28 novembre 2013, Politica e società

Due o tre cose

di Raniero La Valle

martedì.

Nonostante il luogo comune secondo il quale un discorso laicamente corretto non dovrebbe mettere in relazione politica e religione, ci sono due o tre cose che vengono dalla Chiesa che sarebbero assai utili se venissero prese in considerazione anche dalla politica.

Una di queste è il valore salvifico delle dimissioni. Nessuno poteva immaginare che le dimissioni di Benedetto XVI si sarebbero rivelate così benefiche per la Chiesa; esse oltre a dimostrare la sapienza di Ratzinger che ha capito sia quando doveva prendere in mano il governo petrino sia quando doveva lasciarlo, hanno trasformato quello che appariva come un crepuscolo della Chiesa in una nuova promettente aurora.

Anche in politica c’è un tempo in cui un governo deve nascere, e un tempo in cui deve morire. In democrazia la fine di un governo non ha niente di drammatico, è del tutto fisiologico che un governo cada quando non è più utile o è addirittura dannoso; l’istituto della fiducia è una magnifica invenzione della democrazia e, al di là della sua tecnicalità parlamentare, dice che un governo vive di fiducia, e deve avere la fiducia non solo delle nomenclature, spesso del resto insincere, ma dei cittadini. Esso perciò non può galleggiare su una società sfiduciata né tanto meno voler durare a qualsiasi costo a scanso di chissà quali catastrofi.

La società italiana è oggi immersa nella più profonda sfiducia. Non che sia tutta colpa del governo, ma certo la crescente infelicità del Paese non trova nei palazzi del potere né lenimento e nemmeno vera accoglienza e comprensione. Dopo la manifestazione del 19 ottobre a Roma, dove era sfilata un’umanità dolente, non di “antagonisti”, ma di mamme con bambini, disoccupati, senza casa, disabili, immigrati; dopo la notizia che i poveri in Italia sono cinque milioni (e sempre più “poveri assoluti”); dopo che gli operai sardi licenziati sono tornati da un viaggio della speranza a Roma “senza niente in mano”, come moltissimi altri nelle loro stesse condizioni; dopo che ai figli non sappiamo più cosa dire, governare questo Paese dovrebbe essere sentito come la gestione di una tragedia; e neanche ai francesi, alla Sorbona, si dovrebbe dire che con la politica in Italia “ci si diverte sempre”.

Giustamente il presidente del Consiglio Letta aveva asserito che quando fossero venute meno le condizioni per un buon governo se ne sarebbe accorto per primo e gli avrebbe posto fine lui stesso. Il momento è venuto. Oggi il governo sta in piedi (di ventiquattrore in ventiquattrore) solo perché e finché Berlusconi lo considera utile a propria difesa; e il suo partito, mentre lo sostiene, si scatena contro tutto ciò che un governo costituzionale dovrebbe tutelare, affermando che non è uno Stato di diritto quello in cui le sentenze vengono eseguite, e che in Italia si dovrebbe ristabilire la democrazia “perduta” ripristinando Berlusconi come un sovrano impunito sovrastante la legge. E così dalla indecente alleanza di governo, imposta dai grillini, si irradia una cultura devastante, per cui i cittadini perderanno ogni cognizione del bene e del male per la Repubblica, e non avranno più la forza morale e politica per risollevarla, nè sapranno più per che santo votare.

Le dimissioni del premier, arrestando l’inquinamento e ridando agibilità alla politica, sarebbero un atto da vero statista.

L’altra idea che viene dalla Chiesa (anzi dal papa) è che i capi (i vescovi) dovrebbero essere proprio quelli che non vogliono diventarlo, quelli che non hanno una “mentalità da principi” e che non sono così bigami da voler lasciare una Chiesa per sposarne un’altra più grande e più ricca. Se questo consiglio si applicasse alla politica si vedrebbe che non basta che un ciclista antiproporzionalista di Firenze voglia fortissimamente essere capo di partito, capo del governo e poi chissà che,  per considerarlo adatto a tali ruoli e metterlo subito sul piedistallo del vincente. E anche bisognerebbe scoraggiarne la bigamia; perché non si può sposare nello stesso tempo Firenze e la guida di un partito, né sta bene abbandonare Firenze per prendersi l’Italia.

La terza idea viene dal vescovo di Verona, quando dice che un’impresa, se deve chiudere e licenziare per pagare le tasse, “allora è giusto che non le paghi”.  “È lo Stato – ha spiegato mons. Zenti – che dev’essere al servizio del cittadino. Si paga fino al limite dove si può arrivare, poi si chieda di venire a vedere com’è la situazione».

Qui l’idea non è di evadere il fisco, l’idea è che lo Stato salvi le imprese. È vero che a Bruxelles non vogliono, perché lì ci sono le vestali del dogma della competitività. Ma ad avere ragione non è Bruxelles, non è Maastricht, non è il “fiscal compact”, non è il 3 per cento: qui ad avere ragione era il Sindaco Giorgio La Pira quando, purché non chiudesse e non mettesse in mezzo alla strada gli operai, sequestrò la Pignone, e fece ritirare il passaporto al suo padrone.

 

(“Rocca”, n.22 del 2013)

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