26 maggio 2013, Cultura - In evidenza - Politica e società

Don Tonino il pacifista

di Luca Kocci

Nel dicembre del 1992 a Sarajevo, sotto assedio dal mese di aprile, cadono le bombe. Cinquecento pacifisti, il 7 dicembre, si imbarcano ad Ancona e, dopo un traversata burrascosa con mare forza 8, raggiungono Spalato e poi la capitale bosniaca, la sera dell’11 dicembre, per una marcia della pace attraverso la città promossa dai Beati i costruttori di pace. Ci sono militanti nonviolenti e dei partiti della sinistra, i sindaci, qualche parlamentare e diversi preti. C’è anche don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che racconterà i momenti salienti di quell’esperienza anche sulle colonne del manifesto, con cui collaborava dal 1990. La marcia di Sarajevo sarà una delle sue ultime azioni: morirà pochi mesi dopo, il 20 aprile del 1993 – venti anni fa –, sconfitto da un tumore che lo affliggeva già da molti mesi. La strada per la pace è la «nonviolenza attiva, gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati», disse allora in un cinema di Sarajevo illuminato da fiaccole e candele perché mancava l’elettricità. Un discorso che ricorda molto bene ancora oggi Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, anche lui presente alla marcia. «Don Tonino prese la parola per dire che eravamo giunti fino lì per comunicare ai nostri fratelli che eravamo loro vicini e che il mondo non li aveva dimenticati – racconta Bettazzi –. In secondo luogo che eravamo giunti fin lì per richiamare le nostre responsabilità nel conflitto, nostre di europei e di italiani. In terzo luogo, per ribadire che in mezzo a quella violenza e a quella ferocia l’unica risposta possibile era quella della nonviolenza».

La pace, l’antimilitarismo, il disarmo, la giustizia sociale e la scelta di schierarsi accanto agli oppressi sono state le “stelle polari” del ministero e dell’azione pastorale e sociale di don Tonino Bello. Battaglie condotte con una radicalità che più volte lo ha fatto scontrare duramente con alcuni settori del mondo politico – sulle questioni della guerra, degli armamenti, dell’obiezione di coscienza al servizio militare, degli immigrati che all’inizio degli anni ’90 iniziavano ad arrivare sulle coste italiane e pugliesi in particolare – e delle gerarchie ecclesiastiche, che non condividevano le posizioni “estreme”, in realtà solo profondamente fedeli al Vangelo e al Concilio Vaticano II, del vescovo di Molfetta. Quando interviene alle assemblee della Cei, gli altri vescovi lo ascoltano con sorrisetti di compiacenza e mormorii di dissenso. Ma arrivano anche i richiami formali. «Mi dicono che sei stato rimproverato», gli scrive in una lettera padre David Turoldo, «a maggior ragione intervieni, intervieni sempre di più, e insieme di’ che sei stato richiamato, dillo pubblicamente, perché di questo hanno paura».

Salentino di Alessano (Lecce), dove nasce nel 1935, Tonino Bello viene ordinato prete nel 1957. Negli anni ‘60 accompagna spesso a Roma il suo vescovo, impegnato nei lavori del Concilio Vaticano II, partecipando con entusiasmo alle istanze di rinnovamento e di aggiornamento radicale della vita della Chiesa, poi ricondotte nei binari della tradizione nei decenni successivi, soprattutto da Wojtyla e Ratzinger. Diventa parroco, prima ad Ugento, poi a Tricase, dove il suo impegno comincia a delinearsi: fonda la Caritas, promuove l’Osservatorio sulle povertà, organizza incontri sul Concilio e sui temi della giustizia e della pace. Nel 1982 viene ordinato vescovo della diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi, il paese di Nichi Vendola, che sarà sempre molto vicino a Bello. «La bellezza e la scandalosità delle sue parole rispetto al perbenismo piccolo-borghese che impacchettava la vita del clero in un cattolicesimo pacificato, pronto a fare sconti soprattutto ai potenti, fu un’illuminazione», spiega Vendola in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno di venerdì. «Ci insegnò non a consolare gli afflitti, ma ad affliggere i consolati. Ci spiegò che i poveri non vanno aiutati con l’ottica neo-coloniale e che bisogna dividere con loro non solo il pane».

È la «Chiesa del grembiule», una delle immagini più efficaci coniate da don Tonino Bello, insieme a quella della «convivialità delle differenze». «L’accostamento della stola con il grembiule a qualcuno potrà apparire un sacrilegio», scriveva. «Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo che, per la “messa solenne” celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi» per lavare i piedi ai discepoli. È la traduzione plastica della «Chiesa povera e dei poveri» sognata dal Concilio e da Giovanni XXIII e subito archiviata dai suoi successori.

Il vescovo di Molfetta sceglie la pace e il disarmo, diventa presto uno dei punti di riferimento del movimento pacifista italiano, sia della componente cattolica – nel 1985 viene nominato presidente di Pax Christi, al posto di Bettazzi, che ha concluso il suo mandato – che laica: interviene contro la militarizzazione della Puglia – dal mega poligono di tiro che avrebbe sottratto  migliaia di ettari di terra ai contadini e agli allevatori della Murgia barese, all’installazione degli F16 a Gioia del Colle, convincendo anche gli altri vescovi pugliesi a scrivere un documento contro i cacciabombardieri – e marcia a Comiso contro gli euromissili; attacca le politiche di riarmo del governo Craxi (incassando anche un severo richiamo da parte del presidente della Cei, il cardinal Poletti) e sostiene la campagna “Contro i mercanti di morte” che porterà all’approvazione nel 1990 della legge 185 che regola il commercio di armi; difende pubblicamente monsignor Bettazzi, oggetto di una dura campagna stampa del quotidiano Il Giornale diretto allora da Indro Montanelli che lo accusa di scarso senso dello Stato per aver sostenuto la campagna di obiezione di coscienza alle spese militari; nella sua diocesi accompagna le lotte dei cassintegrati, dei disoccupati e degli sfrattati, che spesso accoglie nel palazzo vescovile.

Nel 1991 è la guerra: l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Usa, insieme agli alleati occidentali, bombardano Baghdad, in diretta televisiva. Tonino Bello scrive ai parlamentari perché non approvino l’intervento armato e – come fece dieci anni prima monsignor Romero invitando i militari a disobbedire agli ordini ingiusti dei generali – paventa la possibilità di «dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi». Ripeterà l’appello davanti alle telecamere di Samarcanda, la trasmissione televisiva di Michele Santoro, che lo invita a moderare i toni e a non incitare alla diserzione. Nei giorni successivi arrivano puntuali i rimproveri – ma anche gli attestati di solidarietà – da parte della gerarchia ecclesiastica militarista e dei politici patriottici. Ma tira dritto e anzi l’anno dopo polemizza con il presidente della Repubblica Cossiga che, il giorno prima di sciogliere il Parlamento, rinvia alle Camere la nuova legge sull’obiezione di coscienza (un nuovo testo verrà approvato solo nel 1998). Intanto in Puglia approdano le prime navi con migliaia di albanesi, che il governo rinchiude nello stato di Bari, e don Tonino è in prima linea, sui moli, ad organizzare l’accoglienza. Ma arriva anche il cancro, allo stomaco. Operazioni e terapie non riescono a vincere il male. C’è solo il tempo di andare a Sarajevo, sotto le bombe, e poi di morire.

(“Il Manifesto”, 21 aprile 2013)

Lascia un commento

 

 

Visitatori

  • 525325 visite totali
  • 129 visite odierne
  • 2 attualmente connessi