16 settembre 2014, Politica e società

Dove portano le riforme

di Claudio Gnesutta

Siamo nel mezzo di una revisione «costituzionale» che vuole riformare la democrazia del welfare, cambiare le istituzioni esistenti per assicurare una maggior efficienza economica. È un processo che espropria il popolo dalla sovranità politica

Perseguire l’eguaglianza politica tra individui che, dal punto di vista economico, sono diseguali per fortuna, talenti e potere. È questa la contraddizione di fondo che segna il rapporto tra democrazia liberale e capitalismo, al di là del loro comune riconoscimento dei diritti individuali.

Di qui la tensione ineliminabile tra la logica dell’efficienza produttiva (i valori dell’«economia») e quella dei bisogni di solidarietà e giustizia sociale (i valori della «società»); la soluzione, finora, l’ha offerta la «politica», con proposte di compromessi, socialmente accettati, tra diritti sociali e necessità economiche.

Tali compromessi assumono spesso un carattere «costituzionale», esplicitati nella legge fondamentale e incorporati nelle istituzioni sociali e politiche. Nel dibattito recente la questione della democrazia è stata ridotta al mantra delle «riforme e governabilità» in nome dell’efficienza.

Siamo nel mezzo di una revisione «costituzionale» che vuole riformare la democrazia del welfare, cambiare le istituzioni esistenti per assicurare una maggior efficienza economica. È un processo che espropria il popolo dalla sovranità politica, non solo per il potere delle burocrazie di Bruxelles, ma per il «decisionismo» di Matteo Renzi e la marginalizzazione del Parlamento quale sede delle scelte collettive.

La ritirata della democrazia apre nuovi spazi al mercato e a livello internazionale gli assetti istituzionali vengono adeguati alle esigenze del potere finanziario. Ovunque troviamo nuove norme e procedure in cui la contrattualità privata fa premio sulle decisioni pubbliche; il potere sanzionatorio viene trasferito dallo Stato a sedi ad esso sovraordinate; si prefigura una subordinazione dei diritti sociali (dei deboli) a quelli economici (dei forti).

Di fronte alle voci che denunciano tale deriva, la politica resta in silenzio. Si riduce il problema all’ onerosità dei diritti sociali, la cui soluzione consisterebbe nel loro ridimensionamento. Ma i costi del welfare sono l’altra faccia dell’organizzazione sociale e della struttura dell’economia, divisa tra produzione tra merci vendute sul mercato e fornitura di beni pubblici (salute, istruzione, sicurezza sociale, etc.).

È quest’ultima a essere sotto attacco; i beni pubblici sono essenziali per il benessere delle persone, anche se il loro «valore» non sempre fa crescere il Pil. È su questi che si decide insieme, con gli strumenti della politica e della democrazia. Una riforma in senso puramente efficientista riflette lo svuotamento del processo democratico. La secca richiesta di governabilità per realizzare tali riforme esprime la subalternità della politica all’egemonia culturale neoliberista.

La liquidazione del welfare state di stampo europeo e delle prospettive di una piena cittadinanza rischia di intaccare le stesse basi sociali del sistema economico. Il capitalismo, in realtà, dovrebbe temere più la debolezza che la forza del suo antagonista sociale.

La questione democratica si presenta, di questi tempi, come ricerca di consenso (per lo più passivo) alle trasformazioni neoliberiste dai rilevanti contenuti costituzionali. Con i loro contenuti indefiniti, i termini riforme e governabilità hanno la funzione di espropriare quell’aspirazione verso una democrazia sostanziale che ha costituito l’obiettivo politico del passato cinquantennio.

Tener ferma quella visione della democrazia resta il compito della politica.

(www.sbilanciamoci.info , n.346/2014)

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