3 maggio 2012, In evidenza - Politica e società

Dov’è finita la società civile?

di Gian Enrico Rusconi

Che fine hanno fatto gli imponenti movimenti di piazza, che hanno segnato la fine della stagione berlusconiana e hanno inaugurato una stagione che sembrava ricca di speranze a portata di mano? Anzi a portata di voce?

Sono usciti anche dal circuito dei talk-show e dalle trasmissioni televisive dedicate alla politica che hanno di fatto sostituito il discorso pubblico. Ospiti di queste trasmissioni sono sempre politici professionali, momentaneamente disoccupati dal Parlamento, e commentatori giornalistici che vivono quotidianamente addosso agli stessi politici che criticano. Accanto agli esperti di ogni genere e grado su tasse e «crescita». Ma di donne o uomini, che ripropongano le aspettative dei movimenti di mesi or sono non se ne vedono. O mi sbaglio? Ma come potrebbero accedere al circuito mediatico? Con quale legittimazione?

Gelosi e preoccupati di farsi strumentalizzare dai partiti politici, sospettosi verso ogni forma di organizzazione e leadership interna, i movimenti erano insofferenti di ogni documento programmatico che potesse assomigliare ad una mozione di tipo partitico; erano diffidenti verso prese di posizione pragmatiche che apparissero modeste rispetto ai grandi obiettivi. Hanno creato solo emozioni e grandi attese che sono state disattese.

Intanto il clima generale si è ulteriormente incupito e incattivito. Il governo Monti è circondato da un consenso freddo. Se ora ricomparissero in piazza quei movimenti (anche quelli di «categoria» che ambiscono di rappresentare interessi generali) dovrebbero stare attenti a non esporsi all’accusa di essere portatori di anti-politica. I movimenti di cui stiamo parlando non lo sono mai stati. Tanto meno l’ultimo (in ordine di tempo) «se non ora, quando?». Non si sono mai confusi con i pogrom verbali contro i politici in quanto tali, che caratterizzano l’antipolitica di oggi.

Naturalmente anche nel nome dell’antipolitica si possono formare «movimenti»; ma non a caso questi si affrettano a darsi una qualche forma partitica e leader vocianti per essere più efficaci nel loro assalto al sistema politico. Non è di questi partiti camuffati da movimenti che abbiamo bisogno, anche di fronte al discredito in cui sono precipitati i partiti tradizionali. Ci occorrono segnali tangibili da una società civile che non è stata zittita o frastornata da quanto sta accadendo, che è disposta a mobilitarsi per sostenere o promuovere iniziative ben mirate e naturalmente ad opporsi ad altre, se è necessario. Senza essere nemica dei partiti. Probabilmente è troppo tardi per scongiurare l’esito peggiore delle prossime consultazioni elettorali: l’astensionismo di massa e la dispersione sulle troppe liste locali e civiche che si sono presentate. Ma anche se fosse così, ci sarebbe un motivo in più per reagire.

Il governo Monti dovrà accontentarsi per lungo tempo di un consenso freddo. Inconfrontabile con quello di cui ha goduto – quasi miracolosamente – nelle prime settimane della sua attività. D’altronde è irrealistico pensare che siano mobilitazioni di piazza a riscaldarlo. Non a caso, da quando è in carica, ci sono state soltanto mobilitazioni di segno antagonistico. Era inevitabile, data la durezza delle misure adottate.

È bene tenere presente questo quadro generale al di là della cronaca dei contatti di palazzo Chigi e il flusso costante di dichiarazioni e controdichiarazioni che riempiono lo spazio politico. In questo contesto ben venga il risveglio di settori sensibili della società civile che con le loro rivendicazioni siano in grado di contrastare e sostituirsi costruttivamente all’antipolitica. Ma per fare questo sono necessarie e urgenti nuove modalità di rapporto con i partiti tradizionali che, aggrappati al sistema mediatico che assicura loro una fittizia vitalità, rischiano di rimanere autoreferenziali.

(“La Stampa”, 20 aprile 2012)

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