2 settembre 2014, Cultura - Politica e società - Recensioni

Effetto Ellington. Una vita da re dell’età del jazz

di Lucio Villari

L’America celebra il mito del grande compositore morto quarant’anni fa con una biografia che ne svela il genio musicale e i segreti.

Non ha perso verità storica la definizione che Francis Scott Fitzgerald nel 1931, mentre correvano le onde della grande depressione, aveva dato del tempo felice che il jazz aveva fatto fiorire dalla America ruggente.
«L’Età del Jazz fu un’età di miracoli, di arte, di eccessi; fu anche un’età di satira, mentre un’intera società diventava edonistica, si dedicava al piacere. Jazz voleva dire sessualità, ballo, musica. Uno stato di eccitazione nervosa simile a quello che può esserci in una città che, in guerra, sta nelle retrovie del fronte».

E la prima guerra mondiale che vide mobilitati due milioni di americani sui fronti europei, non fu estranea all’esplosione del jazz, se è vero che la prima incisione discografica è del 1917 mentre i soldati si imbarcavano per aiutare italiani, inglesi e francesi logorati nelle trincee. Come aveva notato Cesare Brandi, «la fine euforica della prima guerra mondiale» è contrassegnata dal jazz americano.

Tra i grandi c’era Duke Ellington che proprio nel 1917 aveva iniziato la carriera di compositore, di pianista, di giovanissimo (era nato nel 1899) rappresentante della prima avanguardia musicale del Novecento. Una avanguardia che contese il primato alla Dodecafonia, entrando nel continente musicale europeo come una rivelazione. L’ammirazione, lo stupore talvolta, di Stravinskij, Bartok, Hindemith, Honegger, Schostakovic, Ravel per il jazz americano degli esordi e per certi suoi impeccabili esecutori, da Bix Beiderbecke a Louis Armstrong, sono leggibili in citazioni evidenti. È l’influsso del ritmo, della improvvisazione, che si dilata anche attraverso le creazioni di Duke Ellington con la «Famous Orchestra». Anzi, delle sue nove «grandi» orchestre degli anni ’30 e ’40. Dai ’50 in poi Duke dirigerà anche Suite e «incontri» con la musica classica – Cajkovskij e Grieg, ad esempio – e la musica sacra. I concerti di Duke nelle chiese americane e europee furono numerosi grazie anche al clima politico del kennedismo e della predicazione di Martin Luther King.

La rivelazione anche nell’Italia degli anni ’20, del jazz americano la ricorderà nel 1973 con perplesso stupore Brandi, quasi con le stesse parole di cinquant’anni prima di Massimo Bontempelli, inventore del «realismo magico»: «I barbarici incroci di strumenti disusati, la percussione a cui venivano ridotti quasi sempre i nobili violini e violoncello, la cacofonia derivante dall’improvvisazione… dalla non fusibilità dei timbri… dal gusto dei ritmi sincopati mai usati con tale violenza e implacabilità ». Un critico d’arte e uno scrittore coglievano il segreto del jazz. Una musica che portava alla dissoluzione dell’armonia classica, una novità che forse non avrebbe potuto durare a lungo, ma Ellington fu colui che estrasse da questa materia «cellule formali» che proponevano la tradizione musicale nel suo prolungarsi e perdersi nella verità e libertà del jazz, nel ritmo dello swing. Billy Strayhorn, pianista eccellente e attento osservatore del metodo di Ellington, colse, in un articolo del 1952, oltre la genialità e la ricchezza di interessi culturali, una «Third thing, which I call the Ellington Effect», una tecnica plurale di fusione degli strumenti («Ellington plays the piano, but his real instrument is the band») che è all’origine di un linguaggio espressivo ancora insuperato.

L’Ellington Effect, questa citazione di Strayhorn, è nella più recente e completa biografia del musicista ( Duke. A Life of Duke Ellington, New York, pagg. 483, 30 dollari) di Terry Teachout. L’autore è il critico del Wall Street Journal e al suo libro ha fatto subito seguito un’altra importante biografia: Louis Armstrong. Master of Modernism di Thomas Brothers, musicologo della Duke University. Sono due ricerche storiche, con ricca bibliografia, elenco di composizioni e incisioni, fotografie inedite, documenti d’archivio. Dei due «greatest musicians of all time», diceva di loro Bing Crosby, si è scritto molto e Ellington ha anche lasciato una preziosa autobiografia. Ma lo spunto di questi libri è quello di aiutare i lettori a ripensare un tempo straordinario del Novecento e anche a coglierne lati, musicali e esistenziali, ancora segreti.

Riascoltando Ellington, ad esempio, pare che tutta la sua musica sia percorsa da una sorta di brivido per la femminilità e il mistero della donna. Il titolo della autobiografia porta il segno di questo mistero: Music is my Mistress e nelle prime pagine sono riportati dei versi di un poemetto intitolato Music: «La musica è una bellissima donna/Nel fiore degli anni». La celebre Sophisticated Lady del 1933 si congiunge sentimentalmente con la ballata Warm Valley del 1940. Ellington raccontava che era stato ispirato dalle montagne settentrionali della vallata dell’Oregon che «avevano i contorni più affascinanti, e mi apparivano come tante donne distese». Insomma, ladies inquietanti, o femme fatale come la ballerina del Cotton Club di Black Beauty o la misteriosa regina della notte di Night Creature del 1955, oppure brave ragazze di campagna affioranti tra le sue 1200 composizioni.

Nessun musicista del Novecento ha saputo come Edward Kennedy «Duke» Ellington entrare nell’universo femminile. E tutto con il tocco elegante che gli venne riconosciuto quando da bambino giocava per strada. Non fu chiamato «Duke» per i meriti musicali: il nomignolo gli fu affibbiato da un vicino di casa che lo vedeva giocare nei cortili. Questo contatto con le cose semplici e essenziali Ellington lo mantenne sempre: «Trae ispirazione da tutto e da tutti», diceva di lui Strayhorn e, a proposito del ricordato «effetto Ellington», aggiungeva che «si tratta di un effetto che toccherà musicisti e ascoltatori finché Ellington sarà vivo. E anche dopo…».

L’effetto era già nella sua apparizione sul palcoscenico, nel vestire e gestire. Quando venne in Italia nel 1950, moltissimi ammiratori lo accolsero alla stazione di Milano. Uno dei ragazzi lo vide scendere dal treno «con un cappotto di cachemere color panna stretto alla vita da una cintura, cappello sull’azzurro, sciarpa di cachemire blu. Una vera apparizione». Appena mise piede sul predellino l’orchestra di Gorni Kramer, che si era tenuta nascosta, attaccò con un brano che proprio quest’anno compie ottanta anni, Solitude. I versi di Irving Mills sono dedicati a una donna: «Nella mia solitudine, tu entri dentro di me con sogni di giorni perduti, con memorie che non muoiono».

Il treno. Ebbene, dopo la donna, il treno è l’altra metafora dell’opera di Ellington. Il treno era per lui l’America degli spazi sconfinati, dei paesaggi umani più diversi, dei neri, dei bianchi poveri… Ellington aveva respirato e fatto suo il clima del New Deal di Roosevelt e proprio nel 1934 aveva acquistato tre vagoni ferroviari per spostarsi con la sua orchestra e per conoscere intimamente l’America. Quei vagoni furono a lungo la sua casa e vi compose brani indimenticabili: da Daybreak Express a Take the A Train del 1941. Continuiamo dunque a ripensarlo e a sentirlo così, Ellington, in un viaggio che ancora non è terminato.

(“La Repubblica”, 1 luglio 2014)

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