19 luglio 2018, Politica e società

Ecumenismo: forma e sostanza

di Giovanni Sarubbi

«L’esperienza dell’incontro. Non mera cortesia, nessuna cosa puramente formale, ma incontro umano. E questo, tra protestanti e cattolici, è dire tutto…». Con queste parole papa Francesco ha sintetizzato il senso del suo ultimo viaggio ecumenico a Ginevra in occasione del 70° anniversario del CEC. Dopo un secolo dall’inizio del percorso ecumenico e delle annuali “Settimane di preghiera per l’unità dei cristiani”, siamo ancora alla fase dell’incontro umano. Nessun fidanzamento ufficiale e nessun matrimonio è in vista e neppure una qualche timida carezza. Questa la realtà di un percorso ecumenico che oramai riguarda solo gli addetti ai lavori, i vari responsabili per l’ecumenismo, molti dei quali vivono il loro incarico come un fatto formale. I pochi affezionati nelle varie Chiese vivono il loro ecumenismo con un senso di frustrazione e assistono, spesso con dolore, a vicende come quelle della cosiddetta intercomunione su cui in Germania si è avuta una ulteriore fase di arresto (v. Adista Notizie n. 22/18). Anche di tale questione ha parlato papa Francesco con i giornalisti durante il suo viaggio di ritorno da Ginevra. La sostanza è che l’intercomunione non si può fare, non la possono fare neppure le coppie miste cattolico-protestanti, che possono sposarsi e procreare ma non possono condividere la “mensa eucaristica”. E papa Francesco ha usato il Codice di Diritto Canonico, e la differenza tra “Chiesa particolare” e “Chiesa locale” lì contenuta, incomprensibile ai più, per giustificare questo divieto che è probabilmente il dato più negativo del suo viaggio a Ginevra. L’intercomunione ridotta a problema di Codice di Diritto Canonico.

Ma leggendo i resoconti delle dichiarazioni dei rappresentanti del CEC, probabilmente siamo ancora ad una fase precedente all’incontro umano. Quelle che ho letto sono risposte formali, vuote, che non dicono nulla e non affrontano nessuna delle questioni che stanno di fronte alle Chiese cristiane, dalla guerra ai migranti, all’esercizio abusivo del cristianesimo da parte di politici senza scrupoli, al fatto cioè che il cristianesimo, in tutte le sue varie componenti, viene usato come instrumentum regni, lontanissimo dal Vangelo di Gesù di Nazareth. Prevale la “diplomazia delle parole”, con qualche richiamo contorto al Vangelo e nessun impegno concreto sulle cose buone da fare ora, in modo unitario come seguaci del profeta di Nazareth. Così da un lato parole fumose e qualche sprazzo di luce e dall’altro l’ecumenismo del male che avanza e si diffonde senza alcuno che lo ostacoli.

E anche sulla guerra Francesco ha deluso. A chi gli ha chiesto cosa pensa dell’abolizione del concetto di “guerra giusta” proposta dalle cosiddette “Chiese della pace”, una componente minoritaria del CEC, così dette perché considerano non cristiano chiunque utilizzi la violenza, non ha semplicemente risposto, facendo un lungo giro di parole, rimarcando certo i temi della pace ma evitando di rispondere direttamente all’ipotesi di unità diretta con le “Chiese della pace” che gli era stata prospettata.

Tutte le Chiese sono istituzioni di potere che nulla più hanno a che vedere con le “ecclesia” del primo secolo del movimento dei seguaci di Gesù di cui si parla nei Vangeli. Con il termine ecclesia si designava l’assemblea popolare nelle libere città dell’antica Grecia dove tutti i cittadini potevano partecipare e decidere. Una istituzione laica non religiosa. Le Chiese sono diventate invece strumenti per legare le persone invece che liberarle; legano le persone al potere politico-economico delle società, secondo lo schema della “religio” romana, sintetizzata nella formula cuius regio eius religio. Con le loro strutture e le loro dottrine impediscono che lo stesso spirito di quel “Dio” di cui parlano possa andare dove vuole e spingere gli uomini ad incontrarsi e a condividere ogni bene spirituale e materiale. E gli uomini che rappresentano tali istituzioni sono pieni di se stessi, prigionieri delle proprie dottrine e dei propri pregiudizi.

(“Adista notizie”, n.25 del 7 luglio 2018)

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