2 marzo 2013, In evidenza - Politica e società

Emergenza istituzionale

 di Raniero La Valle

“Monti e colli siano abbassati, il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura”. L’antica profezia di Isaia, ripresa dal vangelo di Luca, ben si può applicare all’emergenza istituzionale che il nostro Paese attraversa. I monti da abbassare, i terreni accidentati e scoscesi da rendere piani sono quelli sui quali si inerpica e smarrisce la società italiana, non solo in questa vigilia elettorale ma da quando politici dilettanti e guastatori professionali si sono messi in mente di riformare l’ordinamento politico e costituzionale italiano, di preservarlo da una eccessiva ingerenza del popolo sovrano e magari di regalargli un uomo della provvidenza o un Sindaco d’Italia.

L’anomalia dell’attuale campagna elettorale consiste nel fatto che tutti i contendenti perseguono un risultato che dal punto di vista istituzionale è l’opposto di quello prefigurato dall’attuale legge elettorale, colpevolmente lasciata in vigore dai partiti che si erano uniti nel sostegno al gabinetto Monti. Infatti il centrosinistra vuole una maggioranza non per governare da sinistra, come la legge elettorale prevede, ma  per governare dal centro. Monti vuole governare pur essendo in minoranza nelle urne e nel Paese perché deve salvare l’Italia a dispetto dei partiti di destra e di sinistra che è strenuamente intento a disgregare. Berlusconi fa carte false e promesse anarco-fiscali per avere più voti che sia possibile non per governare – ruolo a cui nemmeno si candida – ma per avere abbastanza potere grazie a cui sfuggire alla giustizia. La Lega vuole i voti del Nord non per avere il governo a Roma ma per avere il potere in Lombardia e per tenere al Nord i soldi del Nord, completando così una linea gotica volta sancire la spaccatura e la definitiva diseguaglianza del Paese; la sinistra di Ingroia cerca uno strapuntino del 4 per cento per portare una nobile tradizione politica a riacquistare quel minimo di rappresentanza parlamentare che le è stata ingiustamente impedita, ma questo obiettivo che sarebbe perfettamente legittimo e meritorio in regime di legge elettorale proporzionale, diventa raccapricciante se dovesse costare la sconfitta del centrosinistra, la riesumazione di Berlusconi e l’egemonia della famosa agenda di Monti per l’Italia; quanto a Grillo egli lavora per il “tutti a casa”, che è esattamente l’opposto della ragione per cui si vota.

Non è dunque solo un problema politico quello con cui dovrà misurarsi la scelta degli elettori il 24 e 25 febbraio, ma è il problema di una grave distorsione del sistema istituzionale in cui si consuma il deficit democratico del Paese.

In questa situazione, al di là di quelli che saranno i risultati elettorali, occorre pensare a come dovrà essere gestita l’emergenza istituzionale nella prossima legislatura. Essa non dovrà essere affatto, come pure molti promettono o addirittura ritengono ovvio, una legislatura costituente. Con le Camere che usciranno da queste elezioni e da questa legge elettorale e con una maggioranza artificialmente alterata rispetto alla volontà degli elettori, la Costituzione deve rimanere così com’è. Il nuovo Parlamento non può mutarsi in assemblea costituente non solo per mancanza di legittimazione ma anche di autorevolezza. Anzi bisognerebbe mettere in sicurezza la Costituzione  (recentemente sfregiata nell’art. 81 sul pareggio di bilancio) con una riforma che rafforzi le garanzie stabilite dall’art. 138 per la revisione costituzionale.

Quello che invece si dovrebbe fare subito è una riforma della legge elettorale; e dovrebbe essere una legge che non chiami governabilità il bottino del potere, che non chiami frammentazione il legittimo pluralismo del corpo politico, che non chiami sbarramento l’esclusione dalla rappresentanza dei non omologati al pensiero unico dominante, che non chiami premio di maggioranza la confisca dei voti degli uni per aggiungere seggi e prebende agli altri e che non abbia come libro dei sogni una società politica dove non ci sia più né destra né sinistra, e dove nessuno lotti più per i propri diritti, per le proprie idee e per i diversi modi di intendere il bene comune e i mezzi per realizzarlo.

Se poi non ci fosse al Senato una maggioranza sufficiente per fare questa riforma e nemmeno per governare, la soluzione non è di avventurarsi in una legislatura a breve termine dominata da reciproci ricatti, ma è lo scioglimento del solo Senato e una nuova chiamata alle urne per eleggerne un altro, come è nei poteri conferiti al capo dello Stato dalla Costituzione repubblicana.

Ci vogliono infatti anche gesti coraggiosi e inediti, perché non è in gioco solo un assetto di potere, è in gioco la sorte di una generazione senza futuro, è in gioco il destino di un lavoro che è sparito non solo dalle buste paga ma dal ruolo politico che ha avuto nella società del 900 come fondamento della Repubblica e come principale mezzo di realizzazione della personalità umana e della sua dignità. Questo certamente vuol dire non tornare allo Stato liberale, con buona pace di quelli che ancora oggi si sentono in dovere di proclamarsi antidossettiani, per una presunta carenza di liberalismo nella lotta e nella proposta etica e politica di quel grande protagonista del Novecento.

(“Rocca”, n.4 del 2013)

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