19 aprile 2015, In evidenza - Politica e società

E per il mondo, misericordia

di Raniero La Valle

Come Giovanni XXIII spiazzò tutti quando nel giorno in cui si doveva concludere la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani convocò il Concilio Vaticano II, così Francesco ha spiazzato tutti quando nel giorno in cui si doveva celebrare il secondo anniversario dall’inizio del suo pontificato, ha indetto un Giubileo straordinario a partire dall’8 dicembre.
In verità non solo c’è tra i due eventi una perfetta simmetria, ma il secondo fa seguito al primo con perfetta puntualità. Il Concilio è finito l’8 dicembre 1965, e dopo cinquant’anni di traversata nel deserto, l’8 dicembre 2015 esattamente dallo stesso punto esso riparte con il Giubileo della misericordia. Il litigio sulle ermeneutiche di continuità o di rottura è finito: sì, quelle ermeneutiche del Concilio ci sono, ha detto papa Francesco nell’intervista alla Civiltà Cattolica cinque mesi dopo l’elezione, “tuttavia una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi, che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile”. E in queste parole del papa c’era non solo la rivalutazione del Concilio, le cui conseguenze nella vita della Chiesa avevano tanto turbato i suoi predecessori, ma c’era anche l’individuazione di quello che era stato il vero cuore e il vero comandamento lasciato dal Concilio: non la riforma della Chiesa, ma la attualizzazione del Vangelo nell’oggi, cioè il rinnovamento dell’annuncio di fede.
Altro che Concilio “non dottrinale”, “non dogmatico”: la novità del Concilio era stata proprio il ripensamento e la riproposizione della dottrina e del dogma “in quel modo che i nostri tempi richiedono”, come aveva perorato papa Giovanni nel discorso di apertura dei lavori conciliari. Così, per papa Francesco, continuare il Concilio, riprenderlo dal punto in cui era stato interrotto, non vuol dire principalmente portare avanti la riforma del collegio dei vescovi, presentare meglio il papato, la Chiesa, la Curia, “l’ultima delle Corti europee” (anche se sono tutte riforme da fare) ma presentare meglio il volto di Dio, formulare meglio il messaggio, e annunciare Dio, non annunciare la Chiesa. Perché la vera domanda che dalle profondità del Vangelo il Signore rivolge al mondo uscito dalla modernità, non è se al suo ritorno troverà ancora le religioni o le Chiese sulla terra, ma se al suo ritorno troverà ancora la fede.
Questa domanda si poneva alla Chiesa già al tempo del Concilio, e in Giovanni XXIII è stata di sicuro il movente della sua convocazione. Ma essa è anche il movente del modo in cui Bergoglio si è messo a fare il papa. Il pontificato di Francesco si pone su questo crinale, dello stare o del cadere della fede, e per questo indice il Giubileo della misericordia. Non si tratta di far venire i pellegrini a Roma. Se fosse questo, non ci sarebbe niente di nuovo, né sarebbe qualcosa che riapre la strada alla fede. Si tratta di rimettere al mondo la misericordia di Dio. Ma per papa Francesco la misericordia non è uno degli attributi di Dio, uno dei novantanove nomi di Dio cari ai musulmani, ma è Dio stesso, “che perdona sempre”, come lui dice. Dio è misericordia. Si tratta perciò del fulcro del pontificato francescano, anzi del programma stesso di questo pontificato, che è quello di annunciare di nuovo Dio a un mondo che l’aveva perduto. Non aveva perduto la Chiesa, le Chiese, le religioni, ma Dio sì, lo aveva perduto. Dunque, quello che il papa propone, in un giubileo che non è il solito giubileo che fa storcere il naso ai novatori intransigenti, ma è un giubileo rivolto al mondo, più ancora che alla Chiesa, è di smetterla di dire “facciamo come se Dio non ci fosse”, che è l’emblema stesso della modernità, comune a credenti e non credenti. Perché senza misericordia il mondo non può vivere, e se riscopriamo la misericordia di Dio, forse possiamo dare vita alla misericordia anche nostra.
La vera misericordia infatti non consiste nel fare opere di bene. La misericordia (“misericordiare”, dice il papa), consiste nel dare la vita. Come chiariscono le donne che hanno riletto i Vangeli con comprensione femminile, la misericordia di cui parlano i Vangeli ha a che fare non solo con il cuore, ma con l’utero. Dio ama al maschile e al femminile. Come ha spiegato la nostra splendida biblista Rosanna Virgili, proprio a commento dell’anno santo indetto da papa Francesco, quando nel vangelo di Marco si dice che Gesù si impietosì del lebbroso, e quando poi si dice che si impietosì della folla, e noi traduciamo: “sentì compassione”, il testo in realtà dice che gli si rivoltarono le viscere, che ebbe viscere di misericordia; è da lì, dal grembo, dall’utero che nasce la vita per gli altri. E Raimundo Panikkar dice che perdonare, esercitare la misericordia, è come “creare di nuovo”. Il perdono tra gli uomini è una nuova creazione, perché da un lato annulla, “de-crea” la violenza e la colpa, cambia il destino legato all’inesorabile concatenazione delle cause, dall’altro “ricrea” situazioni di convivenza, reimposta i rapporti vitali nell’universo.
E allora si capisce perché il giubileo di papa Francesco vuole essere un giubileo di misericordia. Si tratta di proporre al mondo un nuovo paradigma. Senza misericordia, il mondo è perduto: E c’è poco tempo, sembra dire il papa anche di sé, e questo richiamo alla brevità sembra richiamare un tema messianico, perché per le promesse messianiche non c’è più molto tempo, “il tempo si è fatto breve”, dice san Paolo, e fu argomentato al corso di studi cristiani del 2001 ad Assisi. E in effetti questo sembra essere un pontificato messianico.
Ma la misericordia non sta solo nel perdono e nella remissione dei peccati, sta anche nella remissione dei debiti. Nell’antico Israele il giubileo voleva dire anche la pacificazione del debitore, il rientrare in possesso delle terre perdute, riscattare beni dati in pegno o espropriati, voleva dire la liberazione degli schiavi.
Nel giudicare il mondo in cui viviamo papa Francesco usa il criterio della misericordia. L’economia che uccide, la società dell’esclusione, la globalizzazione dell’indifferenza, i poveri che invece di essere solamente sfruttati ed oppressi, oggi sono anche scartati e messi fuori perfino dalle periferie, sono tutti giudizi che papa Bergoglio dà di un mondo che è senza misericordia.
Se avesse misericordia, rimetterebbe il debito alla Grecia, permettendo alla gente di avere la luce per la notte e il gas per cucinare, e sarebbe restituita alla Grecia la libertà politica usurpata da poteri estranei e non responsabili di fronte a quel popolo.
Se avesse misericordia non lascerebbe che masse intere di uomini e donne, e una generazione intera di giovani, fossero escluse dal lavoro, disoccupati, licenziati, esuberi, precari. Se il lavoro fosse solo il mezzo per guadagnarsi da vivere, anche un minimo di reddito assicurato a tutti potrebbe essere una soluzione. Ma se il lavoro è la dignità stessa della persona, come dice papa Francesco, allora la misericordia oltre a garantire un minimo vitale, dovrebbe mobilitare tutte le risorse, pubbliche e private, perché il lavoro per tutti torni ad essere un’altissima priorità della politica.
Se la misericordia fosse all’opera, il mondo non starebbe a trastullarsi davanti agli eccidi in Medio Oriente e in Africa, sarebbe una priorità mettere fine con tutti i mezzi legittimi, a guerre e stermini sacrificali, magari mistificati con motivazioni religiose, a cui il papa ha definitivamente tolto ogni legittimazione annunciando un Dio nonviolento.
E cosa sarebbe un vero giubileo della misericordia, un anno di vera liberazione e riconciliazione, di fronte alla tragedia dei migranti, dei profughi, dei fuggiaschi da tutte le carestie e da tutte le guerre?
Se la misericordia non deve restare solo una pia intenzione, ma tradursi in ordinamenti reali,
(e proprio qui sta la gloria dell’Occidente), si dovrebbe portare a compimento la marcia dei diritti inaugurata dall’illuminismo, e abolire, a cominciare dall’Europa, l’ultima discriminazione che ancora divide gli esseri umani tra uomini e no: la discriminazione della cittadinanza, Deve finire il tempo in cui i diritti, anche i più “fondamentali” diritti umani, sono diritti del cittadino, gli altri, gli stranieri, gli extracomunitari, i profughi, i migranti, gli scarti ne sono esclusi. Come già avevano intuito i giuristi dopo la “scoperta” dell’America, il diritto di migrare, il diritto di stabilirsi in qualsiasi terra, dovunque si sia nati, è un diritto umano universale. Allora la rivoluzione cominciata da papa Francesco quando è andato a gettare una corona di fiori nel mare di Lampedusa, dovrebbe continuare e giungere fino alla caduta di tutte le frontiere, all’apertura di tutti i confini.
E sarebbe davvero un’altra società, e un’altra globalizzazione, se per una scelta di misericordia, cioè di reciproca accoglienza tra tutti, oltre ogni barriera, per l’anno del Giubileo arrivassero a Roma non solo migliaia di pellegrini, ma tutti potessero muoversi da un Paese all’altro, viaggiando non sui barconi della morte e delle mafie, ma su treni, navi e aerei di linea, che si tratti di attraversare un mare divenuto un cimitero, o di salire oltre la frontiera del Messico. Certo, allora dovrebbe cambiare l’economia, non più uccidere ma dare la vita, ma tutto il mondo sarebbe cambiato.

(“Rocca”, n.6/2015)

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