al Qatar in favore della pace seminando paura di eventuali terroristi libici. L’Italia avrebbe un ministro degli Esteri e una normale diplomazia: ma come nessuno è andato a Marrakesh per ragionare con tutti gli altri europei della convenzione di Dublino o ha cercato intese per entrare nell’accordo di Acquisgrana on Francia e Germania; intanto il governo ha sottoscritto un accordo (al ribasso) con la Cina senza uno straccio di intesa con i partner europei. Se non esistono attivazioni diplomatiche tenute segrete al popolo, per noi il Mediterraneo deve andare alla deriva.

La globalizzazione è stata maledetta dalla sinistra, anche se Marx prevedeva l’internazionalismo proletario. Il “proletario” è rimasto fuori, ma poteva esserci una bella “globalizzazione culturale”. Per questo, se vogliamo parlare di sovranità, dobbiamo rappresentarcela come “sovranità europea in un mondo interconnesso”: non è il solito battito d’ali della vecchia farfalla di paese che produce il terremoto altrove. E’ la Storia che volta pagine mentre la gente dorme, riceve in regalo uno smartphone, sente raccontare Biancaneve sui social e si trova a mangiare mele avvelenate. Se poi si sveglia, rischia di trovarsi davanti il principe che l’ha sedotta e diventa difficile dirgli di no e vivere felice e contenta per non averlo sposato.

Indipendenza e sovranità non sono più le stesse di cinquant’anni fa: “In un mondo globalizzato tutti i paesi per essere sovrani devono cooperare. Le parole di Draghi, correttive dei pregiudizi correnti, dicono che l’Europa rappresenta la sicurezza: i poteri forti, in particolare finanziari, possono prevaricare sui paesi che si illudono di dichiararsi sovrani, ma sono esposti a tutte le trappole esterne. Draghi, fuori dall’ufficialità, ricordava ai bolognesi che con la mortadella non esportata si faranno solo panini per i loro bar. Da soli non si sopravvive: l’Europa – non lo sa nessuno – “produce il 16,5% del prodotto mondiale, seconda solo alla Cina; quindi dà a tutti i paesi europei un mercato interno di grandi dimensioni in cui riparare in caso di crisi commerciali nel resto del mondo. Il commercio interno dell’Unione europea vale infatti il 15% degli scambi mondiali, contro l’11% degli USA”. La stessa sicurezza è confermata dal fatto che l’euro è la seconda moneta più utilizzata negli scambi internazionali e isola l’economia dell’Unione dai capricci del tasso dei cambi.

Il massimo dei vantaggi di essere un’Unione sta nella condivisione di regole e norme. Prendendo ad esempio le tasse, se ci fossero le stesse normative fiscali per tutti i paesi europei, sarebbe impossibile l’evasione anche in un paese come l’Italia, ricco di ricchezza privata ma anche di grandi dislivelli sociali, in cui il governo è perennemente in difficoltà per mancanza di denaro pubblico, governa a debito (paghiamo di interesse sul debito 65/70 miliardi all’anno) e fa pagare i contribuenti più esposti. Questo è “il” problema del bilancio italiano.

Nel 1868 uscì il primo numero di Les états unis d’Europe. Nel 1941 fu scritta, nella clandestinità del confino il Manifesto di Ventotene. Buone ragioni per andare oltre. I desideri – diceva Alexander Langer per le prime elezioni europee del 1979, sono realizzabili, se ci facciamo responsabili di diritti e doveri: l’Unione europea è desiderabile per buone ragioni: ha sconfitto i totalitarismi, ha permesso un lungo periodo di pace, è spazio di libera circolazione di cinquecento milioni di persone. Dobbiamo essere più radicati nei nostri territori per essere più europei: grazie alla sovranità europea riusciremo a difendere la nostra sovranità nazionale. L’Europa è amica al resto del mondo e fa politica di pace, è l’Europa delle città e delle campagne, è la casa comune di sviluppo sostenibile che, forte della sua tradizione di welfare universalistico, deve rimettere al centro la questione sociale e, dotata di una propria politica monetaria e fiscale, essere l’Europa sociale e solidale che già nel Manifesto di Ventotene prevedeva uno “ius existentiae”, un reddito di esistenza che avrebbe emancipato i cittadini europei dalla miseria e dallo sfruttamento. Di qui l’obbligo di educare alla cittadinanza europea, per un’Europa dei diritti: se un diritto viene tolto anche ad uno solo, viene tolto a tutti”, quindi l’Unione, basata sui principi di democrazia e stato di diritto, “deve continuare a garantire anche con riforme condivise i principi di libertà, di uguaglianza, di giustizia rispettando la dignità delle persone, le diversità culturali, religiose e linguistiche, antidoti ai fenomeni separatisti e nazionalisti. Detto all’incirca con le sue parole nel giorno dello sciopero degli studenti di tutti i paesi del mondo per “raddrizzare lo sviluppo impazzito” che ha prodotto i cambiamenti climatici e il degrado di un ecosistema divenuto insostenibile. Per questo Alex chiamava al voto in nome di “un grande piano europeo di manutenzione e di cura dell’esistente”, in nome di un’”Europa sorella della natura”: lo diceva quarant’anni fa. Oggi sappiamo che l’emergenza impone l’impegno comune non di un paese sovrano, ma nemmeno della sola Europa, bensì del mondo. L’UE è la costruzione istituzionale che ha permesso agli Stati membri di essere sovrani e indipendenti: un “successo” politico, nonostante gli avanzamenti frenati, i ritardi, la crisi del 2008, economico. Senza la moneta unica molti paesi avrebbero avuto almeno un paio di inflazioni, a danno – soprattutto dove è alto il debito – dei cittadini più esposti agli interventi dello Stato e non tutelati dalla fiscalità comune. L’Unione europea ha voluto creare un sovrano dove non ne esisteva uno. Non è sorprendente che in un mondo in cui tra le grandi potenze ogni punto di contatto è sempre più un punto di frizione, le sfide esterne all’esistenza dell’Unione europea si facciano sempre più minacciose.

In ogni caso è importante conoscere le condizioni di dislivello – quanto meno emotivo – tra “élite” e “popolo”, termini entrambi che hanno assunto un significato degenere. In realtà viene accusata di elitismo castale e classista la parte dell’umanità che dispone dimezzi informativi e culturali e supera il disagio di vivere dentro una complessità estrema e imprevista, mentre la massa, pur scolarizzata con lauree e master, non ha gli strumenti per capire e tentare di capire. Se si affida ai principi identitari – i più sfuggenti, perché mobili: l’identità italiana nel Medioevo non è la nostra – significa che cerca un sostegno e trova il vuoto. La classe dirigente politica o è nelle stesse condizioni oppure è lei che ha creato l’antipolitica.

Per questo non ve la cavate con il voto: ci sarà da lavorare anche dopo il 26 maggio: Spinelli dopo Ventotene.

(www.c3dem.it , 19 maggio 2019)

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