3 marzo 2011, Cultura - Politica e società

Don Giovanni all’inferno e Benigni in paradiso

di Eugenio Scalfari

TANTO era stato reto­rico e melenso il Festi­val di San­remo, con le sue can­zoni nuove e medio­cri e quelle anti­che ridotte ad ali di far­falla appic­ci­cate al muro con lo spillo, e tanto si è tra­sfor­mato in una festa popo­lare, colo­rata, irri­ve­rente e istrut­tiva non appena Roberto Beni­gni è apparso sul pal­co­sce­nico dell’Ariston sul cavallo bianco e con in mano la ban­diera dai tre colori. Così, per qua­ranta minuti, 20 milioni di ita­liani hanno riso, hanno applau­dito, hanno preso a cuore il Risor­gi­mento e una patria creata da una mino­ranza di gio­vani corag­giosi che hanno dato la vita per far sor­gere una nazione. Beni­gni ha toc­cato tutti i tasti del suo ini­mi­ta­bile reper­to­rio, ha lan­ciato bona­ria­mente le frecce della sua mici­diale comi­cità ed ha con­tem­po­ra­nea­mente dispen­sato pre­ziosi inse­gna­menti di etica pub­blica che forse molti degli ascol­ta­tori ave­vano dimen­ti­cato. Ha dato anche noti­zie di fatti anti­chi pro­ba­bil­mente ignoti ai più; la più com­mo­vente è stata quella del ven­tenne autore del nostro inno nazio­nale che pochi mesi dopo averlo com­po­sto morì nello scon­tro di Porta San Pan­cra­zio dove cad­dero insieme a lui i Manara, i Cai­roli e i gio­vani della Legione lom­barda gui­dati da Gari­baldi per difen­dere la Repub­blica romana. “Umberto sve­gliati, ita­liani sve­glia­tevi” inter­ca­lava Beni­gni rivol­gen­dosi a Bossi men­tre rac­con­tava la morte di Mameli e di tanti altri gio­vani del Nord. Non so come abbiano rea­gito e che cosa abbiano sen­tito den­tro di loro i tanti milioni di tele­spet­ta­tori. So che io me lo sarei abbrac­ciato quel burat­tino ridente e sudato che è una grande ed amata per­sona. Tor­niamo alle dolenti note di que­ste tese gior­nate. Quello che più di tutto avvi­li­sce non noi che ser­biamo nel cuore il sen­ti­mento della nazione, ma le isti­tu­zioni che dovreb­bero rap­pre­sen­tarla, è il com­por­ta­mento di quei 315 par­la­men­tari, anzi 320 dopo l’ultima tran­su­manza, che votano a comando le pro­po­ste più incre­di­bili, più scri­te­riate e più con­cet­tual­mente impu­di­che che mai siano state pre­sen­tate nelle aule par­la­men­tari. Hanno affer­mato come verità rive­lata che la ver­go­gnosa tele­fo­nata di Ber­lu­sconi alla Que­stura di Milano per libe­rare la “nipote di Muba­rak” fu l’atto d’uomo di Stato che voleva e doveva evi­tare una grande crisi inter­na­zio­nale. Hanno deciso, non aven­done alcun potere, quale fosse il giu­dice com­pe­tente a giu­di­care il pre­si­dente del Con­si­glio, inter­fe­rendo come mai era avve­nuto così pla­teal­mente con l’ordinamento costi­tu­zio­nale e con l’autonomia della giu­ri­sdi­zione. Sono pronti ad ese­guire senza nep­pure un sus­sulto di incer­tezza gli ordini degli avvo­cati del pre­mier, decisi a far sol­le­vare dal Par­la­mento il con­flitto di attri­bu­zione del pro­cesso di Milano, incu­ranti dell’avvertimento che la Corte costi­tu­zio­nale ha fatto fil­trare sulla irri­ce­vi­bi­lità d’un ricorso del genere poi­ché non è la Corte che sta­bi­li­sce la com­pe­tenza del Tri­bu­nale ma la Cas­sa­zione. Quei due avvo­cati e il mini­stro della Giu­sti­zia che li affianca sco­per­ta­mente com­met­tendo in que­sto modo una gra­vis­sima irri­tua­lità, sono tal­mente acce­cati dall’ansia di sot­trarre al pro­cesso il loro cliente da com­met­tere asi­ne­rie pro­fes­sio­nali che non sfug­gi­reb­bero nep­pure ad un gio­vane pra­ti­cante. Ghe­dini e Longo dovreb­bero almeno ripas­sarsi la pro­ce­dura penale prima di coin­vol­gere il loro rac­co­man­dato ad errori di tali por­tata. Nel frat­tempo il “cal­cio­mer­cato” pro­se­gue a vele spie­gate. Biso­gne­rebbe con­ser­vare l’elenco dei “tran­su­manti”, quei sena­tori e depu­tati che tra il 14 dicem­bre e il 16 feb­braio hanno cam­biato gruppo par­la­men­tare due, tre e per­fino quat­tro volte. E biso­gne­rebbe anche pren­der nota delle moti­va­zioni che di volta in volta hanno – non richie­sti – for­nito. La più cla­mo­rosa è stata quella d’un par­la­men­tare che dopo aver giro­va­gato è appro­dato al Pdl per­ché un suo zio era sacer­dote sale­siano e Ber­lu­sconi pare abbia fre­quen­tato da ragazzo una scuola di sale­siani. Noi festeg­ge­remo il 17 marzo la seduta solenne che si svolse a Torino a Palazzo Cari­gnano nel 1861, dove il Par­la­mento subal­pino pro­clamò la nascita dello Stato uni­ta­rio e si tra­sformò nel primo Par­la­mento ita­liano. Ne sono acca­dute tante in que­sti cen­to­cin­quanta anni; è acca­duto anche che il Par­la­mento sia stato ridotto ad un “bivacco di mani­poli” e poi abo­lito; ma non era ancora acca­duto che si tra­sfor­masse in uno spet­ta­colo di guitti, con tutto il rispetto dovuto ai comici di quella fatta. Con l’ultimo oltrag­gioso sber­leffo lan­ciato dai mini­stri leghi­sti Bossi e Cal­de­roli che hanno defi­nito inco­sti­tu­zio­nale e non hanno votato sul decreto con il quale venerdì scorso il 17 marzo è stato pro­cla­mato per quest’anno festa nazio­nale. Il mini­stro dell’interno Maroni ha addi­rit­tura diser­tato il voto nella riu­nione del Con­si­glio dei mini­stri. La cosa incre­di­bile non è che Bossi, Cal­de­roli e Maroni la pen­sino in que­sto modo, ma che siano mini­stri della Repub­blica ed abbiamo giu­rato fedeltà alla Costituzione.

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Ma il mas­simo dello sfre­gio è quello che si sta pre­pa­rando dopo che il Con­si­glio dei mini­stri ha appro­vato all’unanimità la rela­zione di Alfano sulla riforma della giu­sti­zia e sulle intercettazioni.Il pre­mier vuole che i testi di que­ste leggi pre­ve­dano il pro­cesso breve che can­celli le sue ver­tenze con la magi­stra­tura, divi­dano in due il Csm, sepa­rino le car­riere dei pub­blici mini­steri da quelle dei giu­dici, ripri­sti­nino l’immunità dei par­la­men­tari, bloc­chino la pub­bli­ca­zione delle inter­cet­ta­zioni e ne impe­di­scano il rac­conto anche quando le carte non siano più secretate.Pretende infine che il pro­cesso del “Ruby­gate” sia asse­gnato al Tri­bu­nale dei mini­stri per deli­be­ra­zione delle Camere e quindi spento con la deli­bera della Giunta per le auto­riz­za­zioni a pro­ce­dere. Un sal­va­con­dotto totale per lui e per la cricca che ha ope­rato all’ombra del suo potere. Se tutto que­sto dovesse avve­nire la tra­sfor­ma­zione della nostra demo­cra­zia par­la­men­tare in un potere asso­luto sarebbe com­piuta. Le ele­zioni si tra­sfor­me­reb­bero in un ple­bi­scito e il Par­la­mento in una sede di pas­siva regi­stra­zione dei voleri del Capo.A meno che….

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A meno che le oppo­si­zioni non si uni­scano per dar bat­ta­glia e pro­ba­bil­mente vin­cerla. Ma lo faranno?Non sem­bra sia que­sta l’intenzione di Casini. L’ha detto chia­ra­mente con una recen­tis­sima dichia­ra­zione in due tra­smis­sioni tele­vi­sive. Ha detto che è sua inten­zione pre­sen­tarsi da solo alle ele­zioni (con Fini e Rutelli) rifiu­tando l’alleanza con l’opposizione di cen­tro­si­ni­stra. Nelle ele­zioni per la Camera – Casini lo ha ammesso – la coa­li­zione Pdl-Lega sarà vit­to­riosa e incas­serà il pre­mio di mag­gio­ranza, ma al Senato, secondo il lea­der dell’Udc – non vin­cerà. Ci saranno allora due Camere con mag­gio­ranze diverse e quindi una situa­zione ingo­ver­na­bile senza un com­pro­messo. Spet­terà allora a lui, Casini, pro­porre una “grande coa­li­zione” che uni­sca tutte le forze poli­ti­che per gestire la crisi, a comin­ciare dal Pdl e dalla Lega, ma senza Ber­lu­sconi pre­mier. Que­sto è il pro­getto, pro­ba­bil­mente sup­por­tato anche dal Vati­cano. Que­sta non è una mia sup­po­si­zione: il pre­si­dente della Comu­nità di Sant’Egidio, Andrea Ric­cardi, l’ha pub­bli­ca­mente spon­so­riz­zato: un par­tito di ispi­ra­zione cat­to­lica dove tutti i cat­to­lici poli­ti­ca­mente impe­gnati pos­sano, se vogliono, con­fluire e che diventi il perno di un’alleanza mode­rata e rifor­mi­sta la cui guida possa ripri­sti­nare un’etica pub­blica accet­ta­bile e garan­tire alla Chiesa il rispetto di quei diritti non nego­zia­bili che alla Chiesa stanno a cuore. Che dire d’una linea poli­tica e d’un qua­dro così tratteggiato?

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Noi pen­siamo che sia scri­te­riato. Per varie ragioni. La prima riguarda l’ipotesi d’una scon­fitta della coa­li­zione Pdl-Lega al Senato. Pos­si­bile ma tutt’altro che certa, spe­cie dopo le vicende non certo cor­ro­bo­ranti del par­tito di Fini e dopo la for­ma­zione del par­tito del Sud di Mic­ci­ché, una sorta di lista civica d’appoggio a Ber­lu­sconi. La seconda ragione riguarda l’auspicata vit­to­ria al Senato di Udc e Pd, par­titi non alleati tra loro e con obiet­tivi dif­formi sul seguito da dare a quella even­tuale vit­to­ria. La terza – e a mio giu­di­zio la più impor­tante – dipende dalla mano tesa di Casini ad un Pdl senza Ber­lu­sconi pre­mier. Casini crede vera­mente che un Ber­lu­sconi vit­to­rioso alla Camera e alla testa d’un par­tito di cui è lui a cemen­tare la com­pat­tezza, rinun­ce­rebbe alla pre­mier­ship? E con essa allo scudo che lo difende dalla magi­stra­tura? Che pensa – Casini – che un’alleanza così com­po­sta potrebbe sman­tel­lare il ber­lu­sco­ni­smo ripri­sti­nando l’etica pub­blica, recu­pe­rando la lega­lità repub­bli­cana, inau­gu­rando una poli­tica eco­no­mica dif­forme da quella di Tre­monti per quanto riguarda la cre­scita e la distri­bu­zione del red­dito? Infine: Casini ritiene che il Pd si accon­ce­rebbe ad una solu­zione di que­sto genere? Il Pd, se accet­tasse un qua­dro simile a quello sopra trat­teg­giato e non lo com­bat­tesse vigo­ro­sa­mente, ces­se­rebbe di esi­stere. Può darsi che que­sta ipo­tesi rien­tri nelle inten­zioni della Chiesa e dell’Udc, ma non sarebbe certo un bene per il paese. Senza una sini­stra rifor­mi­sta e respon­sa­bile ma forte ed intran­si­gente sui punti car­di­nali del suo pro­gramma, l’Italia diven­te­rebbe un paese guelfo gui­dato da forze con­ser­va­trici. È com­pren­si­bile che Casini e la Chiesa abbiano quest’obiettivo, ma non è certo quello dell’Italia gio­vane che rap­pre­senta la sola vera riserva del nostro futuro.

Post Scrip­tum. Giu­liano Fer­rara, in un arti­colo pub­bli­cato sul “Foglio” di venerdì, per difen­dere i com­por­ta­menti liber­tini dell’Amor suo, si è dedi­cato ad un argo­mento inso­lito: l’esaltazione del melo­dramma ita­liano in con­fronto con la musica sin­fo­nica euro­pea. Verdi e Doni­zetti da un lato, Bee­tho­ven, Schu­bert e Brahms dall’altro. Sono belle anzi magni­fi­che le sin­fo­nie di quei grandi – scrive Fer­rara – ma agli ita­liani si addice il melo­dramma e cita in pro­po­sito Mas­simo Mila nono­stante il suo anti­fa­sci­smo azio­ni­sta. Voi direte: che c’entra tutto que­sto con la lotta poli­tica della quale Fer­rara è uno dei più rumo­rosi alfieri? Secondo Fer­rara c’entra. Per com­pren­dere Ber­lu­sconi e amarlo biso­gna rivi­si­tare i per­so­naggi del melo­dramma. Lui è uno di loro nel bene e nel male. “La donna è mobile” con quel che segue. Ma anche il bene, la gene­ro­sità, la sfida del peri­colo, il ballo in maschera che non è neces­sa­ria­mente il bunga bunga. Capi­sco che quando si è a corto di argo­menti si cer­chi un’uscita improv­visa e late­rale, ma que­sta del melo­dramma mi sem­bra grot­te­sca. E se poi vuole inol­trarsi sul tema, il diret­tore del “Foglio” s’imbatterà ine­vi­ta­bil­mente nel “Don Gio­vanni”. Non è anche quello un melo­dramma? La musica è di Mozart ma il libretto dell’italiano Da Ponte. Il pro­ta­go­ni­sta fini­sce all’inferno. Per me va bene, ma non penso sia una buona solu­zione per come auspi­che­rebbe Ferrara.

(“La Repub­blica”, 20 feb­braio 2011, pag.1 e 29)

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