17 agosto 2011, Politica e società

Dissoluzione senza soluzione

Il nano portatore di democraziadi Luigi La Spina

I regimi politici cadono in due modi: o perché sono sconfitti o per sfarinamento interno. Nel primo caso, il crollo può essere cruento, ma i vincitori riescono rapidamente a diventare una credibile classe dirigente alternativa. Nel secondo, l’agonia può essere molto lunga e molto pericolosa, perché lascia il Paese senza una guida sicura e in balia degli eventi. Com’era facilmente prevedibile, la fine del berlusconismo in Italia sta seguendo quest’ultima forma. Un modello che si potrebbe sintetizzare, anche in rima, così: dissoluzione senza soluzione.

L’ultima ondata di scandali che si stanno abbattendo sul centrodestra avrà un effetto, in apparenza, paradossale e contraddittorio. Da una parte, ha bruciato la candidatura delle due più forti personalità ministeriali alla successione di Berlusconi, prima quella di Gianni Letta e, ora, quella del superministro dell’Economia, Giulio Tremonti; con risultati devastanti, sia per l’immagine del governo, sia per l’efficacia della sua azione. Dall’altra, costringerà tutti i ministri, a cominciare da quelli più sotto schiaffo giudiziario, a una resistenza e a una convivenza obbligata.

Ecco perché, nonostante il clima pessimo che si respira nella Roma politica, il quarto ministero Berlusconi rischia, sì, di non poter governare con sufficiente credibilità, specialmente in un momento in cui chiede sacrifici agli italiani. Ma rischia anche di durare, perché sia nella maggioranza, sia nell’opposizione, non solo non è pronta una vera alternativa, ma non c’è molta voglia e molto interesse a cercarla. Una prospettiva davvero inquietante per gli italiani, con un’unica variabile a questo scenario, quella di un attacco della speculazione finanziaria internazionale contro il nostro Paese, ipotesi che proprio ieri si è affacciata sui mercati e che, certamente, è ancora meno confortante.

Il quadro della situazione nei principali partiti è abbastanza chiaro. La Lega, ormai azionista di riferimento nella maggioranza, non ha alcun interesse, ora, a rompere l’alleanza con Berlusconi. Sia perché è molto difficile che possa immaginare un governo diverso che possa assicurarle un maggior potere, sia perché anche in quel partito è cominciata una lunga, logorante e molto incerta lotta alla successione del leader carismatico (o ex carismatico), Umberto Bossi.

Pure nel Pdl gli equilibri interni sono precari, dal momento che l’investitura di Alfano è troppo recente perché si possa ritenere accettata da tutti e, soprattutto, il ministro della Giustizia deve ancora intraprendere un difficile cammino tra due precipizi: quello di apparire un segretario senza autonomia da Berlusconi e, quindi, con poca autorevolezza e quello di sembrare averne troppa, snaturando la fisionomia di un partito che forse può esistere solo se guidato dal suo fondatore.

Al di là di questi problemi, però, il Pdl si trova, forse per la prima volta, davanti a un dilemma concreto e quasi drammatico. La manovra concepita da Tremonti, infatti, colpisce direttamente gli interessi proprio di quel ceto medio che costituisce il nocciolo duro del suo elettorato. Quello che vede decurtati i già miseri interessi dei titoli di Stato che detiene in banca. O quello che è preoccupato per la nuova tassazione sulle partite Iva. D’altra parte, il Pdl sa bene che il ministro dell’Economia è considerato, all’estero, l’unico baluardo allo sfondamento dei conti pubblici italiani. Una sua uscita di scena, se la manovra fosse stravolta in Parlamento, potrebbe segnare il via libera alla più sfrenata speculazione internazionale contro l’Italia.

Anche la principale forza d’opposizione, infine, preferirebbe aspettare momenti più propizi per accollarsi un impegno governativo, così gravoso in circostanze come queste. Bersani, negli ultimi mesi, si è guadagnato sul campo la candidatura del Pd a Palazzo Chigi per le prossime elezioni. Ma il partito sente la pressione di un movimentismo, alla sua sinistra, che per un verso rischia di sedurre, con un facile populismo, una buona quota del suo potenziale elettorato e, dall’altra, potrebbe riportarlo ai tempi nefasti delle «gioiose macchine da guerra».

In queste condizioni, sono inutili gli appelli al bon ton governativo, perché non si può immaginare che le forme non rispecchino la sostanza di questa implosione governativa. Come gli appelli alle responsabilità istituzionali, perché le virtù morali dei singoli sono già abbondantemente messe in dubbio dalle cronache quotidiane. E’ più interessante cercare la risposta a una domanda: stiamo assistendo alla fine del berlusconismo o alla fine del sistema della seconda Repubblica? L’offensiva della magistratura sulla politica ricorda l’epoca di «Mani pulite». Il distacco dei leader dagli umori degli italiani, dimostrato anche nei recenti referendum, fa pensare agli inviti craxiani di «andare al mare». Il dilagare di forme nuove nella protesta antipartitica rievoca l’epopea del «popolo dei fax». E’ vero che la storia non si ripete e, forse, la memoria è d’inciampo per scrutare il futuro. Ma la seduzione dei ricordi, qualche volta, è davvero troppo forte.

(“La Stampa”, 9 luglio 2011)

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